26 settembre 2011

- ORFEO

Simbolo della potenza e delle meraviglie della musica simbolo del mistero religioso e dell'arte, della poesia e della filosofia. Qualsiasi enciclopedia sa raccontare del mitico poeta greco, ORFEO, a cui, per ragioni religiose (orfismo), si attribuiva una grande quantità di poemi di varia epoca e di vari autori. Il Mito narra che Orfeo fosse un cantore tracio, figlio di Apollo e di una Musa, Calliope. Accompagnandosi sulla lira cantava così dolcemente che non solo gli animali più selvaggi, ma anche gli alberi e le pietre lo seguivano incantati. Dopo aver partecipato alla spedizione degli Argonauti, sposò Euridice e, quando ella morì, morsa da un serpente, scese nell'Oltretomba, per riottenerla. Riuscì, infatti, a commuovere col suo canto Ade e Persefone, che gli concessero di ricondurre con sé la sposa, a patto che non si volgesse a guardarla prima di essere tornato sulla terra. Secondo la tradizione più nota, non seppe resistere al desiderio, e, voltatosi, perdette Euridice per sempre. Morì dilaniato da uno stuolo di donne tracie da lui respinte. Tradizioni posteriori ne fecero il profeta dell'orfismo e gli attribuirono gli Inni orfici, canti mistici del IV Secolo a.C.
Il mito di Orfeo ispirò Ovidio, Virgilio e poi Poliziano, Rilke e Cocteau; tra i musicisti, Monteverdi, Gluck e Offenbach (Orfeo all'inferno). Noi, però, sottolineeremo che fra l'Ottocento e il Novecento ORFEO diviene l'emblematica personificazione del poeta lirico, come ha dimostrato lo studioso letterario W.Strauss con una penetrante analisi delle opere di Novalis, Nerval, Mallarmé e Rilke. Questo mito del mondo greco arcaico non ha mai dunque cessato di stimolare la fantasia e la riflessione di autori successivi. La sua temporanea vittoria sulla morte, quando riuscì a strappare dagli Inferi l'amata Euridice, ha ingenerato una tragica circolarità: Virgilio nelle Georgiche, ma soprattutto Ovidio nel suo geniale labirinto poetico delle Metamorfosi, hanno consegnato questa seconda storia alla rielaborazione di poeti e scrittori di ogni età.
Questo il racconto:
Euridice, come già accennato, viene punta da un serpente e muore. Un Orfeo un po' sofista e impareggiabile cantore riesce a convincere il re dell'Ade che, dopotutto, la morte si terrà stretti lui e l'amata per un tempo infinitamente superiore alla vita che ora sta chiedendo. Costui allora gli consente di riprendersi Euridice, a patto che nel loro tragitto verso il mondo dei vivi non le rivolga lo sguardo. Spinto dal desiderio, Orfeo trasgredisce l'ordine e l'amata viene riacciuffata dagli Inferi. La disperazione del poeta è tale che si prende una vendetta nei confronti della vita, rifiutando l'amore delle Baccanti, emblema dell'irrazionalità e delle potenza femminile, e convincendo il genere maschile a praticare solo l'eros omosessuale, sterile per definizione. Le Menadi allora lo fanno a pezzi durante i loro riti bacchici. Solo Ovidio, raccogliendo il motivo circolare di questo mito, ha saputo svelarne il significato più naturale e al contempo più terrificante: la realtà irreversibile della morte. In virtù a questa Euridice non riesce a tornare da Orfeo e costui, per riunirsi a lei, deve morire. Dopo l'edizione rinascimentale del Poliziano, non molto diversa da quella ovidiana, si assiste invece nel corso del Novecento a una rielaborazione in chiave esistenziale della storia. Rilke, ma soprattutto Cocteau, Pavese insistono infatti sul motivo dell'ispirazione poetica e del significato del „respicere“, del voltarsi indietro di Orfeo. Non un errore, non un gesto di improvvisa follia, ma un atto consapevolmente voluto. Liberarsi di Euridice per rinnovare la propria ispirazione poetica; o meglio, disfarsi dell'amata per ritrovare se stessi nel cammino della vita, che è necessariamente solitario. I morti non sono più nulla, e solo nella poesia e nel canto si possono ritrovare le perdute stagioni della vita.
