27 giugno 2013

- Rosslyn chapel














Nel cuore della Scozia, il paesino dove è avvenuto con successo il primo esperimento di clonazione animale (la pecora Dolly) ospita anche uno dei luoghi più famosi (se non il più famoso) per gli appassionati di esoterismo: la cappella dei Saint-Clair.
Città scozzese dal nome gaelico (Ros="dirupo", Lyn="acqua che scorre"), legata quindi a doppio filo con la storia dei Celti, che già consideravano Rosslyn una località sacra. In più, con un sito particolarmente noto a coloro che seguono la storia dei cavalieri del Tempio: la famosa Cappella fatta costruire dal Conte William di St. Clair (o Sinclair) dove le croci templari sono presenti in quantità.

Sembra il luogo giusto per custodire nei secoli un importante segreto; nasconde molte reminescenze di antichi culti babilonesi ed egizi, richiami alla cultura celtica e scandinava, fino alle più recenti mistiche di tradizione ebraica e cristiana. Strano, se si pensa che nacque come luogo per ospitare la sepoltura "cristiana" del conte – qui sepolto - e fu costruita in soli quattro anni tra l'equinozio d'autunno del 1446 e lo stesso 21 settembre del 1450.

Ammirata e citata da Walter Scott, William Wordsworth e Lord Byron, la Rosslyn Chapel fu eretta da Sir William Sinclair, terzo e ultimo Principe delle Orcadi, alto esponente della Massoneria e amante della cultura ermetica; egli era anche un discendente del St.Clair che partecipò alla prima crociata contribuendo alla nascita dei Templari. Dopo la morte di Sir William, suo figlio Oliver proseguì parte dei lavori di completamento della cappella. All'epoca della Riforma, la cappella fu abbandonata: a Roslin si dice che gli abitanti del villaggio misero in salvo le statue che adornavano la cappella, portandole via e nascondendole tanto bene da fare in modo che non fossero mai più ritrovate. Solo negli anni successivi gli eredi di William Sinclair riaprirono la cappella e cominciarono a ristrutturarla. Dal 1997 l'edificio è ricoperto in parte da una struttura di acciaio che ne protegge il tetto e che permette ai visitatori di ammirare da vicino i particolari esterni.
La Rosslyn Chapel, detta anche Collegiata di San Matteo, è riccamente decorata con simboli biblici, massonici, pagani e appartenenti alla tradizione dei templari. Elementi decorativi rappresentanti scene della vita di Gesù si incrociano con figure umane, angeli, margherite, rose, gigli, stelle, foglie, piante di mais (uno dei misteri della cappella dal momento che al tempo della sua costruzione il mais non era stato ancora scoperto: si racconta che Henry St. Clair, nonno di William, abbia raggiunto prima di Cristoforo Colombo, assieme a Sir James Gunn of Clyth e al veneziano Antonio Zeno, le coste americane) e "green men", uomini verdi, considerati figure mitologiche pagane (a Rosslyn ce ne dovrebbero essere 109, nascosti tra le varie sculture), elementi che non si trovano in nessun'altra cappella risalente al XV secolo.
La Rosslyn Chapel è stata da sempre indicata come uno dei luoghi più misteriosi di tutta l'Europa del nord: la leggenda racconta che Sir William la costruì servendosi di templari travestiti da scalpellini, quegli stessi templari che erano sfuggiti alla persecuzione del 1307. Si sa inoltre che sotto la cappella sono custoditi i resti di diciannove signori Sinclair, sepolti senza bara e ricoperti della propria armatura, ma nessuno è entrato nei sotterranei di Rosslyn dal 1650-1652.
Circolano varie leggende su Rosslyn: qualcuno sostiene che qui si celi un segno segreto che, una volta decifrato, rivelerebbe l'ubicazione del Santo Graal (ma si fa presente che a Rosslyn ci sono milioni di piccoli 'Graal': le croci dentellate presenti sullo stemma della dinastia Sinclair, sono dette "engrailed crosses"); altri che a Rosslyn sia sepolto il tesoro dei Templari; altri ancora che da qui si diramano "lay lines", linee di energia che attraversano la Gran Bretagna.
Secondo la leggenda più famosa, il Graal è custodito all'interno della Colonna dell'Apprendista, in uno scrigno di piombo.
Le leggende che circolano su Rosslyn sono spesso arricchite dalla presenza di fantasmi, in particolare dalle figure di un cavaliere nero e di una dama bianca, entrambi, si racconta, frequentano le rovine del vicino castello di Roslin, di monaci e di templari. Si racconta inoltre che ogni volta che un discendente del Principe delle Orcadi muore, la cappella appare avvolta dalle fiamme, un fenomeno che Walter Scott descrive nel poema "Il Lamento dell'Ultimo Menestrello".
Ci sono inoltre coloro che affermano che la Rosslyn Chapel riproduca la pianta del Tempio di Salomone a Gerusalemme, e, per provarlo, indicano come la Colonna dell'Apprendista (foto di apertura), la colonna più ornata di tutta la cappella e rappresentante figure tratte dalla mitologia nordica, e la Colonna del Maestro rappresentino le colonne di Boaz e Jachin situate nel Tempio di Salomone, ma citano anche la storia dell'Apprendista (un capomastro invidioso uccise l'apprendista che lo superò in bravura nella costruzione della più bella colonna della Cappella) accostandola alla leggenda massonica di Hiram Abiff, architetto del re Salomone, ucciso da tre compagni perché negava loro l'avanzamento al grado di maestro. Attenti visitatori potranno scoprire tra le altre sculture anche ritratti dell'Apprendista, di sua madre e del Maestro.

