26 aprile 2010

- IL MAGLIETTO E LO SCALPELLO


Con l’Iniziazione massonica si ritrova la “Libertà di pensiero” e con gli “Utensili” che ci verranno forniti durante il viaggio taglieremo “la nostra pietra” così come ciascuno di noi la intende. Proseguendo il nostro viaggio nel vasto mare della simbologia massonica, approdiamo sulle sponde di altri due simboli che saranno essenziali per svolgere il nostro lavoro: il maglietto e lo scalpello: strumenti di lavorazione per la “nostra pietra”. Il maglietto è il primo strumento col quale entriamo in contatto all’inizio del nostro percorso; durante la cerimonia di Iniziazione il Fratello Esperto, su indicazione del Maestro Venerabile, ci conduce alla pietra grezza sulla quale cominciamo a battere 3 colpi ritmici, ordinati e non tesi a frantumare. Possiamo affermare che il maglietto rappresenta la volontà spirituale che attualizza e regola la conoscenza sottintesa dal gesto. E’ strumento con cui si esprime il potere sulla materia; simboleggia l’energia e la potenza, ma anche la costanza del lavoro per raggiungere il risultato desiderato. Corrisponde alla presenza di spirito, ovvero alla capacità di agire rapidamente e appropriatamente sulla materia, al controllo di se stessi, ovvero a riuscire a dosare la forza del movimento, alla perseveranza, ovvero al non fermarsi malgrado la fatica, e al coraggio, ovvero alla determinazione di rompere schemi precostituiti. In breve diremo che: il Maglietto rappresenta la forza di volontà, la ferrea determinazione ad agire per il bene, secondo quanto dettato da Virtù e Coscienza. Ma la a forza col tempo non basta, il lavoro necessità di una maggiore precisione ed occorre ricorrere allo scalpello. Esso è simbolo di una conoscenza che distingue, cioè della facoltà di scegliere volontariamente in base a motivazioni serie, scaturite dalla ragione e oggettivamente verificabili. Se il lavoro di taglio rappresenta un aspetto negativo in riferimento alla caduta del superfluo, è al contempo positivo, in quanto sottraendo cerca di dare alla pietra la forma cubica che noi vediamo. Simbolo di determinazione, lo scalpello, è l’utensile del discernimento, virtù fondamentale in ogni ricerca in cui vi sia la volontà di pervenire a un’opera correttamente compiuta. In breve possiamo sostenere che : lo Scalpello prefigura il discernimento, cioè la capacità di distinguere le parti utili della pietra, essenziali alla costruzione, da quelle inutili. Non a caso, discernimento deriva dalla radice latina sec, da secere, tagliare (da cui dissecare, scelta, sacro, ecc.). L’Apprendista deve sapere trovare in sé il coraggio e la forza necessari a “scolpire” la pietra, ovvero sé medesimo. Alcune “asperità” potranno essere difficili o dolorose da togliere, specialmente quando il Massone dovrà rispondere del proprio lavoro al più severo dei giudici: se stesso. La combinazione forza di volontà e capacità di discernimento produce il graduale perfezionamento dell’opera attraverso l’ interazione dei due strumenti. Così, se il Maglietto esprime la volontà di agire, lo Scalpello simboleggia la conoscenza e la scelta di ciò che deve esser fatto, di contro a ciò che deve essere evitato. Se la Squadra e il Compasso ci ricordano l’indissolubile legame fra Materia e Spirito, fra Terra e Cielo, lo stretto legame fra macrocosmo e microcosmo, il Maglietto e lo Scalpello ci indicano come la combinazione fra l’azione e il pensiero sia la strada per il compimento dell’Opera. Se il Massone vive fra la Squadra e il Compasso, lavora con Maglietto e Scalpello.
Enzo Heffler

20 aprile 2010

- IL RAPPORTO FILOSOFIA - MAGIA


La magia si affaccia per la prima volta sul panorama filosofico con il neoplatonismo ed in particolare con Plotino . Fino ad allora era prevalsa la concezione aristotelica del sapere per il sapere , ossia del vedere nel sapere in quanto tale un valore in sè : d'altronde la filosofia era nata in Grecia proprio con questo scopo , l' indagare la realtà senza però operare su di essa , bensì raggiungendo un sapere solido e personale . La filosofia non serve a nulla e proprio per questo é il più nobile dei saperi diceva lo Stagirita . Ora il neoplatonismo vede la realtà come livelli legati da complesse relazioni e comincia a nascere l'idea , presupposto fondamentale della magia , che l' intero mondo sia un' armonia e che toccando la corda giusta si possano avere risultati su altre "aree" della realtà ; si pensa l'intera realtà come un insieme di segreti e di corrispondenze . D'altronde Plotino condivideva la dottrina stoica del legame di simpatia tra tutte le cose e ciò non può che condurre a porre l'ulteriore questione dell' efficacia delle operazioni magiche . Per quel che riguarda gli effetti magici sul corpo Plotino , conformemente del resto alle credenze diffuse nel suo tempo , pare disposto a riconoscere questa efficacia ; diversa é la questione dell' anima : solo quella irrazionale , in quanto collegata in maniera più stretta al corpo , può subire l'influsso della magia . Ma , d'altra parte , attribuendo un maggior potere all' anima razionale , propria dell' uomo , Plotino può individuare in essa lo strumento capace di reagire alle forze magiche ostili e dissolverle , rendendole del tutto inefficaci . Tuttavia va ricordato che uno scrittore latino originario dell' Africa , Apuleio , si era già occupato in qualche modo di magia : nel 158 a Sabrata , presso Tripoli , egli subisce un processo per magia . Apuleio nega che gli siano imputabili operazioni magiche , ma , attenzione , non esclude la possibilità della magia , anche ricordando che in persiano "mago" significa sacerdos . Nelle sue Metamorfosi le pratiche magiche sono rilevanti nello sviluppo della vicenda : come Lucio, il protagonista dell' opera trasformato in asino , Apuleio non era forse insensibile alla curiositas per queste operazioni . Quella di Apuleio rimane comunque una trattazione embrionale del concetto di magia , più che altro a livello letterario , ben lungi dall' esposizione neoplatonica . Ma la magia troverà un terreno di sviluppo fertilissimo nel Medioevo e , soprattutto , vedrà in Ruggero Bacone un suo strenuo difensore : egli condivide con il francescano Adam Marsh il senso del pericolo di un avvento dell' Anticristo , mago capace di approfittare delle discordie che tormentano il mondo cristiano e servirsi del potere della sapienza per trasformare ogni cosa in male . L'idea del sapere volto a mutare la realtà é fortissima in Ruggero Bacone : egli sostiene di aver individuato la "vera magia" , che opera in conformità alle operazioni della natura e della tecnica e può dare un contributo alla scienza . Il ricorso ad essa é essenziale per il sapiente nel suo rapporto con il mondo degli incolti , dei simplices : per diffondere il suo sapere ed educare il mondo dei semplici il vero sapiente deve assumere la veste esterna del mago , ricoprire di un velo i principi della scienza e della tecnica e trasmetterne soltanto i risultati , in modo che anche gli incolti possano usarli bene sotto la guida dei sapienti e della Chiesa , punto di riferimento essenziale della filosofia baconiana e medievale . Ma é nel Rinascimento , forse ancora più che nel medioevo , che prolifica l'arte magica e trova sostenitori entusiasti in pensatori quali Marsilio Ficino o Pico della Mirandola , il vivace ingegno dell' Accademia fiorentina , o Giordano Bruno , l' irrequieto nolano autore di un De magia . L'attenzione generale di cui gode la magia in questo periodo é da ricercare essenzialmente nello spirito degli umanisti , desiderosi di esaltare la libertà e la potenza dell' uomo in tutte le sue sfumature e , indubbiamente , l' idea di poter operare sulla natura non può che piacere . Ma se in Ficino la magia e l'astrologia vengono considerate non già manifestazioni di superstizione , ma tecniche pienamente legittime , rivolte o allo studio dell' ordine naturale ( l'astrologia ) o alla realizzazione del dominio dell' uomo sulla natura ( la magia ) , per Pico le cose stanno diversamente : egli apprezza con estremo entusiasmo le arti magiche , che consentono all' uomo di dominare la natura imponendosi su di essa , proprio perchè vi scorge una esaltazione del libero arbitrio umano , ma non può assolutamente accettare l' astrologia : l' idea che tutto sia prevedibile tramite la consultazione degli astri é un' evidente limitazione del libero arbitrio umano , che trova invece la sua massima esaltazione nella magia . Un discorso simile vale per Giordano Bruno , che arriva perfino a vedere la matematica come un qualcosa assai vicino alla magia : non a caso il processo che lo porterà a bruciare vivo sul rogo il 17 febbraio 1600 comincia con l' accusa da parte del nobile veneziano che lo ospitava e pare che egli lo abbia denunciato per dispetto , in quanto Bruno gli aveva promesso di insegnargli la magia - matematica , ma lui era insoddisfatto degli insegnamenti . Al di là di questa vicenda personale , é interessante notare l' interessamento di Bruno per la magia , ossia la capacità di trasformare la realtà : da un passo di Bruno emerge che cosa egli effettivamente intendesse per magia ; il passo dice : grande magia sarebbe quella di uno che fosse in grado di passare dall' unità alla molteplicità e dalla molteplicità all' unità .La magia é da lui intesa come capacità di cogliere i meccanismi secondo i quali l' unità si articola nella molteplicità , e la molteplicità é tutta "ricomposta" nell' unità . In un altro scritto il Nolano dà una definizione del mago , colui che esercita le arti magiche : magus significat sapientem cum virtute agendi . La magia , spesso circondata nei secoli precedenti di un' aura demoniaca , diventa nel Rinascimento la positiva scienza della trasformazione , segno concreto del dominio dell'uomo sugli elementi . Possiamo addurre esempi anche in campo letterario : pensiamo al celeberrimo poema dell' Ariosto , l' Orlando furioso : per tutto il poema aleggia un clima magico e il personaggio in cui meglio si può ravvisare la presenza del magico é Astolfo , l' alter ego dell' autore , l' intrepido cavaliere munito di un corno capace di atterrire i nemici col suo suono assordante , colui che sale sulla luna in groppa all' ippogrifo per recuperare la ragion perduta di Orlando . Ma va subito specificato un particolare : Astolfo , pur avvalendosi quasi esclusivamente di oggetti magici , muove sempre e solo verso fini razionali . Anche nel poema del Tasso , La Gerusalemme liberata , vi é in qualche misura presente la magia , sebbene in modo meno radicale e diffuso che nell' Ariosto : il valoroso Rinaldo viene incaricato , sul finale dell' opera , dal "pio" Goffredo di "disincantare" il bosco popolato da elfi , nani fate e quant' altro . Tuttavia é sulla Tempesta di Shakespeare che dobbiamo soffermare la nostra attenzione : considerata il momento conclusivo , il punto d' arrivo ed in un certo senso il sigillo della creazione artistica del poeta , la Tempesta , opera a cavallo tra il '500 e il '600 , ripropone la questione del magico . Nel bel mezzo dell' Oceano , su un' isola sperduta , dimorano Prospero e sua figlia Miranda , allontanati dal ducato di Milano per mano del fratello di Prospero , invidioso del potere concentrato nelle mani di Prospero stesso . Prospero , che é l'alter ego dell' autore alla pari di Astolfo per l' Ariosto , si destreggia con estrema abiltà tra gli oggetti magici e ha perfino come alleato un piccolo spiritello dell' aria , Ariele : servendosi del proprio mantello magico egli fa naufragare sull' isola stessa in cui dimora la nave con a bordo il perfido fratello , il suo equipaggio e l' alleato re di Napoli per poi potersi riconciliare con lui ; sempre con i suoi poteri magici egli fa in modo che il bel Ferdinando , figlio del re di Napoli , e sua figlia Miranda si innamorino e si sposino . L' Astolfo ariostesco e il Prospero shakespeariano , oltre al fatto di essere alter ego degli autori , presentano evidenti analogie : entrambi sono personaggi fittizi che danno spazio alla fervida fantasia dei poeti ed entrambi si servono delle arti magiche esclusivamente per muovere verso fini razionali . Tuttavia tra i due intercorre un' enorme differenza , talmente grande che ha portato alcuni a definire la Tempesta come vero e proprio testamento letterario di Shakespeare : mentre Astolfo tra gli strumenti magici si trova perfettamente a proprio agio , tanto da sembrare nato apposta per loro , e non si sognerebbe mai di separarsene , Prospero , al contrario , sul finire dell' opera rinnega la magia , una scienza che egli non esita a definire "rozza" , preferendo avvalersi delle sue forze , "poche" , come egli afferma , piuttosto che degli incantesimi e dei libri magici con i quali chiunque può dominare sugli altri e che , soprattutto , se mal usati possono rivelarsi funesti . Ed é proprio il netto rifiuto della magia che fa della Tempesta il vero testamento spirituale di Shakespeare e che lo inquadra pienamente nel clima culturale che si stava respirando nell' Europa e , soprattutto , nell' Inghilterra di inizio '600 . Infatti il XVII secolo segna il prevalere della matematica e la riscoperta della ragione , caduta un pò nell' oblìo nel medioevo quando aveva ceduto il passo alla mistica e alla fede . Certo nel 1600 , così come con qualsiasi altra scoperta , si finì per entusiasmarsi eccessivamente e in modo un pò ingenuo per la ragione , tanto da proclamarla onnipotente , senza sottoporla ad un più critico esame . senza porsi l'interrogativo "quanto può la mia ragione?" . E' evidente che , paradossalmente , questo acceso entusiasmo acritico per la ragione finisce per diventare irrazionale proprio perchè non ci si chiede neanche se essa abbia o meno dei limiti . Sarà poi nel 1700 , con l' avvento dell' illuminismo , che si sottoporrà la ragione ad un più critico esame , sebbene già Locke nel '600 avesse avuto l'intuizione : ecco allora che Kant istituirà un vero e proprio tribunale della ragione , dove la ragione é allo stesso tempo imputato e giudice : imputato nel senso che si indaga su quali siano i suoi limiti e il suo campo di applicabilità , giudice nel senso che é proprio lei che indaga e giudica se stessa ! Certo questa smisurata fiducia nella ragione umana , che sarà tipica di pensatori quali Cartesio , Spinoza e Hobbes , é ben lungi dall' investire il pensiero di Shakespeare , tuttavia egli ne risente quando avverte l'incompatibilità e la rozzezza della magia , un' arte che esula totalmente dal rigore della ragione umana . Non si può poi fare a meno di citare uno dei più acerrimi nemici della magia , un contemporaneo e compatriota di Shakespeare , Francesco Bacone ( da non confondere con il medievale Ruggero ) . Francesco Bacone , volendo rifondare il fatiscente edificio del sapere in modo razionale ed efficace , si ripropone di buttar giù l'antica costruzione che poggiava su fondamenta mistiche e magiche per riedificare il tutto su basi razionali e stabili , che segnano il passaggio di secolo (dal '500 al '600 ) . Ed egli ravvisa nella magia qualcosa di arazionale e incompatibile con il nuovo secolo , caratterizzato dall' imperare della ragione umana : ecco allora che occorre assolutamente staccarsi dalla magia , che si era pienamente affermata nel medioevo e ancora di più nel Rinascimento . Francesco Bacone accetta l'idea tipica della magia del sapere per potere , il sapere volto ad avere risvolti sulla realtà ed é altresì convinto che il sapere per sapere di stampo aristotelico non serva a nulla , tuttavia non può accettare che questo sapere sia estraneo alla ragione e sia riservato ad una stretta cerchia elitaria : il mago , lo stregone e così via . Il sapere deve essere un bene comune , dice Francesco Bacone , perchè comune a tutti gli uomini é la ragione , di cui tutti disponiamo nella stessa misura : se qualcuno fa più strada di altri é solo perchè la conduce con un metodo migliore ; é l'idea tipica del 1600 . Ecco allora che con Francesco Bacone il sapere diventa un bene comune a tutti gli uomini e i progressi non vengono effettuati da singoli dotati di eccezionali capacità , bensì sono frutto di un sistematico lavoro di gruppo . Il sapere non deve essere trasmesso in modo oscuro , come facevano i maghi , riprendendo una tendenza di matrice eraclitea , bensì deve essere comprensibile per tutti e va quindi espresso nella lingua nazionale . Con Francesco Bacone assistiamo ad un evento importantissimo : il passaggio da magia a scienza , dove a lavorare per produrre non é più il singolo , ma l' equipe . Rimane comunque fortemente radicata l'idea del sapere per potere , che poi caratterizzerà la rivoluzione industriale , della quale Francesco Bacone é considerato precursore teorico . E l'idea secondo la quale la magia sarebbe un sapere rozzo e primitivo é coglibile nella Tempesta di Shakespeare che , per molti versi , può essere vista come emblema del passaggio di secolo : nel momento in cui Prospero rinnega le arti magiche e si separa dai suoi strumenti e dai suoi sortilegi può essere visto in chiave simbolica il passaggio da 1500 a 1600 . D'altronde vi fu anche chi sostenne che Francesco Bacone e Shakespeare fossero la stessa persona , ipotesi poco accreditata dalla veridicità storica e più che altro consolidata dalla tradizione leggendaria . La critica baconiana alla magia trova la sua massima espressione nella Nuova Atlantide , rimasta incompiuta : Francesco Bacone e i suoi compagni di viaggio naufragano e approdano per caso sull' isola di Bensalem , al cui governo vi sono gli scienziati , e non i filosofi , che erano stati da Platone posti al vertice della sua società utopica . Si tratta di una vera e propria tecnocrazia , dove , tuttavia rimangono degli elementi magici e misteriosi , che Bacone lo sapesse o no : d'altronde egli risente molto della tradizione magica anche nel linguaggio di cui si serve : nella sua lotta contro i pregiudizi ( idola ) , parlerà di idola tribus e di idola specus , termini molto prossimi al linguaggio magico .
Diego Fusaro