“ Da mortale sei diventato un dio: capretto verso il latte ti lanciasti.
Rallegrati, rallegrati tu
che procedi a destra
verso i prati sacri e i boschi di Persefone.”
Questi sono dei versi incisi con la punta di uno stilo sulla foglia d'oro di una lamella orfica.
Sottili e duttili come carta stagnola, lunghe come un biglietto dell'autobus, disseminate tra Tessalia, Creta, Magna Graecia, Roma, datate dal V – IV Secolo prima di Cristo, fino al Duecento della nostra era, contengono „istruzoni per il viaggio oltremondano degli iniziati greci“; perché il percorso verso l'eternità non sia doloroso, ma diventi un'esperienza di beatitudine.
“ Di sete sono arsa e vengo meno: ma datemi presto l'acqua fredda che scorre nel lago di Mnemosyne“; quando i custodi dell'Ade ascolteranno questa invocazione del viandante, allora “ ti daranno da bere// dalla fonte divina e dopo con gli altri eroi sarai sovrana.“ Le immagini che descrivono quel “ territorio“ sono precise e si ripetono simili in tutte le ventuno lamelle orfiche dorate finora scoperte. Frequente è anche il riferimento a un “cipresso bianco“, luminosa rappresentazione dell'Alidilà. Queste lamine, custodite in musei greci, inglesi, statunitensi e italiani, sono oggetto di studio per archeologi e grecisti, intenti a rintracciare percorsi di affinità tra diverse religioni e concezioni della vita oltre la morte in area mediterranea. Il libro Le lamine d'oro orfiche, curato da Pugliese Caratelli non si limita a ricostruire, tradurre e commentare il testo di ognuna delle lamine: suo primo obiettivo è sottolineare l'idea fondante di questa fede. Gli uomini muoiono perchè non possono ricongiungere il principio con la fine“, come racconta un frammento di Ippocrate; perché “ dimenticano l'unità e l'eternità del cosmo“ e non hanno sufficiente fiducia nella speranza di superare i limiti dell'esperienza terrena.L'aveva, invece, Pitagora, sicuramente un personaggio storico, venerato come un vate, come un profeta, e fondatore di una religione. Una religione della memoria:“ Il ricordo dell'origine urania prima che terrena degli uomini e quindi della presenza, destinata a prevalere, di un elemento divino, è la condizione per ottenere la liberazione dal peso dell'esperienza mondana“, dice Caratelli.
Mnemosine, la memoria, è divinizzata e venerata; le Muse, sue figlie, presiedono alle esperienze intellettuali e artistiche. Ma una questione importante si apre sul come tradurre mousikè: musica o filosofia? Quale, tra le due, rappresenta la decisiva esperienza di conoscenza? Aristosseno di Taranto e Platone nel Fedone propendono per la seconda:
l'acqua, ristoratrice della Memoria, e l'acutezza della Filosofia consentiranno all'iniziato di diventare un uomo “ puro e disposto a salire sulle stelle“.
Quest'uomo, sembra invece sostenere Pitagora, è Orfeo, il mitico cantore della Tracia, sceso nell'Ade e da lì ritornato grazie alla magica sapienza della sua voce e del suono, immagine viva della continuità possibile tra finitezza e eternità dell'esistere; Pitagora attribuisce a Orfeo dei testi che lui stesso scrive e che probabilmente dovevano essere cantati, in un'evocazione accompagnata anche dall'uso rituale di profumi e essenze. I filosofi e gli artisti del Rinascimento non conoscevano le “ lamelle orfiche“; avevano però consuetudine con il mito di Orfeo e con l'aspetto “magico“ del canto, con quella sua natura aerea che Marsilio Ficino descrive come perfetta mediazione tra la materialità e l'immaterialità, tra ciò che finisce e quanto invece persiste nella nostra esistenza.
“ La magia del canto abbozza un'armonia invisibile del cosmo che guida i protagonisti anche se non la capiscono“ e “spiritus“ è il complesso degli organi, dei sensi, delle intenzioni che rendono possibile il canto, “imitatore potentissimo di tutte le cose“, scrive Ficino.
Da Pitagora a Gluck, nel segno della voce e del suono. Come dunque meglio tradurre mousikè?