Cospirazionisti, romantici e fan di Dan Brown si recano ogni giorno entusiasti a Rosslyn, ma gli storici locali, rifiutando le varie teorie sulla Cappella, fanno loro notare che "Il Codice Da Vinci" non è altro che un puzzle abilmente costruito studiando volumi e volumi di leggende sul Santo Graal.
Che "Il Codice Da Vinci" sia un romanzo fantastico poco importa: al negozio di souvenir accanto alla cappella assicurano che turisti a Rosslyn ce ne sono sempre stati, e annunciano che la troupe del film tratto dal romanzo di Dan Brown, e che avrà come protagonisti Audrey Tatou, nel ruolo di Sophie Neveu, e Tom Hanks, in quello del professor Robert Langdon, abbia fatto un sopralluogo a Rosslyn prima di girare.


- Stonehenge.














Stonehenge (pietra sospesa, da stone, pietra, ed henge, che deriva da hang, sospendere: in riferimento agli architravi) è un sito neolitico che si trova vicino ad Amesbury nello Wiltshire, Inghilterra, circa 13 chilometri a nord-ovest di Salisbury sulla Piana di Salisbury. È composto da un insieme circolare di grosse pietre erette, conosciute come megaliti.
Il sito è stato aggiunto alla lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1986. Le pietre di Stonehenge sono allineate con un significato particolare ai punti di solstizio ed equinozio. Di conseguenza alcuni sostengono che Stonehenge rappresenti un "antico osservatorio astronomico", anche se l'importanza del suo uso per tale scopo è dibattuta.

Stonehenge all'alba del solstizio d'estate (21 giugno 2005), con una folla di 19.000 persone che hanno aspettato l'alba tutta la notte
Oltre che meta del turismo di massa, Stonehenge è attualmente luogo di pellegrinaggio per molti seguaci del Celtismo, della Wicca e di altre religioni neopagane, e fu teatro di un festival musicale libero tra il 1972 e il 1984; nel 1985 tale festival fu bandito dal governo britannico a causa del violento confronto tra la polizia e alcuni partecipanti che divenne noto come la Battaglia di Beanfield.
La pietra dell'altare: un blocco di cinque metri di arenaria verde. Le pietre principali sono composte da una forma estremamente dura di arenaria silicea, che si trova naturalmente circa trenta chilometri più a nord, sulle Marlborough Downs. La struttura interna, conosciuta come "Bluestone Horseshoe" è costituita di pietre molto più piccole, che pesano in media quattro tonnellate. Queste pietre sono state estratte dalle Montagne Preseli, nel Galles sud-occidentale. Sono principalmente di dolorite ma comprendono esempi di riolite, arenaria e ceneri calcaree vulcaniche.

La pietra del tallone
La pietra del tallone un tempo conosciuta come Tallone del Frate (in inglese "Friar's Heel", un'anglicizzazione del gallese "Ffreya sul", da Ffreya, dea celtica della fertilità, e sul, giorno del sole). Un racconto popolare, che non può essere datato a prima del XVII secolo, spiega così le origini del nome di questa pietra:
Il diavolo comprò le pietre da una donna in Irlanda, le avvolse e le portò sulla piana di Salisbury. Una delle pietre cadde nel fiume Avon, le altre vennero portate sulla piana. Il diavolo allora gridò, "Nessuno scoprirà mai come queste pietre sono arrivate fin qui". Un frate rispose, "Questo è ciò che credi!", allora il diavolo lanciò una delle pietre contro il frate e lo colpì su un tallone. La pietra si incastrò nel terreno, ed è ancora lì.
Teoria sulla costruzione 