15 aprile 2010

13 aprile 2010

- LA SQUADRA E IL COMPASSO.

In sintesi, possiamo sostenere che mentre la Squadra raffigura la rettitudine nell’azione, il Compasso simboleggia la misura della ricerca; proviamo però a cambiare il punto di osservazione, cercando di studiare la loro interazione. Nei lavori in Grado di Apprendista la Squadra copre le aste del Compasso perché in questo Grado non si può chiedere al neofita che sincerità e fiducia, conseguenze naturali della dirittura e della rettitudine che lo hanno fatto ammettere fra i Liberi Muratori. Alla Squadra, strumento passivo e ricettivo che ci consente di controllare il lavoro svolto sulla pietra, che da grezza sta diventando cubica, possiamo anche accomunare l'immagine della Materia; al Compasso, strumento attivo che sotto la guida del nostro pensiero ci consente di modificare la materia, possiamo invece collegare il concetto dello Spirito. Partendo da questa nuova rappresentazione dei due simboli, possiamo cercare di interpretare la posizione che hanno assunto in questo Grado nel quale la Materia prevale ancora sullo Spirito: siamo all’inizio del nostro cammino iniziatico e i rumori della profanità non ci hanno ancora abbandonato. Tenendo ben presente la loro interazione - perché muterà nel nostro percorso spirituale, esprimendo la nostra crescita, i nostri cambiamenti, i nostri pensieri - possiamo fare subito un passo avanti: riflettendo su Materia e Spirito, si può infatti sostenere che la Materia si associa alla Terra mentre lo Spirito si lega al Cielo. In questo modo i due simboli ci ricordano l’indissolubile legame fra Materia e Spirito, fra Terra e Cielo; lo stretto legame fra macrocosmo e microcosmo. Poiché nell'Officina ogni simbolo, ogni nostro movimento ed ogni nostra postura non sono frammenti del caos ma elementi determinati dalla “necessità” del Rito, abbiamo la forza di affermare che queste sono alcune delle ragioni per cui questi due simboli sono posti sopra il Libro della Legge Sacra. I due simboli associati ci esortano a rimanere nei limiti del ragionevole: essi si riferiscono infatti ai doveri del Libero Muratore verso il Mestiere e verso se stesso, ricordandogli che lo Spirito non esiste senza la Materia, né questa senza quello, ed invitandolo ad evitare tutti gli estremi, che possono far cadere nel materialismo o in una forma di eccessivo misticismo. Per questo motivo i due simboli sono dei Moniti, dei "promemoria" che ci ricordano con i loro messaggi le ragioni della nostra libera scelta, una scelta che ci impone un lavoro continuo, duro e faticoso per cercare di migliorarci. Il Libero Muratore vive, così, “fra la Squadra e il Compasso”.
Enzo Heffler

8 aprile 2010

- La Morte «Rito di Iniziazione»