Nel 1856 Franz Liszt associò al proprio poema sinfonico ORPHEUS il seguente “programma“:
“ ...una volta ebbi a dirigere l' Orfeo di Gluck. Durante le prove mi fu impossibile staccarmi dal punto di vista, toccante e sublime nella sua semplicità, da cui questo grande maestro ha considerato il suo soggetto, per riportami alla mente quell'Orfeo, il cui nome plana così maestosamente e armoniosamente sui più poetici miti della Grecia. Ho rivisto nel pensiero un vaso etrusco della collezione del Louvre che rappresenta il primo poeta-musicista in una veste stellata, la fronte cinta dalla benda misteriosamente regale, le labbra, da cui escono parole e canti divini, aperte e in atto di far risuonare energicamente le corde della sua lira con le belle dita lunghe e affusolate. Mi è sembrato di vedere attorno a lui, come se lo stessi contemplando dal vero, le bestie del bosco ascoltarlo rapite: gli istinti brutali dell'uomo tacere, vinti; le pietre diventare molli e i cuori più duri bagnati da una lacrima amara e bruciante; gli uccelli canori e le cascate mormoranti sospendere le loro melodie; il riso e il piacere raccogliersi con rispetto davanti a quegli accenti che rivelavano all'umanità la potenza benefica dell'arte, la sua illuminazione gloriosa, la sua armonia civilizzatrice...
musica L'umanità, benché guidata dalla più pura delle morali, istruita dai dogmi più sublimi, illuminata dai fari più brillanti della scienza, messa in guardia dai filosofici ragionamenti dell'intelligenza, circondata dalla più raffinata delle civiltà, ancor oggi come allora come sempre conserva dentro di sé istinti di ferocia, di brutalità e di sensualità, che l'arte deve intenerire, addolcire, nobilitare. Oggi come allora e come sempre, Orfeo, cioè l'Arte, deve spargere le sue onde melodiose, i suoi accordi vibranti come una luce dolce e irresistibile sugli elementi contrari che feriscono e fanno sanguinare l'anima di ogni individuo e il cuore stesso di tutta la società. Orfeo piange Euridice, simbolo dell'Ideale inghiottito dal male e dal dolore, che egli ha il permesso di strappare ai morti dell'Erebo, di fare uscire dalle tenebre cimmeriche ma che, ahimé, non saprà conservare su questa terra. Possano mai più tornare quei tempi di barbarie quando le passioni furiose come Menadi ebbre e sfrenate, vendicandosi del disprezzo dell'arte per il loro piaceri grossolani, lo fanno perire con i loro tirsi portatori di morte e le loro stupide furie. Se avessi potuto formulare fino in fondo il mio pensiero avrei desiderato rendere il carattere serenamente civilizzatore dei canti e di tutte le opere d'arte, la loro soave energia, il loro augusto impero, la sonorità che nobilmente alletta l'anima, il loro ondeggiare dolce come la brezza dell'Eliso, il loro graduale alzarsi come vapori di incenso, l'atmosfera diafana e azzurrata in cui avvolgono il mondo e l'intero universo come in una veste trasparente di ineffabile e misteriosa armonia...“ Nelle splendide parole di Ernst Bloch (Il principio speranza), che riassumono l'utopistica speranza riposta dalla coscienza romantica nella musica, la perenne vitalità del mito ci viene così descritta: “Il suono non ha bisogno di una luce esterna; sopporta l'oscurità, anzi ne cerca il silenzio. In silenzio, di notte, vengono scavati tesori; la musica non disturba questo silenzio, essa si intende di cripte, essendo luce nella cripta. Da qui la sua vicinanza non soltanto alla felicità dei ciechi ma alla morte, anzi alla profondità dei desideri che cercano di rischiararla. Se la morte, pensata come mannaia del nulla, è la più acerba non-utopia, la musica si misura allora su di lei come la più utopica di tutte le arti. Essa vi si misura tanto più turbata, in quanto la non-terra della morte è riempita dalla notte che, in quanto partoriente, sembra così profondamente famigliare alla entro questo mondo. Quanto decisamente diversa da ogni altra può apparire la notte della morte, altrettanto - a torto o a ragione – la musica si sente come un fuoco greco che arde nello Stige. E se contro la morte Orfeo suona l'arpa, e con successo, tanto successo ce l'ha, però, solo nella morte, cioè nell'Ade. Può essere una leggenda che i morenti, nel loro stato di sprofondamento, odano musica... Anche se va lasciato in sospeso se i morenti odano musica, i viventi però odono nella musica, con altissima affinità elettiva, una morte; lo spazio della morte confina mediatamente con la musica.