Posizione geografica del sito archeologico di Stonehenge
Le pietre più grandi, in gres (dal peso di 25/50 tonnellate), sono state tagliate da una collina distante 30 km dal sito archeologico, e vennero probabilmente trasportate attraverso delle slitte che scivolavano su rulli in legno, tirate con corde di cuoio da decine di uomini. 
Le pietre di dimensioni inferiori sono state invece tagliate in Galles, ad una distanza di oltre 200 km dal sito, e vennero trasportate su imbarcazioni. 
Le pietre che costituivano gli elementi verticali venivano prima trascinate in corrispondenza di un foro sul terreno, quindi venivano fatte scivolare all'interno del foro con l'ausilio di un sistema di leva appoggiate a un "castello" di tronchi. La pietra veniva poi sistemata in verticale tirandola con delle funi, e il foro veniva riempito con sassi. 
Una volta che erano state alzate le pietre verticali, si aggiungeva l'architrave alzandola poco alla volta attraverso la costruzione di un fasciame di legname e l'uso di leve. 
Indagini scientifiche 
Il primo studio per osservare e capire il monumento venne condotto intorno al 1640 da John Aubrey. Egli proclamò Stonehenge opera dei Druidi: questa idea fu grandemente diffusa da William Stukeley. Aubrey realizzò inoltre i primi disegni con le misure del luogo, che consentirono una migliore analisi della sua forma e del suo significato. Grazie a questo lavoro, fu in grado di attribuire una funzione astronomica o di calendario alla disposizione delle pietre.
L'architetto John Wood intraprese la prima vera accurata indagine di Stonehenge nel 1740. Tuttavia l'interpretazione di Wood del monumento, considerato come un luogo di riti pagani, è stata fortemente criticata da Stukeley, che considerava i Druidi non come pagani, ma come patriarchi biblici. Prima della fine dell'Ottocento John Lubbock riuscì a far risalire il luogo all'età del bronzo, basandosi sul ritrovamento di oggetti di bronzo sulle colline vicine. I primi tentativi identificano le persone che avevano intrapreso questo colossale progetto è stato da tempo smitizzato. Mentre ci sono stati pochi ma preziosi studi sulla via di teorie reali, per determinare chi costruì il monumento o perché; vi può essere un accertamento di ciò che è conosciuto come fatto reale e ciò che è stato smentito.
Datazione radiocarbonica 
La datazione radiocarbonica del sito indica che la costruzione del monumento fu intrapresa intorno al 3100 a.C. e si concluse intorno al 1600 a.C. Ciò consente l'eliminazione di alcune teorie che erano state ipotizzate. La teoria secondo la quale i Druidi erano forse stati gli artefici dell'opera è la più popolare; tuttavia la società dei Celti, che istituì il sacerdozio dei Druidi, si diffuse solamente dopo l'anno 300 a.C. Inoltre è improbabile che i Druidi avessero utilizzato il sito per i sacrifici, dal momento che eseguivano parte dei loro rituali nei boschi o in montagna, zone più adatte di un campo aperto per i "rituali della terra". Il fatto che i Romani giunsero per la prima volta sull'isola britannica quando Giulio Cesare guidò una spedizione nel 55 a.C., nega le teorie di Inigo Jones e di altri, secondo cui Stonehenge sarebbe stato costruito come un tempio romano.
Primi riferimenti a Stonehenge 
Lo scrittore greco Diodoro Siculo (I secolo a.C.) potrebbe fare riferimento a Stonehenge in un passo della sua Bibliotheca historica. Citando Ecateo di Abdera, uno storico del IV secolo e "certi altri", Diodoro dice che "in una terra oltre i Celti" (cioè la Gallia) c'è "un'isola non più piccola della Sicilia" nel mare del nord chiamata Hyperborea, chiamata così perché è al di là del luogo di origine del vento del nord o Borea. Gli abitanti di questo luogo principalmente adorano Apollo, e c'è "sia una magnifica zona sacra di Apollo sia un tempio notevole che è adornato con molte offerte votive ed è di forma sferica". Alcuni scrittori hanno suggerito che l'"Hyperborea" di Diodoro forse indica la Gran Bretagna e che il tempio di forma sferica può essere un primo riferimento iniziale di Stonehenge. Uno storico locale ha asserito che "il recinto di Apollo" può riferirsi al campo vicino di Vespasiano. Tuttavia l'archeologo Aubrey Burl ha rilevato che altre parti della descrizione di Diodoro la rendono scarsamente adeguata a Stonehenge e al suo circondario. Diodoro dice anche che in quella zona Apollo (intendendo il sole o la luna) "sfiorava la terra ad un'altezza molto bassa". Tuttavia sia il sole sia la luna si muovono sempre molto al di sopra dell'orizzonte alla latitudine di Stronehenge; è solo 500 miglia più a nord di quanto possano essere osservati che rimangono vicino all'orizzonte.
Dispute su Stonehenge
C'è dibattito circa l'età della costruzione, ma la maggior parte degli archeologi ritiene sia stato costruito tra il 2500 a.C. e il 2000 a.C. L'edificazione del terrapieno circolare e del fossato sono state datate al 3100 a.C.
Dall'inizio dell'Ottocento molte pietre caddero e furono messe nella loro posizione attuale dagli ingegneri vittoriani. Secondo studi recenti i lavori di ristrutturazione si protrassero fino agli anni '70 del Novecento, introducendo modifiche sostanziali nella disposizione originaria: Certo, ammettono gli archeologi dell'English Heritage, senza tutti questi lavori Stonehenge avrebbe un aspetto molto diverso. Pochissime pietre sono ancora esattamente nel posto dove furono erette millenni fa. 
A tre chilometri di distanza da Stonehenge è stato ritrovato da ricercatori della National Geographic Society un villaggio risalente al 2600 a.C. composto da circa venticinque piccole case. Si ritiene che fossero utilizzate per ospitare i costruttori del complesso, o i visitatori di qualche cerimonia. 