L’uomo, non appena si affaccia sulla soglia della vita, inizia la sua partita a scacchi con la Morte. La Signora con la falce muove i suoi pezzi con grande maestria. Così incomincia l’atavica sfida che si combatte sulla scacchiera cosmica; un immenso insieme di figure geometriche: quadrati e losanghe, a colori alternati, bianco e nero, che rappresentano le forze contrarie che si confrontano nella lotta per la vita, sia nella costituzione della persona, sia dell’universo. L’esito della partita è scontato: l’uomo subirà scacco matto.
Tutti noi abbiamo dato vita da tempo a questa sfida. La Morte ci concede il privilegio della prima mossa. Il riverente terrore che le permettiamo di incuterci, ci vede irrimediabilmente perdenti ancor prima che la partita si concluda. La parola morte, la fonetica stessa di quel sostantivo, ci induce a prostrarci davanti a lei, ad arrenderci ancor prima che il suo alito ci abbia sfiorati. Il pensiero della morte ha il potere di annichilirci, di raggelarci. In quelle case dove la nera parca ha falciato il fieno, i suoni sembrano attutiti, soffocati. Tutto è sommesso. L’olfatto percepisce l’odore acre del suo passaggio. Ai bimbi è vietato giocare, sorridere. Gli adulti hanno gli occhi infossati dal dolore, arrossati dal pianto. Tutto è gelo, cambiano i sapori delle pietanze: al palato ricordano il profumo dei crisantemi, l’odore della terra fradicia appena smossa. Terra nera, che sa di dolciastro, ammucchiata ai lati di una fossa ancora vuota. Uno spazio angusto che presto sarà colmato. Anche i colori dei fiori più belli, in quei giorni, sembrano spenti. Il Sole non riscalda i cuori di coloro che la morte ha privato degli affetti più cari.
Scheletro e falce
Vita e Morte camminano fianco a fianco. Ci accompagnano, mano nella mano, sulla sottile linea del destino. Alla vita ci si affida con totale fiducia, certi della promessa del domani. Alla morte questa fiducia viene negata. Il suo «domani », il dopo, è incerto. Siamo portati a considerare la promessa di una esistenza ultraterrena, da viversi in una dimensione spirituale, troppo labile per affidarci serenamente alla morte. Il «fiume» che ci apprestiamo ad attraversare è troppo impetuoso, l’altra sponda è nascosta dalle brume, l’ignoto ci terrorizza. Ma se avessimo la certezza che su quella sponda potremo proseguire nel nostro cammino, la morte non ci farebbe più paura.
Nell’iconografia, la Morte, è stata rappresentata come figura implacabile, dall’aspetto diabolico, paralizzante. Nell’infanzia ebbi modo di farmene un’immagine ben connotata. L’avevo vista raffigurata in un affresco: uno scheletro che cavalcava con fierezza uno spettrale destriero nero. In una mano, la Morte brandiva la falce, nell’altra una clessidra. Lo sguardo, seppur spento nelle vuote occhiaie, aveva una strana espressione: la mascella, semiaperta, scopriva una dentatura tormentata, giallastra. La Morte sogghignava. Sullo sfondo, le torri in fiamme di un castello. Era passata seminando la disperazione. La stessa che provai quando si prese mio padre. La Morte era entrata nel mio immaginario: un vento gelido, un sussurro che udivo nelle notti insonni, quando mi nascondevo sotto le coltri per non udire scalpitare quel cavallo nero. Poi si manifestò ancora. Lo faceva continuamente. E il rito si ripeteva: la visita al defunto, le stesse lugubri atmosfere, gli stessi odori, lo stesso gelo che avvolgeva tutto e tutti. Con l’adolescenza quella tetra immagine andò sbiadendo. A quell’età la Morte non ci spaventava. Eppure non mancavano messi da falciare. Noi sognavamo la vita e il nostro domani era tinto a colori sgargianti. Quando la morte si manifestava, era un fatto che riguardava gli altri. A volte lo faceva in maniera plateale. Si abbatteva all’improvviso su uomini e cose. Ciò avveniva in paesi lontani. A volte la incrociavamo sulle strade, durante le nostre scorribande in automobile. Lei era già passata. Unica traccia: le lamiere contorte di una vettura accartocciata. Come in un messaggio subliminale, lei ci appariva per una frazione di secondo, forse a ricordarci che non si era certamente dimenticata di noi e che non ce lo dovevamo scordare. Ma la linfa che scorreva come fuoco nelle nostre giovani vene aveva il sopravvento. Quell’immagine si dissolveva. Ci si rifiutava di pensarci. Rifiutavamo il concetto stesso di morte, fine di tutte le cose. Ci sentivamo eterni, immuni, al riparo da quel possibile incontro. Ci apprestavamo a far parte di una società che pronunzia la parola morte sottovoce, evitando il più possibile di parlarne.
Ignorare la morte
La Morte ci cammina a fianco e facciamo finta di ignorarla. Giornali, radio, televisione ci rammentano quotidianamente questa sua presenza. Da tempo immemorabile ci si batte per sconfiggerla. E’ una battaglia che combattiamo con le armi che ci vengono messe a disposizione dalla scienza, dalle nuove tecnologie. Curiamo in maniera quasi maniacale la nostra salute. Siamo costantemente alla ricerca dell’elisir di lunga vita. Lo scopo è quello di rimandare il più tardi possibile l’incontro con la vecchia Signora, con l’intento di escluderlo in maniera definitiva, tanto ci terrorizza. E allora evitiamo di parlarne, partecipando solo marginalmente al lutto altrui. A volte, disertando le esequie, ci illudiamo di poter esorcizzare la morte. Meno se ne parla, meglio è. Un’improvvisa dipartita, un lutto che colpisce amici, conoscenti, è qualcosa che cerchiamo immediatamente di cancellare dalla nostra mente. In questa società non c’è posto per la «cultura della Morte». Dice bene il Bianconi: «La civiltà della fretta, della tecnologia avanzata, del computer, teme la Morte in maniera incredibile. Paura per questo momento che tutti vogliamo il più lontano possibile c’è sempre stata, da Adamo in poi. Ma adesso c’è il terrore. Una volta, nemmeno troppi decenni fa, il tempo scandiva meglio il ritmo delle stagioni e anche la Morte era un’immagine meno spettrale. Oggi, guai! È subito incubo. Si sta rapidamente allentando, dove pure non è già sparito del tutto, quel senso di compartecipazione, di solidarietà e condivisione che un tempo univa tutte le contrade colpite da un lutto, l’intero paese e anche una valle.»
Oggi si muore in maniera asettica. Il trapasso, sempre più spesso, avviene fuori dalle mura domestiche, a volte senza il conforto dei propri familiari. La morte è un’ospite che può renderci visita all’improvviso. Per questo le si chiede la più assoluta discrezione. A volte si muore senza che nessuno se ne accorga, nemmeno coloro che abitano alla porta accanto. Appena scoperto il decesso bisogna cancellarne ogni traccia, come se la morte fosse un fatto di cui vergognarsi, un esecrabile accadimento che bisogna nascondere ad ogni costo; un fatto innaturale.
Proiezione verso la Luce
La morte è innaturale solo se la si considera la fine assoluta di tutte le cose, di ciò che è positivo, vivo: un essere umano, un animale, una pianta, una relazione, un periodo, un’epoca. Noi consideriamo la morte come il simbolo distruttore dell’esistenza. Sforziamoci di pensarla invece come vettore capace di proiettarci in un’altra dimensione, dove, abbandonato l’involucro corporale, lo spirito possa librarsi libero e vivere un’esistenza forse migliore di quella che ci siamo lasciati alle spalle. Dovremmo considerare la vita terrena come il preludio di un grande viaggio, una lunga navigazione che ci permetterà di uscire dalle dimensioni cosmiche, alla ricerca dell’immortalità, isola in un mare di Luce.
La Morte è detta «la Regina del terrore». Così la definisce Dion Fortune nel suo saggio «Attraverso i cancelli della Morte». «In essa - scrive l’autrice - consiste la punizione suprema con cui la legge punisce chi viola le sue regole. Cos’è dunque che rende un processo naturale così terribile? È forse la paura del dolore? No, non è questo, perché la scienza dispone di sostanze in grado di alleviare le nostre sofferenze. La maggior parte dei moribondi è serena nel momento del trapasso e solo pochi lo affrontano lottando. Cosa temiamo dunque nella morte perché essa sia per noi causa di dolore e paura? In primo luogo temiamo l’Ignoto. Come seconda cosa paventiamo la separazione dalle persone che amiamo.»
Se la nostra civiltà considera ancora la morte come un tabù, nel passato, l’approccio con essa era di tutt’altra natura. A testimonianza di ciò, i testi che ci sono stati tramandati: il Libro dei morti egiziano e quello tibetano. Il primo precede di oltre tremila anni il Bardo Thödol. (Bardo significa: «post morte» o «stato intermedio dopo la morte». Thödol: «liberazione mediante lo studio, ascolto, meditazione».)
«Fra i popoli dell’antichità - scrive Gregorio Kolpaktchy - nessuno ha manifestato per il mistero della morte un interesse così appassionato e così esclusivo come il popolo egiziano. Assorto nella ricerca della soluzione di questo assillante quesito, fin dagli albori della sua civilizzazione, l’antico Egitto organizzò tutta la sua vita politica, sociale e religiosa in funzione di questo problema; possedendo una tradizione esoterica risalente ad epoca immemorabile e disponendo di numerosi e ben organizzati centri iniziatici, credette poter dominare la stessa morte».
Per l’antico egizio la morte non era l’ultima tappa, la fine del viaggio, ma bensì la continuazione dell’essere intelligente. La teogonia egizia ha fatto della morte il tema stesso della vita. Il Libro tibetano dei morti ha origine dalle comunità buddiste grazie all’esperienza di alcuni Lama che in maniera diversa dagli Yogi indiani, hanno saputo plasmare la loro mente portandola ad uno stato di coscienza atto a sfatare, cancellandole, tutte le illusioni del post morte. Questo testo prepara i vivi al dopo morte, razionalizzandone il concetto. I tibetani definiscono «stati» di post morte anche altri momenti dell’uomo: la concezione, il sogno, e lo stato di profonda meditazione. «Dimmi quali sono i tuoi pensieri e ti dirò quali mostri, luci o tenebre vedrai e incontrerai nel post morte». L’anima, dopo il passaggio, ritrova la somma di tutti i pensieri espressi durante la vita. «Secondo il Bardo Thödol, - scrive Guglielmo Marino, autore del volume «L’uomo muore perché è immortale» - ogni immagine che il defunto incontra nel suo post morte è frutto di allucinazione della sua stessa mente, cioè un inganno della propria mente. L’allucinazione consiste nel fatto che il defunto, pur essendo già morto, persiste a credersi ancora in vita, non riuscendo a rendersi conto del suo trapasso in un altra dimensione». «La morte - sostengono i mistici - ha un valore psicologico: libera le forze oscure, negative e regressive, dematerializza e libera le forze ascensionali dello spirito. Se la Morte è figlia della notte e sorella del sonno, possiede - come sua madre e suo fratello - il potere di rigenerare» Nell’Antico Egitto era profondamente radicata la convinzione che l’uomo, nascendo sulla Terra, moriva per il mondo dell’Aldilà. Le potenzialità sovrumane di cui era dotato, subivano una specie di battuta d’arresto. Per rigenerarsi era necessaria una nuova nascita, che poteva avvenire solo con la morte terrestre. Ciò equivaleva alla rinascita dello spirito, al ringiovanimento dell’Ego profondo. Il defunto diveniva allora un nuovo nato nella «piena Luce del Giorno». Per l’iniziato egiziano la morte fisica non era altro che la logica metamorfosi della coscienza. L’anima varcava la soglia e iniziava il cammino dell’evoluzione per penetrare nei Mondi dell’Aldilà. Nel mito di Osiride gli egiziani vedevano il pegno di una vita eterna, aldilà della morte. Credevano che l’uomo sarebbe vissuto eternamente nell’altro mondo se i suoi cari avessero fatto per il suo cadavere quello che gli dèi avevano fatto per il cadavere di Osiride.