Confina con la sua frequente espressione introversa e soprattutto con il suo invisibile materiale, con la sua costante tendenza a indicare nell'invisibile, in cui inizia e verso cui seguita a tendere, un universo finalmente senza più esteriorità...“
Forse la storia dell'Opera è la storia di un dramma in musica recepito in termini pressoché interamente vocali...
recita il risvolto di copertina dello stimolante volume scritto a più mani e curato da Stefano Leoni, Orfeo, il mito, la musica. Ragionare di Orfeo e della musica può voler dire anche partire da qui, senz'altro allargare la prospettiva di indagine a campi formalmente esterni alla musicologia come correntemente intesa. Eccoci impegnati a tirare la rete sotto la sigla di Orfeo, simbolo - quant'unque ambiguo - in tutti i tempi della potenza e delle meraviglie della musica, ma pure simbolo del mistero religioso e dell'arte, della poesia e della filosofia. Nella speranza di offrire, pur nella limitatezza dei tempi e delle nostre forze, un'immagine ricca, viva, interessante, stimolante del binomio Orfeo//Arti a partire dalle progressive mitizzazioni e demitizzazioni del poeta cantore. Nulla di definitivo: solo un approfondimento di questi argomenti e un modo per mettersi in cammino...
Poche cose affascinano i filosofi più del mito, forse perché questo si presenta a prima vista come l'opposto della filosofia, o perché il filosofo ritiene di essere l'unico autorizzato a parlarne, non tanto per spiegarne l'esistenza, il che può spettare all'antropologo, quanto per chiarirne le ragioni.
In fatto di miti nessun filosofo può competere con Platone, che ne fece largo uso, con scopi diversi, tutti ugualmente interessanti. In questo atteggiamento, annota Martino Menghi, vi è un grande paradosso. Perché, se da un lato il nostro identifica il mito con la menzogna, tanto da prospettare l'allontanamento dalla sua “ città ideale“ degli autori e trasmettitori di miti, i poeti, dall'altro dissemina la sua opera, che ha come obiettivo ultimo il sapere eidetico (conoscitivo, attinente alla conoscenza) di questi bellissimi racconti. Ma vi è anche un equivoco alla base delle due posizioni intepretative moderne sul mito. Vi sono infatti quanti, positivisticamente, identificano l'affermazione del logos , della razionalità, con il trionfo della ragione sull'immaginazione mitica, e quanti, d'altra parte, valorizzano l'epoca del mito - prerazionale e prescientifica – per la sua prossimità alle origini, e dunque per la sua maggiore “autenticità“ rispetto all'era opacizzante della razionalità, della scienza e della tecnica. Ma entrambe queste posizioni sembrano dimenticare che le nostre fonti mitografiche, come i poemi omerici, la tragedia del V Secolo a.C., o ancora l'opera dei mitografi alessandrini, sono tutte coeve allo sviluppo della razionalità scientifico-filosofica greca.
Quello di Platone e del mito rimane, dunque, un affascinante problema.
Perché, insomma, il mito della caverna, sulla distinzione tra doxa (opinione) e episteme (conoscenza vera), o quella di Eros, sulla possibilità di trasformazione dell'amore, da passione tirannica a strumento di conoscenza del bene e della giustizia, da parte di chi, come Platone, aveva assegnato alla poesia un ruolo unicamente pedagogico, e solo a precise condizioni? In primo luogo, perché il mito può svolgere una funzione rammemorativa (si pensi a quello di Atlantide), perfettamente solidale all'idea platonica della conoscenza come reminiscenza. Ma anche perché il linguaggio figurativo, che gli è proprio, risulta assai più coinvolgente dell'argomentazione analitica. L'immagine della caverna, ad esempio, è in grado di trasformare un'imposizione – l'invito rivolto ai filosofi di occuparsi del governo delle città – in un dovere morale: l'uomo che ha visto la luce fuori dalla caverna deve farvi ritorno per riferire la sua visione agli altri, che scambiano le ombre delle cose per realtà. Tornando al nostro tema principale – ORFEO – dobbiamo sottolineare che Platone riteneva che la filosofia fosse la musica più grande; ma, nonostante questo, per dirla con Giovanni Reale, nel Fedone, a Socrate – in risposta alla domanda come mai in carcere in attesa della morte avesse composto l'Inno di Apollo in forma poetica – fa dire quanto segue:
“Nella mia vita passata, mi capitò, spesso, di sognare il medesimo sogno, ora sotto una forma ora sotto un'altra, che mi ripeteva sempre la medesima cosa: 'Socrate, componi e pratica musica.' E io per il passato ritenni che il sogno mi stimolasse e mi spronasse a fare quello che già sto facendo''.