Rito d’iniziazione
Noi, seppur inconsciamente, facciamo le stesse cose, con analoghi intenti. Ricomponiamo i nostri morti. Celebriamo le esequie con un riguardo particolare, tenendo sempre ben presenti le abitudini, i gusti, le preferenze di coloro che ci hanno lasciati. Da qualche parte, anche se celata negli angoli più profondi del nostro subcosciente, non c’è forse la speranza che tutto ciò serva a facilitare «il passaggio», a favorire la «metamorfosi» di quel corpo che stiamo per seppellire o affidare alle fiamme? E non ci siamo mai domandati, in quelle circostanze, se è mai possibile che tutto finisca li, sotto qualche metro di terra o in una manciata di cenere?
Per poterci rigenerare, dobbiamo compiere il «rito di iniziazione». Con la morte ci si libera di tutto ciò che è terreno, comprese le pene e le preoccupazioni che la vita terrena comporta. Abbandonato questo stato di «imperfezione», s’inizia un processo di rinnovamento, al quale possiamo accedere solo se iniziati. Dobbiamo permettere che la metamorfosi si compia. L’iniziazione consiste nella accettazione della morte come «rito di passaggio». Dobbiamo abbandonare l’involucro (vita profana) per accedere ad una dimensione totale di Luce; dobbiamo levarci la benda. Facciamo nostre le parole di Wirth: «Il profano deve morire per rinascere alla vita superiore.» Nel suo racconto «Rivelazione magnetica», E. A. Poe chiede al suo immaginario interlocutore, il signor Vankirk: «l’uomo potrà mai ripudiare il corpo?» E Vankirk risponde: «Vi sono due corpi: quello rudimentale e quello completo, corrispondenti alle due condizioni del bruco e della farfalla. Ciò che noi chiamiamo morte non è che la dolorosa metamorfosi. La nostra incarnazione presente è progressiva, preparatoria, temporanea. L’incarnazione futura è perfezionata, ultima, immortale. La vita ultima è lo scopo supremo.» Questo passaggio tratto dai «Racconti straordinari» dello scrittore statunitense, ci porta di riflesso al simbolismo della crisalide e della trasformazione. Ci torna quindi naturale accostarlo alla camera segreta, al gabinetto di riflessione, da dove s’inizia la metamorfosi che dal buio ci porta alla Luce. La crisalide non è solamente l’involucro (il corpo) protettore, ma bensì uno stato transitorio fra due momenti del divenire. Essa comporta la rinunzia del passato (la materia) per la conquista di uno nuovo stato (lo spirito).
Simbologie
La Morte ha i suoi emissari: sono i simboli e i colori che la rappresentano. La falce, che appare nelle mani dello scheletro: strumento inesorabile che ci rende tutti uguali. La clessidra, che ci ricorda l’inesorabile trascorrere del tempo e che soprattutto non è eterno. Il colore nero, per noi occidentali segno inequivocabile di lutti e sciagure. Nella XIII lama questi simboli e colori assumono tutt’altro aspetto e sono estremamente significativi, eloquenti: rappresentano la morte come passaggio obbligato per rinascere a nuova vita. In questo caso la morte va interpretata come «iniziatica ». Essa falcia il paesaggio di una realtà che è solo apparente, falsata. La lama della falce è rossa, il paesaggio è tinto di nero. Quindi la falce come forza vitale, la vittima il nulla. L’arcano XIII prepara alla vita reale. Il nero e il rosso. Il primo, capace di assorbire tutte le radiazioni, non restituisce la luce. Evoca il caos, il cielo notturno, le tenebre terrestri della notte, il male, la tristezza le angosce, le paure, l’incoscienza, il nulla (realtà solo apparente). Il rosso (la falce) è il colore del fuoco e del sangue e da molte civiltà e popoli è stato considerato il principio della vita. La morte iniziatica come prefigurazione della morte fisica, dev’essere intesa come rituale per accedere a una nuova vita. Iconograficamente, la Morte, è da sempre stata personificata da uno scheletro. In alchimia esso è il simbolo del nero, della decomposizione. Ma colore e degenerazione della materia sono il principio della trasmutazione. In questo caso lo scheletro non rappresenta più una morte statica, uno stato irreversibile, ma una morte che diventa strumento per una nuova vita. Una morte mistica, iniziatica che simbolizza la putrefazione della materia, passo obbligato per accedere alla rinascita. Quelle che vengono definite «religioni misteriche», testimoniano di questa speranza, la rinascita. Ed infatti, i riti di iniziazione ai grandi misteri (Elèusi, Cibele, Mitra) erano, senza dubbio, simbolo di resurrezione di un ritorno alla vita attesa dagli iniziati. «La Morte, così poetica perché mette capo alle cose immortali, così misteriosa a motivo del suo silenzio» (Collin de Plancy «Dizionario Infernale»). Nel vasto repertorio del simbolismo, non mancano di certo segni che ci inducono a considerare la Morte «poetica» e «iniziatrice» di una nuova esistenza. La spirale, ad esempio, che ritroviamo riprodotta in tutte le culture, è uno dei simboli indicanti il viaggio dell’anima dopo la morte. In America, in Asia e Polinesia, le civiltà primitive vedevano rappresentate nella spirale le varie fasi del viaggio che l’anima del defunto doveva compiere verso la destinazione finale. I Germani la rappresentavano circondante l’occhio di un cavallo attaccato al carro del Sole. Il significato non dovrebbe meravigliarci: la sorgente della Luce o se preferite - parafrasando E. A. Poe - «lo scopo supremo».
Speranza universale
Una costante, quella della Luce, che per noi Massoni dev’essere motivo di profonda riflessione. Se è vero che nella nostra simbologia la Luce ha un’importanza essenziale, proprio perché la identifichiamo con lo spirito, con l’intelletto, non dobbiamo dimenticarci che la Luce, per noi, significa anche rinascita, vita e salvezza.
San Bonaventura definiva la Luce la «forma sostanziale di ogni corpo». E S. Giovanni: «Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Quella Luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.» Un canto attribuito ad Amenofi IV, sposo di Nefertiti, recita così: «Lodiamo il Signore Uno, padre della cosa Una e amiamo l’acqua che ci disseta e chiamiamo sorella la belva della notte, chiamiamo fratello il fuoco che distrugge e amica sorella Morte che ci riporta alla Luce del Signore padre della cosa Una.» Possiamo sopravvivere alla morte fisica? Questa è la domanda che probabilmente assilla l’uomo da sempre, fin dalla preistoria. Da quanto lasciano supporre i riti di quelle popolazioni primitive, possiamo dedurre che la vita dopo la morte doveva essere interpretata come una continuazione della vita terrena. Con le forme primitive di religione sono comparse le divinità dei morti «i guardiani dell’Aldilà», ai quali era necessario versare un tributo, affinché il passaggio si svolgesse senza tribolazioni, sempre che il trapassato si dimostrasse meritevole di tanto riguardo. Ci troviamo evidentemente di fronte ad una prova di giudizio prima di affrontare un’altra esistenza. E in questo caso i confronti con altre civiltà, con altre religioni si sprecano: come non constatare l’universalità di questa speranza di «rinascita», indipendentemente dal nostro credo, dalla nostra religione? Questa speranza si è sempre manifestata nella maggioranza degli esseri umani. La specie umana è portata a credere in un possibile aldilà, dando per scontato che alcuni aspetti della personalità sopravvivano alla morte del corpo. In Oriente vige la convinzione che il nocciolo della personalità sopravviva alla morte del corpo, per poi ritornare su questo mondo. Entrando in un altro corpo, il nucleo da vita ad un processo di rinascita, di reincarnazione; musulmani e cristiani credono a forme diverse di esistenza extraterrena.
L’immortalità
Contrariamente agli spiritualisti, i seguaci della filosofia materialistica negano che un qualunque aspetto della coscienza personale possa sopravvivere alla morte fisica. La loro tesi si basa sulla teoria che la mente sia soltanto una sorta di ombra dell’attività cerebrale. Secondo loro ogni attività mentale cesserebbe quando il cervello smette di esercitare la sua funzione. Ma quale cervello? Quello fisico-formale o quello eterico?
C’è un dialogo, tratto dalla teoria platonica dell’immortalità, in cui vengono descritti gli ultimi istanti della vita di Socrate. «In questo dialogo scaturisce l’ideale platonico di un uomo - scrive Russel - che è insieme saggio e buono al più alto grado, e che non ha alcuna paura della morte.» L’imperturbabilità di Socrate negli ultimi momenti della sua vita è indubbiamente legata alla sua fede nell’immortalità. E a proposito degli impedimenti del corpo, e delle conseguenze che a volte ne derivano, Socrate afferma: «Che cos’è la purificazione se non il separare l’anima dal corpo?»
Se l’uomo vivesse in simbiosi con la natura, se osservasse i miracoli quotidiani che essa sa produrre e se soprattutto si sentisse parte integrante di questo processo, i suoi dubbi sulla possibilità di una «rinascita» aldilà della morte fisica, potrebbero essere fugati.
Il seme che muore e si moltiplica, il suo simbolismo che prevarica i ritmi stessi della vegetazione, non sono forse un esempio dell’alternarsi dei ritmi di vita e di morte? I riti di iniziazione non hanno forse lo scopo di liberare l’anima da questa alternanza e di fissarla nella luce? Sofocle chiama tre volte beati coloro che in Elèusi hanno raggiunto e contemplato il télos: «Soltanto per loro - afferma - c’è vita nella morte.»
FULVIO REGAZZONI

30 marzo 2010

- Kamea di Venere.


29 marzo 2010

- Le sacre sinfonie del tempo.


" Dove c'è pluralità deve esserci conflitto; e sebbene il conflitto sembri una tragedia, la vera tragedia è l'ignoranza ".
Hazrat Inayat Khan

26 marzo 2010

- La Massoneria nel Regno di Napoli dal 1750 al 1789.


La Libera Muratoria italiana, nel 18° secolo, trae ispirazione da due diversi indirizzi: quello “inglese” e quello, operante in Francia, detto “scozzese”. La Massoneria Inglese, caratterizzata da tre gradi, è razionalista e liberale, ha una matrice originaria protestante, si presenta come un sistema morale separato dal credo religioso. Osteggia i vecchi ordinamenti politici assolutisti e favorisce Ia formazione di stati moderni sul modello delle monarchie illuminate o di quelle costituzionali. I propri adepti sono reclutati tra professionisti, intellettuali borghesi, proprietari e nobili imborghesiti. Essa nasce dalla antica gilda dei muratori e dalle compagnie di livrea, è costituita in Gran Loggia nel 1717 da alcune logge londinesi ed è istituita, in modo organico, nel 1723, dal dottor James Anderson che concepisce e scrive la Costituzione ed i Regolamenti.
Nel 1700, incontriamo, per la prima volta in Francia, una Libera Muratoria, soprannominata “scozzese”, non certo per provenienza geografica, ma perché concepita e praticata da gruppi di cattolici-stuardisti i quali avevano addizionati ai tre gradi originari una serie di cosiddetti “alti gradi”.
Nei rituali di tali gradi, erano presenti elementi di esoterismo e di occultismo, suggestioni ermetiche, alchimistiche, teosofiche e teurgiche. Queste suggestioni non mirano a contrastare lo spirito cristiano-cattolico introdotto nei rituali dagli stuardisti ed adottato da una certa massoneria cavalleresca creata da un tal cavaliere Ramsey, anzi si fondono con esso dando origine ad un misticismo esoterico di una tinta del tutto particolare. Chi veniva insignito degli “alti gradi” pretendeva di rappresentare l’aristocrazia della massoneria e di possedere conoscenze esclusive. Le riunioni avevano luogo in logge particolari chiamati “Capitoli”, “Consigli” o “Concistori” ed ivi venivano officiate cerimonie molto complesse in atmosfere mistiche e misteriose. Il patriziato settecentesco amò organizzare le proprie irrequietezze spirituali in questi complessi sistemi, ricchi di simboli e di allegorie, ispirati dal cristianesimo esoterico dei Rosacroce e dei Templari, densi di fasto cerimoniale, spesso “sinonimi di indigenza intellettuale”, ritenuti veicoli di esclusive conoscenze e di poteri spirituali annunciati, ma mai rivelati.
Questi due orientamenti saranno determinanti per la storia e lo sviluppo della muratoria partenopea durante tutto questo secolo: ora intrecciandosi, ora scontrandosi, ora fondendosi, determineranno tendenze culturali, aggregazioni sociali, scelte politiche. In Napoli, al tempo del conte di Harrach, viceré di Carlo VI d’Austria dal 1728 al 1733, esistevano Logge di militari austriaci. Queste Logge erano chiamate “Feldiogen”, logge di campo, prive di numero e di titolo, non stilavano verbali delle loro riunioni. Si può supporre che «ciascuna di esse riunisse fratelli di una stessa arma o nazionalità, o fatto non raro a quei tempi, di una medesima confessione cristiana». Michelangelo D’Ayala riferisce che nella biblioteca del principe di Belmonte era conservato un manoscritto anonimo, nel quale si leggeva: «I Liberi Muratori sino del tempo di Carlo III si erano introdotti in Napoli, ma si mantenevano in maniera nascosta e ristretti tra soli forestieri, che sotto tutt’altro pretesto si radunavano. Da principio un piemontese di mestiere acquavitaro ed un francese, mercante di seta furono ammessi. Costoro conosciuti a fondo i principi della società, pensarono di erigere una Loggia separata: infatti, l’anno 1745 eseguirono un tale immaginato disegno».
G. De Blasis scopri nel 1905 un documento, presso l’Archivio della Società napoletana di storia patria che confermava tale circostanza. Questo può essere considerato il più importante documento sulle origini della muratoria in Napoli e, forse, il più antico in lingua italiana. In esso si legge: «Allorché l’Armi Cesaree presero il possesso del Regno di Napoli (si riferisce al 1707) si introdussero in quella vasta città le logge dei Liberi Muratori, i quali celebrarono i loro misteri con cautela. Negli anni 1749, 50, 51 vi si stabilirono più logge e ne furono maestri reggenti il primo Lornage.... L’autore del documento citato dal De Blasiis è anonimo e si firma: “Curioso dilettante”. Il titolo per intero è: «Istituto ossia Ordine dè Liberi Muratori. Traduzione germana dall’idioma francese nell’italiano fatta che un Curioso Dilettante di novità, con i catechismi, Capitoli, Tavole di Disegni ed altre Cerimonie e Funzioni solite fassi nelle Università dè Muratori, con tutti i Segni e le parole antiche, e recentemente riformate con dissertazione Apologetica, formule di Patenti, ed alcuni discorsi soliti recitarsi nelle Logge, dai rispettivi oratori in tutte le ricezioni dei fratelli, ed in altre diverse occasioni, con il Ragguaglio dello Stabilimento dè Liberi Muratori nel Regno di Napoli 1749, 1753, 1765».
Dunque, mentre il Curioso Dilettante data la nascita della prima Loggia nel 1749, l’anonimo del manoscritte del Principe di Belmonte parla del 1745, tutti e due però concordano che un “francese” fu il primo Maestro Venerabile, Louis Lornage, così si chiamava “il francese” che era lionese, di mestiere “mercante di sete” come sostengono documenti del 1776, di religione calvinista. Dal manoscritto del Curioso Dilettante apprendiamo che la Loggia Lornage era formata da borghesi, qualche militare e molti inglesi e scozzesi. Pertanto, riteniamo che lavorasse secondo i rituali inglesi dei tre gradi simbolici ed avesse essenzialmente un carattere filantropico. Lornage iniziò nella sua Loggia diversi militari tra i quali l’Alfiere Zelaia, del Reggimento reale di Napoli, un sacerdote don Filippo Pattoni Nazari di Savigliano, qualche nobile, Don Domenico Vernier, aiutante di Camera di S.M. I militari, però, mal sopportavano d’essere rappresentati da un “borghesuccio” come Lornage, anche perché ritenevano «fosse necessario ammettervi persone di nobile e cospicuo casato che all’occorrenza proteggessero la loggia dalle opposizione governative». Non poteva certo, un piccolo borghese, un “bottegaio”, ricevere e tenere “sotto il proprio maglietto” nobili e militari di alto grado. Probabilmente fu questo il motivo che creò disarmonia nella Loggia; e nell’Aprile del 1750, Lornage fu “deposto” o come dice ancora il Curioso Dilettante, fu “escluso”. Ma sappiamo che questi due termini, “deposto” ed “escluso”, non hanno senso nella Libera Muratoria, quindi pensiamo che Lornage fu indotto a dimettersi ed al suo posto venne, unanimemente, eletto l’Alfiere Zelajia (o Zelaia). Questa a me sembra l’interpretazione pin verosimile dei fatti, anche perché Lornage non lascia subito la Loggia, ma come riferisce il Curioso Dilettante, «nel mese di Luglio dell’istesso anno 1750 su alcune differenze si disunì La Loggia Zelajia. I Fratelli Pattoni, Ocham e Carreras, abbandonarono la Loggia Zelajia ed insieme con Voaijcr, Lornagc e Fromentin Forestier ne fondarono un’altra alla quale presiede nuovamente Lornage». Questa Loggia si arricchì di nuovi fratelli, ma rimase sempre una Loggia della piccola borghesia. Invece, alla Loggia di Zelajia, che si riuniva nel palazzo del Marchese Aloise al Ponte di Chiaia, aderirono diversi militari ed alcuni nobili. Il primo ad essere ricevuto fu Gennaro Carafa, principe di Roccella, presentato da Don Domenico Venier, aiutante di Camera di Sua Maestà. «Indi furono ricevuti il Principe di S. Severo cd il Principe di Calvarusso, e molti altri». È importante tentare una interpretazione del contrasto tra Zelajia e Lornage, poiché aldilà di quello che può sembrare una bega di Loggia dettata da piccoli ambizioni, esiste un diverso modo di concepire la Libera Muratoria. A tale proposito Francovich scrive: «Ma questo dissidio tra Zelajia e Lornage, non è tanto un dissidio tra persone ambiziose, desiderose entrambe di primeggiare; si tratta evidentemente di un contrasto fondato sulla diversa provenienza sociale, che a sua volta provocava una diversa valutazione della Libera Muratoria.
Sembra chiaro che lo Zelajia, amico di principi e nobile lui stesso, volesse innestare alla massoneria inglese, dai tre gradi simbolici e dall’ideologia liberali la riforma scozzese che meglio corrispondeva alle ambizioni e al gusto degli aristocratici napoletani i quali da allora assumono la direzione della libera muratoria partenopea. Non solo, ma il groviglio degli alti gradi meglio serviva a celare gli interessi esoterici di alcuni nobili cultori della magia». Ma siamo sicuri che nella massoneria napoletana esistessero gli alti gradi? La risposta è affermativa. Infatti, Renato Soriga sostiene di avere trovato nell’Archivio Vaticano una parte del rituale per il grado di Maestro Scozzese. Il rituale è di quel periodo e fu stampato clandestinamente nella tipografia del Principe di San Severo. Inoltre, risulta che dopo lo scioglimento delle Logge nel 1751 per la scomunica papale, Carlo III abbia inviato al pontefice certi documenti dal Principe di San Severo. Questi manoscritti contenevano “la traduzione francese delle Costituzioni delle Logge d’Inghilterra, costituzioni qui (cioè a Napoli) capitate, ma non per ancora accettate” e gli Statuti di tre alti gradi: Maestro Scozzese, Eletto e della Sublime filosofia.
Ma chi aveva importato a Napoli gli alti gradi e da dove? «Abbiamo visto come lo scozzesismo nascesse e si affermasse, intorno agli anni ‘40, in Francia, dove una società aristocratica e fortemente gerarchizzata aveva anteposto il mito della cavalleria cristiana all’egualitarismo razionalista e deista del rito anglicano». Una delle prime Logge francese fu fondata da John Coustos, intagliatore di pietra, calvinista, famoso nella storia della Libera Muratoria perché, nel 1743, venne processato a Lisbona dall’Inquisizione, con l’accusa di svolgere proselitismo massonico, torturato e condannato al remo per quattro anni sulle navi portoghesi. Fu messo in libertà subito per l’intervento diplomatico dal governo inglese e si stabilì in Inghilterra. La Loggia Custos era una Loggia di tradizione inglese della quale faceva parte una certa nobiltà francese.
Quando nel 1747 Coustos lascia la Francia, gli succede come Venerabile Louis François Anne de Neafville, duca di Villeroy, parì di Francia, favorito di Luigi XV. La Loggia Coustos diventa la Loggia Villeroy e dai verbali, conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi apprendiamo che sono membri di questa Loggia 27 francesi e 41 stranieri. «Con il mutare del Venerabile, non è più la Loggia del borghese e protestante John Coustos, ma diventa ora la Loggia del duca di Villeroy; e questo cambiamento da una direzione borghese a una aristocratica, comporta l’abbandono della massoneria hannoveriana e l’adozione degli alti gradi». Scorrendo l’elenco dei fratelli, ci rendiamo conto che questa non è una semplice Loggia, ma una Loggia madre dalla quale Ia massoneria degli alti gradi si propaga per tutta l’Europa. Tra i fratelli stranieri c’è il barone Scheffer, fondatore dell’Ordine in Svezia; il principe Lumbomirski, uno dei fondatori della Loggia “I tre fratelli” di Varsavia; il principe Nariskin, fondatore della Loggia “Apollon” a Pietroburgo; Johann Daniel Kraft, fondatore della Loggia di Amburgo; ed anche il principe Gennaro Carafa della Roccella. È probabile, quindi, che sia stato Carafa a dare questo nuovo indirizzo anche alla Massoneria Partenopea. Tornando, adesso, alle vicende delle Logge napoletane, apprendiamo dal Curioso Dilettante che il principe di San Severo compie una fulminea e sfolgorante carriera poiché viene, quasi subito, proclamato dalla Loggia Zelajia, Gran Maestro dell’Ordine. «Ma avendo la Loggia Zelajia proclamato per Gran Maestro dell’Ordine, e in tale qualità riconosciuto il Principe di San Severo, ed essendo da questo ricercato Lornage e la sua Loggia a riconoscerlo per tale, dopo vane deputazioni e dibattimenti, sotto il 24 di Ottobre dell’istesso anno 1750 fu riconosciuto anche da questi per Gran Maestro interinalmente, però, sino al 24 Giugno 1751». Apprendiamo, altresì, che sempre quel giorno, cioè il 24 Ottobre 1750, la Loggia Lornage rimase incorporata in quella del Gran Maestro e che egli “nelle debite forme, sedendo in trono di re Salomone” creò la Loggia di Guglielmo Moncada, principe di Calvaruso. Dall’elenco degli affiliati si può dedurre che questa Loggia pur essendo presieduta da un principe aveva un carattere borghese e seguiva probabilmente la tradizione inglese. Era Primo Sorvegliante Lornage e Secondo Sorvegliante Fromentin, due calvinisti. Nella Loggia vi erano negozianti, militari, cattolici e protestanti, napoletani e stranieri. Sedevano tra le colonne ben tre ecclesiastici e come aggregato anche l’ambasciatore di Danimarca. Nel Febbraio del 1751, il Gran Maestro Di Sangro diede una Patente per