''E come quelli che incoraggiano quelli che corrono, così io credevo che il sogno mi volesse incoraggiare in quello che facevo, cioè a fare quella musica che già facevo, in quanto la filosofia è la musica più grande. Ma, dopo che il processo ha avuto luogo, e la festa del Dio Apollo ha differito la mia morte, mi parve opportuno, nel caso che il sogno mi comandasse di fare proprio questa musica nel senso comune del termine, di non disubbidirgli e di farla, perché era più sicuro non andarmene prima di essermi liberato dallo scrupolo, facendo poesia e ubbidendo a quel sogno.''
Inoltre, Platone fa presentare a Socrate il suo grande discorso sull'immortalità dell'anima come un canto del cigno, sacro ad Apollo.
Platone, inoltre, riteneva che la cura del corpo con la ginnastica non fosse sufficiente. Ricordiamo che, a quei tempi, la ginnastica era molto più importante che ai nostri giorni, e che il maestro di ginnastica era ritenuto superiore perfino al medico. Il maestro di ginnastica aiutava a mantenere la salute e a non ammalarsi, mentre il medico doveva intervenire solo per curare malattie, che si riteneva fossero conseguenze del mancato rispetto delle regole da lui proposte. Lo Stato avrebbe dovuto dare alla cultura musicale almeno tanta importanza quanta ne dava alla cultura ginnica, in quanto la ginnastica cura il corpo, mentre la musica cura l'anima. Platone scriveva:
“ Colui che sa fondere insieme nella migliore proporzione la ginnastica e la musica, e riesce a trasferirle nella sua anima in misura equilibrata, quest'uomo lo potremmo ben chiamare musico perfetto e perfettamente accordato.“
Il filosofo manifesta il suo amore per la musica con un bellissimo mito, da lui stesso creato, ed esposto nel Fedro. Musica significa l'arte delle Muse e il musico è l'amante delle Muse e della loro arte. Ed ecco il mito: “Non conviene davvero che un uomo amico delle Muse non abbia sentito parlare di questo. Si dice che le cicale un tempo fossero uomini, di quelli che vissero prima che nascessero le Muse. Ma una volta che nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni degli uomini di quel tempo furono colpiti dal piacere a tal punto che, continuando a cantare, trascuravano cibi e bevande, e senza accorgersene, morivano. Da loro nacque, in seguito a questo, la stirpe delle cicale, che dalle Muse ricevette il dono di non avere bisogno di cibo fin dalla nascita, ma cominciare a cantare subito senza cibo e senza bevanda, e così fino alla morte, e dopo, di andare dalle Muse.“
Già Pitagora considerava la musica come rivelazione dei numeri e degli accordi musicali, e quindi dei fondamenti dell'essere delle cose. E riteneva che le sfere celesti si muovessero producendo una musica celeste. Platone, infine, presentava la struttura ontologica dell'Anima cosmica (e implicitamente quella delle anime singole) creata dal Demiurgo sulla base degli accordi musicali. In età moderna, Schopenhauer scriveva:
“Sempre la musica esprime solo la quintessenza della vita e dei suoi fatti, mai questi stessi...Proprio questa universalità ad essa esclusivamente propria, nonostante la più esatta determinatezza, le conferisce l'alto valore che essa ha come panacea di tutte le nostre sofferenze.“ Dirà Dario del Corno che soltanto a condizione di accettare la qualità assoluta del pensiero mitico, evitando di emarginarlo del ghetto della mente primitiva, sia possibile chiedersi obiettivamente quali significati abbia il vistoso favore che il nostro tempo ascrive ai miti. Lasciamo perdere l'abuso del termine nell'enfasi del linguaggio cronachistico, tanto innocuo quanto banale: ma anche a livelli culturalmente più maturi l'interesse per l'universo mitico costituisce una tendenza tanto diffusa quanto difficilmente decifrabile. Conviene scartare l'ipotesi che lo iscrive in un'apatica rinuncia alla razionalità o alla storia, all'insegna di seduzioni regressive: ma può darsi che la crisi