aprire una Loggia al barone Henri Teodor Tschudi, cadetto nel reggimento svizzero. La Loggia si riuniva in casa del Maresciallo Leonardo Tschudi, zio del barone ed anche lui massone. II barone Tschudi diventerà una personalità nel mondo massonico del settecento poiché fonderà un proprio sistema massonico occultistico, chiamato la “stella fiammeggiante”, con propri simboli e rituali piuttosto complessi, ispirati all’ermetismo ed all’alchimia. Teodor Tschudi era un massone spiritualista, egli mirava alla rigenerazione morale dell’uomo, all’attuazione della “grande opera” degli alchimisti mistici. Probabilmente aveva avuto uno scambio di informazioni con il Principe Di Sangro attento studioso e sperimentatore di alchimia. Infine, anche il principe Gaetano Carafa della Roccella fu abilitato, con patente rilasciata dal Gran Maestro San Severo, ad aprire una loggia. In questo periodo «la massoneria era diffusissima a Napoli e, pur avendo fatto proseliti nell’alta nobiltà del Regno e negli ambienti di corte, essa non era venuta meno alla prerogativa di mescolare ceti diversi, affiancando nelle logge l’ufficialetto al maresciallo, il mercante al principe di sangue. Il gusto del mistero ed il culto della magia si confondevano con la mondanità e con la possibilità di entrare in dimestichezza con persone altolocate». Ma chi era San Severo? Chi lo sosteneva? Perché dopo una fulminea ascesa esce di scena in modo rovinoso per l’Ordine? Raimondo Maria de Sangro, Marchese di Castronovo, settimo Principe di San Severo, pari di Spagna era uomo di eccezionale fascino ed autorità. Antonio Genovesi nell’autobiografia cosi lo descrive: «È di corta statura, di gran capo, di bello e giovanile aspetto; filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche; di amabilissimo e dolcissimo costume; studioso e ritirato; amante le conversazioni di uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di avere troppa fantasia, per cui è portato a vedere cose poco verosimili, potrebbe passare per uno dei perfetti filosofi. Per molti versi egli può essere considerato l’incarnazione dell’estetica del suo tempo; un uomo barocco, nato per stupire: Barocco il teatro che ad ogni occasione fa scorrere sotto gli occhi dei suoi contemporanei, barocca si deve considerare la sua passione per la pirotecnica, per i molti giochi, le fantasmagoriche illusioni che permette di improvvisare; con l’aggiunta di una evidente inclinazione all’umorismo e all’ironia. Un pò meno all’autoironia; ma si sa, i nobili hanno spesso un concetto molto alto delle loro persone per riderci sopra». II Principe era un uomo colto, molto colto in confronto alla media della nobiltà napoletana. Aveva studiato a Roma in un Collegio dei Gesuiti. Dal 1743 al 1746, aveva servito nell’esercito ispano-napoletano con il titolo di Colonnello della provincia di Capitanata, partecipando alle campagne militari della guerra di successione austriaca e distinguendosi nella battaglia di Velletri. Era un leale suddito di Carlo III, verso il quale nutriva scotimenti di sincera e devota amicizia, sebbene odiasse la corte e particolarmente il ministro Tanucci. Nei confronti del Papa nutriva una filiale affezione, ma disprezzava il clero e la curia. Ma il volgo patrizio e plebeo considerava il principe «nu tipo curiusu assai». Nacque così «la singolare leggenda, alimentata da monaci e da malevoli, non del tutto spenta ancora oggi, che egli fosse un mago o uno stregone». In verità, il principe era solo un alchimista, un empirico sperimentatore. Aveva impiantato un laboratorio nel suo palazzo al Largo Del Real Monastero di San Domenico. «Chi si fosse trovato a passare, nel cuore della notte, nei dintorni di Palazzo Sansevero, in quel largo finalmente libero da tutti gli ingombri e le cianfrusaglie del giorno – non libero però dall’immondizia, stabilmente inserita nel paesaggio - sarebbe stato costretto a pensare l’esatto contrario». «Fiamme vaganti, luci infernali guizzavano dietro gli enormi finestroni che danno dal pianoterra, nel vico San Severo scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio ed ecco rumori sordi e prolungati suonavano là dentro . Era di là che il rumore partiva: lì, inserrato coi suoi aiutanti, il principe componeva meravigliose misture, cuoceva in muffoli divampanti - emulo di quell’Elettore di Sassonia di cui Carlo III aveva sposato la docile figliola - porcellane squisite e terraglia d’ogni sorta». Il popolino dei bassi vicini era terrorizzato e mormorava a bassa voce: «0 principe è ‘nu diavolo’ ». Probabilmente il Principe era collegato ad un gruppo di Rosacroce esistente a Napoli, ma al tempo stesso era uno studioso di Sesto Empirico e di Bayle. Come se non bastasse tutto questo, il Di Sangro aveva sistemato nel suo palazzo una stamperia dalla quale uscivano opere tutt’altro che canoniche, come il proibitissimo libro dell’abate Montfaucon de Villars dal titolo: “Il conte di Cabali, ovvero ragionamento sulle scienze segrete”, o ancora un altro famoso testo di magia: “L’Adcisidemon sive titus livius a superstitione vindicortus”, pubblicato in gran segreto, falsificando luogo e data, e infine la sua opera: “Lettera apologetica dell’Esercitato Accademico della Crusca” contenente la difesa del libro intitolato: “Lettere di una peruviana per rispetto della supposizione dei Quipu.” Quest’ultima opera venne definita dal prete salernitano Innocenzo Molinari, una continua cabala e una sentina di eresie e di empietà, dove si negava la Genesi, ed il miracolo di San Gennaro e se non bastava si prendeva pure la difesa della setta massonica. Sorse una pubblicistica polemica e calunniosa nei confronti del Principe che gli fruttò severi rimproveri da parte delle autorità ecclesiastiche e la messa al bando dell’opera. «Nè va dimenticato che il Di Sangro è anche Il fondatore del più importante monumento d’arte barocca esistente a Napoli: la Cappella San Severo in cui non solo si manifesta la volontà di stupire, di scoprire e di ammaestrare del committente, ma anche il bisogno di esprimere con complesso Simbolismo il senso segreto di un mondo arcano. Penso infatti che le decorazioni che vi fece apporre, indicando agli scultori i temi da svolgere, le lapidi che egli stesso dettava, abbiano nel loro simbolismo, finora mai o mal spiegato, un significato massonico. Massone infatti era - oltre che amico del principe - l’artefice principale della Cappella, lo scultore Antonio Corradini, che fece parte in quegli anni di una loggia napoletana». L’accoglienza di Raimondo San Severo nella Loggia Zelaija, fu sollecitata dal principe Gaetano Carafa della Roccella, membro della Loggia Villeroy di Parigi, con il segreto intento di dare una svolta scozzese alla Muratoria Partenopea, fondata da borghesi protestanti sul modello trigradale inglese. Forse il padre putativo della Massoneria Napoletana Luis Lornage, mercante, calvinista, il suo amico Fromentin, il sacerdote Pattoni e pochi altri fratelli esperti di cose massoniche intuirono il piano del Carafa e si opposero, pur sapendo di combattere una battaglia perduta poiché molti erano i fratelli impazienti ed orgogliosi di avere tra le colonne la nobiltà ed i militari di alto rango. Così il gruppo Lornage batté ritirata e fondò un’altra loggia, conservando la ritualità inglese. Il disegno dello scozzese Carafa si compì con l’elezione del Principe Raimondo Di Sangro a Gran Maestro. Egli si affrettò a ricercare Lornage e la sua Loggia “a riconoscerlo per tale” e dopo vane “deputazioni e dibattimenti sotto il 24 ottobre dello stesso anno 1750 fu riconosciuto”, ed il povero Lornage venne giubilato insieme al suo gruppo. II Gran Maestro aveva dato un forte impulso alla Muratoria, il reclutamento tra i nobili ed i militari di alto grado andava benissimo, le logge avevano mutato fisionomia, tra le colonne non c’erano solo borghesucci ed ufficialetti, ma il fior fiore della nobiltà, dei giureconsulti, della milizia borbonica e dei borghesi. Il Principe immaginava nuovi e grandiosi scenari socio-politici: «Come Gran Maestro, capo della massoneria del regno, forte del disegno che la setta perseguiva, avrebbe tentato di accentuare la pressione sul potere cui era più vicino, sul sovrano, fino ad ottenere che diventasse lui il Capo della muratoria napoletana. Con Carlo a fargli da scudo, nulla e nessuno lo avrebbe fermato». Fantasticava una utopistica concertazione «tra la nobiltà ed i giureconsulti, tra il primato ereditario degli aristocratici le loro sacrosante prerogative e le pretese crescenti dei borghesi, le loro legittime ambizioni». Tutto ciò doveva avvenire con il consenso del Re, sotto la spinta della Libera Muratoria per il beneficio di tutti. Ma il Principe come diceva il suo amico Genovesi - aveva troppa fantasia, per cui era portato a vedere cose poco verosimili; infatti dopo pochi mesi le illusioni del Principe si infransero rovinosamente contro il becero e reazionario immobilismo del Re, sostenuto dal ministro Tanucci e contro la tenace opposizione di un clero forte, ricco ed avido, che rivendicava ed imponeva le proprie prerogative e che si sentiva tremendamente minacciato dalla scellerata combriccola dei massoni. Ma tutt’Italia e non solo il Regno di Napoli, ed anche la Francia e qui e là tutta l’Europa era un rigoglio di Logge, e come se non bastasse, circolavano inesistenti dicerie secondo le quali i re, i vescovi e i cardinali, oltre al medesimo Pontefice fossero membri della diabolica congrega, anzi si diceva che fosse imminente la revoca della scomunica lanciata tredici anni prima da Clemente XII. A metà di gennaio del ‘51 il Papa chiese all’ambasciatore di Carlo III di comunicare al suo sovrano che «Napoli era già appestata dalla setta dei Liberi Muratori e che la peste era già penetrata fisica- mente fra non pochi personaggi della Corte». L’ambasciatore riferì e gli fu risposto che il Re sapeva di tali logge e che era disposto a prendere segrete ed adeguate misure per sradicare il nascente male, non solo evitando che avvenissero riunioni, ma soprattutto intervenendo per stroncare il proselitismo. Mentre era in corso questa corrispondenza frati, preti, confessori e, specialmente, il gesuita Francesco Maria Pepe misero in agitazione il popolo, i lazzeri, tanto che a Napoli «vi fu un vero movimento popolare contro la setta, la quale venne incolpata perfino del mancato miracolo di San Gennaro, in quell’anno 1751». Naturalmente il Principe Raimondo Di Sangro fu il bersaglio prediletto dei preti, del volgo e degli stessi nobili, sobillati dal Ministro Tanucci che lo odiava e lo disprezzava. Il 28 maggio del 1751 il Pontefice, ruppe gli indugi, ed emanò la bolla Provides Romanorum Pontifcum, con la quale confermò la scomunica lanciata da Clemente XII spiegando i motivi che l’avevano ispirata - confirmamus, roboramus et innovamus - aggiungendo dure parole contro i calunniatori - contra obloquentes, quo facilius possemus mendacibus calumniis fomentum… Inoltre, Benedetto XIV condannò lo spirito di tolleranza massonico che permettcva, nelle logge, la promiscua convivenza tra cattolici e protestanti e perfino ebrei. Biasimò il segreto massonico ed il fatto che fosse sancito con un giuramento, ed, infine, richiamandosi alle leggi civili ed al diritto romano: ne societates et conventus sine Principis auctoritate inire et habere possent, sottolineava l’argomento, tanto caro alla pubblicistica antimassonica, che il sorgere delle Logge rappresentava un pericolo, non solo per la religione cattolica ma anche per lo Stato. Per il Gran Maestro Di Sangro fu un brutto colpo, i suoi sogni svanivano, la Chiesa aveva condannato duramente la fratellanza, adesso bisognava evitare che anche il Sovrano prendesse provvedimenti, «Carlo era geloso della propria autonomia, se si abbandonava nelle manifestazioni esteriori di ossequio, in realtà conduceva uno strano braccio di ferro con la Santa Sede». Di Sangro, dopo avere a lungo riflettuto, decise di fare Ia prima mossa, uscì allo scoperto e chiese udienza a re Carlo: egli era il Gran Maestro dei Liberi Muratori, ma era anche un principe, un Grande di Spagna, un valoroso militare che aveva messo la sua vita a servizio della corona e soprattutto un fedele e devoto suddito, sinceramente amico del sovrano. Avrebbe usato le sue capacità diplomatiche, i discorsi più appropriati e convenienti per far comprendere al sovrano che la Libera Muratoria non era la peste e men che mai un pericolo per lo Stato. Questo era l’unico modo - secondo il Principe - per limitare i danni personali e salvare l’Istituzione Massonica e partenopea. Invece, il colloquio fu penoso. Il Principe si destreggiò con cautela, «riuscì a non rivelare al Sovrano i segreti fondamentali della fratellanza... si impegnò a minimizzare tutto, a far apparire quella storia una sceneggiata senza senso, ad assicurare il Sovrano che la Massoneria non era in alcun modo nemica della religione, meno che mai del potere reale. Ebbe un tuffo al cuore quando, quasi senza accorgersene, incalzato dalle domande, sentì la sua voce che elencava gli statuti delle Logge, e uno dopo l’altro prendeva a tirar fuori anche i nomi degli associati. Sarà stato anche uno spirito diabolico ma certo il Principe non mancava di ingenuità. Si era convinto, infatti, che quel colloquio sarebbe bastato a fugare i dubbi ed i sospetti del sovrano. Si sbagliava il Principe perché il 2 luglio del 1751, Carlo III pubblicò un durissimo Editto che metteva fuori legge la Società dei Liberi Muratori. Quando venne a conoscenza della prammatica reale, il Principe di San Severo fu costernato e pensò di tirarsi fuori dai futuri impicci sottomettendosi alla Chiesa. Fece una piena e completa confessione al sacerdote Giovan Battista Alasia, esternando la sua contrizione e rinunciando “in perpetuo” all’appartenenza alla Libera Muratoria e ricevendo, in cambio, “l’assoluzione dalle censure”. Ma Di Sangro non era uomo di mezze misure ed il 1 Agosto 1751 decise di inviare una epistola, in latino al Papa: fece l’apologia di se stesso, mise in berlina l’Istituzione Massonica e si dimostrò pentito. Il Papa gli rispose, non direttamente, inviandogli l’apostolica benedizione. Sta di fatto che cosi’operando il Principe tradi’ il segreto massonico e - come annota il Curioso Dilettante - «non più Gran Maestro dell’Ordine ma come fratello spergiuro e ribelle... [fu] proscritto da tutta la Società, e di tal proscrizione ne restarono avvisate tutte le Logge sparse per l’Universo mondo». Prima di promulgare l’editto, re Carlo aveva meditato a lungo. Egli era ben deciso a colpire la Massoneria e quindi ad accogliere ed assecondare i disegni della Chiesa cattolica, ma nello stesso tempo voleva evitare qualsiasi danno o accanimento nei confronti dei nobili e dei militari che avevano aderito alla società. Il 17 giugno del 1751, il Sovrano rispondendo ad una lettera del Pontefice che gi trasmetteva in via riservata la bolla di scomunica, gli inviò la minuta dell’editto che intendeva promulgare chiedendogli opportuni suggerimenti. Il Papa rispose sottolineando la necessaria alleanza tra altare e trono per tenere testa ai settari massoni, «e poiché nella minuta dell’editto contro la Libera Muratoria napoletana si accennava ad un precedente editto del 1746 con il quale Carlo III, allora sotto l’influenza dei suggerimenti giannoniani, toglieva ai vescovi autorità che avessero dal Papa in materia civile, costui, che male aveva digerito siffatta affermazione, consigliava la soppressione di quel passo e la sua sostituzione con un generico richiamo allo ius Regio, onde evitare che la rievocazione di passati contrasti potesse avvantaggiare i Liberi Muratori.
Il monarca annunciava, nel proclama, che: «in qualunque ben regolato Stato non vi è male che più contraddica e distrugga i princìpi della intrinseca sua costituzione, quando la perniciosa libertà che si arrogassero i cittadini di potere a loro capriccio formare riunioni e stringersi in società». Fatta questa premessa, il sovrano constatava che l’unione dei Liberi Muratori «quantunque dappertutto sia stata rigorosamente bandita ha insidiosamente penetrato sin’ anche nei nostri domini; quindi per ovviare ad un male sì grande e durevole di una società troppo sospetta incoraggianti Se Filippo [il primogenito] è idiota, Ferdinando non è una gran testa». Ad ottobre, Carlo III lasciò Napoli per Madrid ed abdicò in favore del minore Ferdinando IV. Egli, prima di partire per la Spagna, affidò la reggenza al ministro Bernardo Tanucci in modo da tenere saldamente in pugno anche la politica del Regno partenopeo. Con la partenza del Re iniziò la ripresa massonica anche perché Tanucci, sebbene non nutrisse simpatia per la “fratellanza”, lasciava ampi margini d’azione considerando la Massoneria una moda d’oltralpe, forse pericolosa per la Chiesa cattolica, ma non certo per lo Stato, valutando, anche, che molti aristocratici militavano nella setta. Sappiamo con certezza che nel 1763 la Gran Loggia d’Olanda rilasciò una patente alla Loggia “Gli Zelanti” di Napoli e che nel medesimo periodo la Gran Loggia d’Inghilterra, mentre era Gran Maestro Lord Blancy, nominò un Provincial Grand Mastet for Italy nella persona di Nicola Manuzzi napoletano. Nel 1768 la medesima Gran Loggia riconobbe la “Perfect Union Lodge” assegnandogli il n° 433 e nel 1769 la “Well Chosen Lodge” con il n° 444, della quale era Maestro Venerabile S. A. Francesco d’Aquino, Principe di Caramanico. Intanto, sempre nel 1763, una “Madre Loggia Scozzese” di Marsiglia concesse una patente alla Loggia palermitana “San Giovanni di Scozia” e nel 1765 la medesima Loggia ottenne “la suprema facoltà di costituire Logge nell’Oriente delle due Sicilie”. Nel 1767 la bella Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria e di Francesco I di Lorena, sposa Ferdinando IV di Borbone. Il matrimonio serviva a legare, gradualmente, alla politica austriaca il Regno di Napoli, affrancando Ferdinando IV dall’influenza del Sovrano spagnolo che continuava, da lontano, a governare tramite l’astuto ministro Tanucci. L’arrivo della Regina a Napoli coincise con una nuova primavera massonica poiché «nelle logge si raccoglieva la nobiltà partenopea avversa al ministro toscano, nelle logge, più che altrove, si faceva sentire lo spirito dei tempi mutati, non disgiunto dalla frivolezza salottiera, così cara alla Regina e così avversata dal vecchio Re di Spagna». Nel 1770 per un accordo tra la Gran Loggia d’Olanda e quella d’Inghilterra tutte le logge del Regno di Napoli passavano sotto giurisdizione inglese e da Londra direttamente venne nominato Provincial Grand Master for the Kingdom of Naples, don Cesare Pignatelli, duca della Rocca e di San Demetrio. La decisione della Gran Loggia d’Inghilterra di incamerare il Regno di Napoli come “provincia” non favorisce certo l’attuazione dei piani della Regina e dell’Austria che individuavano nelle Logge una “forza politica autonoma” per realizzare una politica filoaustriaca e liberarsi del ministro Tanucci fiduciario del vecchio re di Spagna. A dare corpo al disegno austriaco fu S. A. d’Aquino, Principe di Caramanico, ufficiale dei Liparoti, favorito della Regina, in seguito nominato Viceré di Sicilia, già Maestro Venerabile di una Loggia inglese. Nel 1733 il principe Caramanico, convocati i fratelli piu’ rappresentativi, ritenendo sconveniente che “la libera nazione napoletana” dipendesse da Londra, con un colpo di mano, staccò dalla Gran Loggia d’Inghilterra, con il consenso della maggioranza dei fratelli, la Loggia “Gli Zelanti” e diede vita alla Gran Loggia Nazionale. Gran Maestro Nazionale fu eletto il Principe Caramanico; Deputato G.M. Giovanni Gironda, Principe di Cannito, 1° Gran Sorvegliante; Diego Naselli dei Principi d’Aragona; 2° Gran Sorvegliante; Eugenio di Sora; Gran Segretario: Felice Lioy. Tutto questo avviene, è utile sottolinearlo, mentre a Napoli s’insedia come ambasciatore imperiale il conte Josef Wilczek, esponente della Massoneria Austriaca. Non tutti però aderirono alla Gran Loggia Nazionale. Infatti, rimasero fedeli agli inglesi: la Loggia “Perfect Union” n° 433, la “Well Chosen Lodge” n°444, il Gran Maestro Provinciale Cesare Pignatelli Duca della Rocca e San Demetrio, S.A. Giuseppe Medici, Principe di Ottajano e molti altri. La Gran Loggia Nazionale poteva contare su tre logge già esistenti a Napoli: “La Stella”; “Gli Zelanti” e “la Vittoria”, e su tre logge fondate con bolla della Gran Loggia stessa: “La pace”, “L’uguaglianza” e “L’Amicizia”, su alcune logge a Palermo, e su logge a Messina, a Catania, a Caltagirone, in Puglia ed in Calabria. La Gran Loggia Nazionale aveva un carattere mondano e politico, allo stesso tempo convivevano lo spirito filoaustriaco ed antispagnolo della nobiltà della corte della Regina e lo spirito riformatore rappresentato da intellettuali e borghesi, come l’avvocato Lioy, il grecista Baffi, il prete scienziato Nicola Pacifico, Mario Pagano, Gaetano Filangeri ed altri. Il carattere innovativo delle logge napoletane tutte consistevano nell’affiancare agli antichi interessi umanistici ed esoterici, occultistici, un nuovo interesse: quello politico che si concretizzava in un sentimento filoaustriaco ed antiborbonico non privo di venature progressiste. Non è invece possibile stabilire quanto la Libera Muratoria partenopea fosse manipolata da certi ambienti di corte e quanto, invece, fosse una essa stessa portatrice di nuove istanze politico-sociali. La fioritura di nuove logge era, certamente, causata da contrasti ed ambizioni personali di aristocratici, legati al proprio prestigio e di morale disinvolta, ma era altresì testimonianza e indizio di elaborazione di un libero pensiero da parte di scienziati, uomini di legge, politici ed intellettuali borghesi di fine intelletto e di specchiata moralità. Dunque, accanto alla Gran Loggia Nazionale resta operante La Gran Loggia Provinciale Inglese, ma si forma anche una Loggia mista. Giuseppe Medici, principe di Ottajano, nel 1774 si stacca dalla Gran Loggia Inglese e su patente costitutiva ottenuta dal Duca di Lussemburgo, Grande Amministratore di tutte le logge di Francia, fonda una loggia intitolata “San Giovanni del segreto e della perfetta amicizia”, nella quale furono ammesse non senza scandalo, anche le donne. Tra le componenti di questa Loggia, oltre la moglie del Principe, si annoveravano la marchesa di San Marco, favorita della Regina, una madama di Belsinoir, l’attrice Antonia Bernasconi e, forse, la stessa Regina Maria Carolina. Sebbene non vi sia alcun documento che attesti l’appartenenza alla Massoneria della Regina, tuttavia le voci circolanti erano suffragate da testimoni degni di fede: l’astronomo Lalande; l’abate Barruel, scrittore antimassone, il Principe di Canosa ed infine, il cantore ufficiale della Libera Muratoria napoletana, il calabrese abate Antonio Jerocordes che scrisse: «Venne al Tempio l’augusta Regina/e ci disse i miei figli cantate./ Ma la legge, ma il rito serbate,/ma si accresca del soglio l’onor./Io vi salvo dall’alta ruina,/io distruggo le frodi, l’inganno,/io vi tolgo dal petto l’affanno,/io vi rendo la pace del cor». Si racconta, altresì che la “sorella” «Antonia Bernasconi, prima donna del San Carlo, cantando una sera, sul palcoscenico di quel teatro, salutò il pubblico con il segno di apprendista accettato Libero Muratore, riscotendo a scena aperta grandi applausi». E per completare il panorama massonico, sappiamo che a Napoli vi era anche una loggia mista di rito egiziano, fondata da Giuseppe Balsamo, cosiddetto Conte di Cagliostro, amico del Cavalier d’Aquino, fratello del Principe Caramanico. L’incontrollata proliferazione di logge tra il 1770 e il 1775 mise in allarme non solo il clero, ma soprattutto il Re di Spagna e il ministro Tanucci, suo alter ego a Napoli. Il Re di Spagna fece pressioni fortissime presso il figlio Ferdinando IV perché stroncasse la “satanica combriccola” ed il Tanucci sperava che un nuovo contrasto tra il Sovrano e la Massoneria lo aiutasse a liberarsi dai cortigiani filoaustriaci. Il 12 settembre 1775, Ferdinando IV con un Editto, rinnovò l’ostracismo contro la setta, ripetendo la condanna del ‘51. Il proclama venne accolto con indiffercnza e solo pochissimi affiliati si presentarono ad abiurare - sembra fossero 24 su 200 - purtroppo tra questi vi fu anche il Gran Maestro della Gran Loggia Nazionale, prontamente sostituito da Don Diego Naselli, Principe d’Aragona. Gli altri maestri venerabili rimasero ai loro posti e le riunioni massoniche continuarono in forma privata, protette dalla inviolabilità delle mura delle case patrizie. Il ministro Tanucci, considerato il risultato ottenuto dal Decreto e spinto dal vecchio Re di Spagna, decise di effettuare un’azione dimostrativa che fosse di chiaro monito ai nobili, ma che a pagarne le conseguenze, come al solito, fossero i borghesi. Così ordinò al Caporota Gennaro Palliante, uomo corrotto e di pochi scrupoli, di irrompere in una riunione massonica e di arrestare i trasgressori della legge, raccomandandosi, però, di evitare ai nobili l’onta dell’arresto. Palliante cercò di raggiungere il risultato richiestogli, ma non vi riuscì. Il capo-sbirri pensò, allora, di escogitare una trappola per cogliere “in flagrante crimine” ed arrestare alcuni massoni borghesi e soddisfare cosi le attese del ministro Tanucci. Palliante, assoldato un certo Giovanni Rho, libero muratore di una loggia irregolare, paggio disoccupato di mestiere, gli propose di inventarsi una riunione per l’ammissione di un nuovo fratello un certo Alberto Letwizki, polacco, cameriere, anche lui al soldo e rassicurato con una promessa di immunità e un premio di 200 ducati. La riunione venne organizzata dal “fratello” Rho in una villa alle porte di Napoli il 2 marzo 1776 e, non si sa come, vennero coinvolti alcuni onesti massoni regolari appartenenti ad alcune logge inglesi come il medico svizzero Brutschy, il medico Giacinto Benè, il tedesco Francesco Mayer medico del Principe Filippo, fratello del re, il matematico Felice Piccinini ed il grecista calabrese Pasquale Baffi. Mentre tutti si trovavano riuniti, escluso Giovanni Rho, il capo-sbirri Palliante, con alcuni poliziotti, irruppe nei locali ed al grido “viva il Re”, arrestò i presenti. II Palliante