della ragione o il deragliamento delle letture finalistiche dell'accadere storico contribuiscano alla persuasione di trovare un sistema di riferimenti nella figura simbolica e sincronica del mito, che annulla la logica del particolare nella pervasiva allusione all'universale. D'altra parte, la nativa creatività della mente mitica si è irrimediabilmente perduta, da quando la cultura occidentale ha criticamente fondato l'idea stessa di mito. Alla produzione dell'archetipo mitico appartiene l'ignoranza di essere tale: e una volta che si sia verificato il passo fatale della consapevolezza, la reviviscenza del mito non può che affidarsi all'elaborazione del modello, trasformandolo secondo nuove esperienze e esigenze. Il mito esiodeo e eschileo di Prometeo produce, alla fine di un lungo percorso, il Prometeo di Kafka: incatenato alla roccia non più per gridare la propria rivolta, ma perché il motivo della sua pena venga dimenticato da tutti e da lui stesso, e di tutta la sua storia non rimanga altro che un'inesplicabile montagna. Il mito è un sistema “aperto“, che ha tra le sue prerogative la metamorfosi: esso reinventa originalmente il proprio racconto ogni volta che viene raccontato. In tale processo riproduttivo la sopravvivenza di tutte le storie mitiche si identifica con la loro rinascita; e la ricezione del mito diventa rivelazione delle valenze simboliche in esso potenzialmente contenute. Può, infine, essere questa la spiegazione ultima dell'incapacità di creare nuove mitologie, che impone al nostro tempo di rielaborare i miti antichi. La dura legge della società produttiva, la norma del comportamento etico – o comunque la sua simulazione – impongono che ogni azione abbia un obiettivo, che a ogni individuo tocchi un ruolo. In questo ingranaggio l'assurdo è un'aberrazione che si merita ogni condanna. Ma nell'universo mitico l'assurdo è la frontiera che dischiude la rivelazione dell'assoluto. I grandi personaggi “mitici“ dell'era storica, Amleto e Don Giovanni, Faust e Don Chiscotte nascono come racconto di una tensione totale , e dunque assurda verso l'assoluto. Questo spasimo li costringe a uscire dalla convenzione sociale, e sottrae la loro azione al condizionamento della razionalità. Essi attraversano il mondo come un paradigma dell'eccezione, e in questo tragitto solitario acquistano la maestà del simbolo che ignora il significato del proprio messaggio. Sarà il tempo a rivelarlo, quando il segmento della loro esperienza si è consumato: poiché il mito inizia la sua vita vera dopo che si è sedimentato nella memoria collettiva e esso disdegna il culto dell'attualità e i suoi canali di comunicazione. Parimenti i seguaci di Aristotele dicono che parte dei loro scritti siano esoterici, parte essoterici, cioè destinati al pubblico. E i fondatori dei culti misterici, filosofi, nascosero le loro dottrine sotto i miti, sì che non a tutti fossero manifeste. Ebbene, se quelli celarono umano sapere e impedirono ai profani di accedervi, non era forse oltremodo opportuno che la contemplazione veramente santa e beata della realtà, come dice Clemente Alessandrino nei suoi Stromata, restasse occulta?
D'altro canto.
“Su queste cose non c'è un mio scritto, e non ci sarà mai“, ammonisce Platone...

Opus Minimum
Aleksander Rojc
R\L\Nazario Sauro 527 GOI, Trieste

[1] ORFISMO: movimento religioso misterico greco, che prometteva salvezza agli iniziati dopo la morte. Mirava alla purificazione mediante la castità, l'astinenza dalla carne e dal sangue. In rapporto con i misteri dionisiaci influì su Pitagora e Platone – si pensi al tema del corpo inteso come 'carcere dell'anima'. L'ORFISMO era anche un movimento artistico francese sviluppatosi negli anni 1910-1920. Il termine fu coniato da G.Apollinaire nel 1912 per definire la pittura di S.R.Delaunay, che scomponeva la forma basandosi sul dinamismo ottico e cromatico.


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