annunciò la buona novella al ministro Tanucci, il quale a sua volta recò il trionfale annuncio a Re Ferdinando IV contentissimo di avere dato una lezione esemplare e definitiva ai liberi muratori ed in modo particolare agli aristocratici senza però comprometterli. Il ministro Tanucci in una lettera al Re di Spagna, suo vero padrone, così commentava l’accaduto: «Il Re (Ferdinando IV) alla prima notizia che gli umiliai, del fatto se ne rallegrò infinitamente; oggi poi mi ha detto che è stato opportuno che il fatto era accaduto in persone di poco conto. Perché li Cavalieri rei si guardassero dalle riunioni e non potranno essere sorpresi.» I massoni caduti nella retata furono poi deferiti alla Giunta di Stato con l’imputazione di lesa maestà, reato che poteva comportare anche la pena di morte. Il Re e Tanucci pensarono di avere vinto ormai la partita, ma la situazione si complicò notevolmente perché la Regina e i magistrati subodorarono l’inganno che era stato commesso dal Palliante mentre personaggi influenti e d’opinione pubblica s’indignavano. I massoni in carcere non vennero reputati rei, ma piuttosto perseguitati e la stessa regina Maria Carolina fece pressioni sul debole Re Ferdinando IV perché li liberasse. Anche la cognata del re Maria Cristina ed il marito, il duca Alberto di Sassonia, figlio del re di Polonia, massone, di passaggio a Napoli in quei giorni, difesero apertamente i “fratelli perseguitati”, costretti in vincoli nelle segrete napoletane. Nel giugno del 1776 giunse a Napoli la duchessa di Cartey moglie di Luigi Filippo di Orleans, Gran Maestro della Gran Loggia di Francia ed ella stessa Gran Maestra delle logge femminili o di adozione. La duchessa perorò con passione la causa del “fratelli” in carcere, mentre vennero messe in circolazione varie copie di un libello anonimo, attribuito all’avvocato Felice Lioy, noto massone, che formulava una violenta accusa sull’operato del capo-sbirri Palliante e difendeva coraggiosamente gli arrestati e la Massoneria in genere considerata come associazione di uomini colti e di filantropi. La svolta definitiva del processo si ebbe verso la fine del 1776 quando Ferdinando IV, spinto dalle pressioni filomassoniche provenienti da ogni parte, licenziò il Tanucci e nominò ministro il marchese Sambuca, favorevole ai Liberi Muratori. Difatti, poco dopo gli incarcerati furono rimessi in libertà e s’innalzò un coro di lodi all’opera della Regina Maria Carolina; a Parigi, nell’aprile del 1777 gli fu intitolata una loggia, e l’abate Jerocades scrisse: «Se alla guerra, se all’aspra tempesta /già succede la pace e la calma; /Carolina riporta la palma, /che dell’empio sconfisse il furor». Il capo-sbirri Gennaro Palliante, dopo un processo con vicende alterne, venne graziato dal sovrano e andò in pensione, i massoni arrestati furono reintegrati nei loro posti, il polacco Letwiski morì misteriosamente, forse avvelenato, nel 1777. Finiva così la seconda repressione massonica partenopea ed ancora una volta a spese della borghesia: un avvocato, un professore di greco, qualche militare e qualche commerciante. «Capi espiatori certamente, ma anche esponenti di quel ceto borghese che nelle logge vede un modello di vita democratica determinata dalla uguaglianza di tutti gli associati, dalla eleggibilità e dalla temporaneità delle cariche». La libera muratoria diventa il veicolo delle idee antifeudali ed antiassolutistiche, aldilà della ritualità e delle solennità mondane nelle logge si alimenta uno spirito nuovo destinato a fare della Massoneria un partito progressista. Sebbene gli Illuministi, i riformatori operino fuori della Massoneria, tuttavia sono le logge a diffondere le loro idee ed ad organizzare un partito in lotta contro i privilegi della Chiesa e le strutture feudali. Tornando adesso alla Libera Muratoria nel Regno di Napoli, abbiamo già detto che dopo l’editto d’interdizione emanato da Ferdinando IV nel 1775, II Gran Maestro della Gran Loggia Nazionale, il principe di Caramanico, abiurò davanti alle autorità competenti, ma abbiamo motivo di credere che la sua apostasia fosse un fatto formale e politico, poiché il suo nome riaffiora in un elenco di Liberi Muratori siciliani nel 1711, periodo in cui era Viceré in Sicilia. In ogni modo dopo solo quattro mesi la Gran Loggia Nazionale si ricompose ed il 24 giugno del 1776 venne eletto Gran Maestro Don Diego Naselli dei Principi d’Aragona; suo deputato, l’abate Olivetano Kiliano Caracciolo, odiato dagli ecclesiastici, ma amato dalla Regina. Diego Naselli fu il classico rappresentante della aristocrazia napoletana colta e curiosa, nutriva aspirazioni spiritualiste e coltivava gli studi ermetici, fu molto interessato al sistema degli Alti Gradi. Ben presto Naselli e la maggior parte dei Grandi Ufficiali della sua Gran Loggia aderirono al sistema della Stretta Osservanza eseguendo così il distacco dalle logge inglesi e di conseguenza dalla Gran Loggia di Londra. L’adesione alla Stretta Osservanza venne sollecitata dal Barone vonEyben, diplomatico e rappresentante del Re di Danimarca a Napoli. A sollecitare l’adesione del Naselli fu certamente anche la Regina che approvava l’adesione ad un organismo dominato da elementi tedeschi. Il mito portante dell’Ordine della Stretta Osservanza era quello dei cavalieri templari. I tedeschi aggiunsero anche un collegamento dei cavalieri templari con i Canonici del Santo Sepolcro che a loro volta conservavano i segreti degli Esseni. Secondo questa poco credibile leggenda, nata nel sec. XVIII l’Ordine dei Templari si sarebbe perpetuato in seno alla Massoneria, di cui i cavalieri costituiscono l’ordine interno e dirigente, ignoto agli stessi affiliati. La leggenda riporta l’elenco dei Gran Maestri che clandestinamente si sarebbero susseguiti per 250 anni, conservando e trasmettendo i segreti dell’Ordine. Lo scopo del sistema era la ricostituzione dell’antico Ordine Templare ed il riacquisto delle antiche ricchezze Il fratello veniva armato “cavaliere”, con un rituale in lingua latina, scopiazzato dal culto cattolico. La Stretta Osservanza faceva capo al Duca Ferdinando di Brunswick e Lunenburg, cognato del Re di Prussica Federico II, di religione luterana. L’adesione della Gran Loggia Nazionale alla Stretta Osservanza era ben vista politicamente dalla Regina che considerava rafforzato il partito filoaustriaco, soddisfaceva le smanie dell’aristocrazia desiderosa di mistero e di novità ed aveva minore opposizione nella Chiesa Cattolica. Anzi, lo spiritualismo religioso che «animava la Massoneria Templare, con i suoi riti scimmiottanti quelli della Chiesa romana, con i suoi miti che per un verso o l’altro si rifacevano al medioevo cristiano, non senza precisi riferimenti a Roma, rappresentavano un’ottima premessa per battere il protestantesimo razionalista ed offrire un terreno d’incontro, tra spiritualisti evangelici e cattolici in cui quest’ultimi, con la loro ricca tradizione culturale avrebbero finito per prevalere. In quanto all’ermetismo occultista, coltivato comunque da piccoli nuclei d’iniziati... solo in apparenza sconfinava nell’eresia. In fondo, fino ai tempi di Alberto Magno e di san Tommaso d’Aquino, alchimia e magia, evocazione di spiriti benigni ed esorcizzazione di quelli maligni, avevano trovato un parziale diritto di cittadinanza anche in seno alla Chiesa Cattolica». Ben altra cosa era la Libera Muratoria Inglese che si presentava con un semplice sistema trigradale, che utilizzava un rituale essenziale e riuniva nobili, borghesi e militari e che veniva considerata politicamente e socialmente pericolosa per l’umanitarismo egualitarista, per le idee liberali e progressiste derivanti dal protestantesimo razionalista. La Massoneria Inglese era molto attiva e sorgevano logge un poco ovunque per tutto il Regno di Napoli. Continuando nella descrizione della geografia massonica del Regno di Napoli, procederemo con un sommario di quest’ultimo decennio che meriterebbe una trattazione più puntuale specialmente per gli eventi riguardanti le logge legati agli Alti Gradi della Stretta Osservanza, riformata dopo il Convento di Wilhelmsbad del 16 luglio 1782: molte notizie che riferirò sono, infatti, ricavate dall’epistolario e dagli scritti del brillante teologo luterano Friederich Munter, inviato in Italia dal Duca di Brunswick per ristrutturare e diffondere gli altri gradi. Sappiamo che in Calabria esistevano diverse logge: a Reggio Calabria, a Troppa, a Filadelfia, a Maida, a Catanzaro. Probabilmente queste logge furono fondate tra il 1773 e il 1883 dall’abate Jerocardes. Munter riferisce che «a Reggio Calabria c’era una loggia di costituzione inglese, i fratelli tenevano le loro agapi in un’osteria; sul loro conto si mormorava che fossero sodomiti e l’arcivescovo faceva violenti prediche contro di loro» .Munter a Reggio conobbe Agamennone Spanò, morto per mano del boia borbonico nel 1789, e Giuseppe Zurlo che scampato alla Rivoluzione fece una brillante carriera politica sotto Murat e partecipò ai moti del 1820. Fu Zurlo a mettere in contatto Munter con Domenico Cinilo, con Mario Pagano, con Gaetano Filangeri e con Donato Tommasi. Anche la loggia di Tropea, fondata ad interim con patente marsigliese, passò a far parte della Gran Loggia Provinciale Inglese. Delle altre logge calabresi non si sa nulla aldilà della loro esistenza. A Messina, nel 1780, esistevano due logge: la prima, esistente fin dal 1776, patentata dalla Gran Loggia Nazionale di Napoli, aveva come titolo “La Loggia dei Costanti”, ma scomparve, non si sa perché, nel 1782; nel 1778 sorse un’altra loggia, di cui non conosciamo il titolo, che aderì al sistema inglese. Anche W. Goethe parla di una loggia aperta nel suo “Viaggio in Italia”. A Palermo vi erano due logge: la prima era la vecchia loggia “San Giovanni di Scozia”, che dopo il 1776 aveva aderito al Regime Rettificato di Lione, seguendo l’esempio della Gran Loggia Nazionale; l’altra, invece, era nata con patente del Gran Maestro Provinciale del sistema inglese Cesare Pignatelli. Di questa loggia inglese faceva parte uno dei più colti aristocratici napoletani, il marchese Corrado Bajada, il giurista e letterato Giovanbattista De Stefano, il poeta Antonio Lucchesi dei principi di Campofranco, il poeta Giovanni Meli e diversi frati benedettini e domenicani. A Siracusa c’era stata un loggia fondata dal Principe Carlo di Lorena, ma in questo periodo aveva cessato ogni attività e vi erano solo fratelli sparsi. A Catania, invece, vi era una loggia molto efficiente, malgrado le persecuzioni del vescovo ed era diretta dal vecchio Principe Ignazio Paternò noto mecenate ed amato da tutti i fratelli per la sua gcntilczza. Dalla “Noticen für Geschichte” apprendiamo, inoltre, che in Sicilia ed a Napoli esisteva una società segreta, concorrente della massoneria chiamata “Gli Zappatori”. Questa società aveva come scopo quello di infiltrarsi nell’Ordine Massonico per poi tradirlo, rendendolo ridicolo e svelarne i segreti. Il loro simbolo era un albero presso il quale giaceva una scure ed un massone che correva a gambe levate. Nella loro società venivano ammesse anche le donne ed il loro capo era un certo Ignazio Wirtz, ufficiale di un reggimento, ex massone. Gli anni ottanta del diciottesimo secolo segnano un nuovo declino della Libera Muratoria nel Regno di Napoli, questa volta dovuto soprattutto a cause interne. Forse questa crisi era latente: la Gran Loggia Nazionale aderendo alla massoneria cavalleresca aveva in un certo qual modo segnato il suo destino, perché le nuove generazioni avevano istanze diverse, meno mistiche, meno spiritualistiche, più coerenti e politiche. Mentre le logge inglesi crescevano e si dilatavano e stavano ottenendo da Londra il permesso di erigere una Gran Loggia delle Due Sicilie. Tuttavia, anche queste logge erano in crisi perché depauperate dalla aristocrazia avevano poco peso politico. Ma la verità era che per tutta la Massoneria europea sembrava fosse giunta l’ora della crisi. In Germania la Massoneria veniva attaccata da “forze reazionarie, cattoliche ed occultistiche”. Lo stesso Imperatore d’Austria dubitava che la Libera Muratoria potesse essergli utile per i suoi fini politici. Iniziava a levarsi il vento della Rivoluzione, ed i sovrani nutrivano sospetti verso tutto e tutti. Di lì a poco a Napoli sarà pubblicato il terzo editto contro le società segrete, sicché molti liberi muratori entrarono in clandestinità dando vita a gruppi politici segreti. «Evidentemente la crisi della Massoneria non era crisi di sistemi o diritti, ma era qualcosa di ben più profondo. Ci si accorgeva ormai da parte degli stessi “fratelli” spiritualisti che il sorgere di una spiritualità non poteva essere opera di una organizzazione massiccia come la Massoneria, ma doveva essere frutto di opera individuale e di piccoli gruppi esoterici formati da eletti». Nel lento progredire dell’Istituzione accendeva speranze nei massoni razionalisti i quali ormai avevano capito che occorreva ricorrere alla lotta politica aperta, sensibilizzare più vasti ceti sociali per vedere concretizzarsi le aspirazioni costituzionali e gli ideali liberali.