L'asse di Stonehenge è diretto verso la posizione del sole nel solstizio d'estate. Per tale motivo si pensa che si tratti di un osservatorio astronomico
Si crede che Stonehenge sia una sorta di osservatorio astronomico preistorico in quanto l'asse di Stonehenge è orientato in direzione dell'alba nei solstizi estivi ma non invernali.
Leggende su Stonehenge 
Stonehenge è associato alla leggenda di Re Artù. Goffredo di Monmouth disse che il mago Merlino diresse la sua rimozione dall'Irlanda, dove era stato costruito sul Monte Killaraus, da Giganti che portarono le pietre dall'Africa. Dopo essere stato ricostruito vicino ad Amesbury, Goffredo narra come, prima Uther Pendragon, e poi Costantino III, vennero seppelliti all'interno dell'anello di pietre. In molti punti della sua Historia Regum Britanniae Goffredo mischia la leggenda britannica con la sua immaginazione; è suggestivo il fatto che colleghi Ambrosio Aureliano con questo monumento preistorico, portando come prova la connessione tra "Ambrosius" e la vicina "Amesbury". Stonehenge è inoltre associato a molte altre leggende. I Druidi ad esempio utilizzavano queste enormi pietre come templi sacri dove si recavano sovente a pregare.



30 maggio 2013

- Per G. Raffi



Tutti i Fratelli  dell’Acacia 577  Napoli si stringono in Catena d'affetto unendosi al dolore del Venerabile Gran Maestro Raffi. 

22 maggio 2013

- IL TARANTISMO




Il Tarantismo, suoni, colori, voci e danze in un rituale terapeutico Salentino.
Le sorprendenti analogie con rituali africani
L’idea di questo saggio nasce dalla lettura del testo dello studioso francese Gilbert Rouget dal titolo “La musique et la transe: Esquisse d’une théorie générale des relations de la musique et de la possession”, edito da Gallimard a Parigi nel 1980. Chi scrive ha avuto accesso alla traduzione inglese del testo suddetto, pubblicata nel 1985 dalla University of Chicago, con il titolo “Music and trance, a theory of the relations between music and possession”, pertanto qualunque citazione farà riferimento alla versione di oltre oceano.
L’opera di Rouget, per altri versi molto completa, sottovaluta in maniera imperdonabile il lavoro condotto da Ernesto De Martino relativamente al fenomeno del tarantismo pugliese, liquidandolo, con un’analisi a dir poco disattenta e superficiale, come uno dei tanti casi di possessione rituale diffusi a livello mondiale. Secondo Rouget, inoltre, questo fenomeno non osa configurarsi come tale né osa riconoscere la propria identità a causa della sua posizione marginale rispetto al Cattolicesimo dominante in Italia. Di conseguenza, il tarantismo si maschera come ciò che non è, assumendo le sembianze di rituale terapeutico (Rouget, 1985, 161). Lo stesso De Martino viene aspramente redarguito, accusato di oscurare in maniera intenzionale il significato fondamentale del fenomeno considerato. Lo studioso, secondo Rouget, si perderebbe nelle sue analisi simboliche nel tentativo di vedere nel tarantismo qualcosa d’altro, ignorando la pura e semplice realtà (Rouget, ibidem). A questo punto è interessante citare Clara Gallini, che si chiede se le due ipotesi non possano essere entrambe accettate,in quanto aspetti diversi della stessa realtà (1988).
Gilbert Rouget dà prova di aver dato solo una lettura superficiale a “La terra del rimorso”, ricavandone, così, solo un’idea parziale. Egli afferma che le parole “possessione” e “trance” non appaiono nell’indice de “La Terra del Rimorso”(1985, 159). Quanto riferisce è vero: queste parole non appaiono nell’indice, però appaiono, e più di una volta, nel testo stesso! A pagina 166, ad esempio, De Martino cita di una tarantola il cui nome è signora Faustina, che obbliga l’uomo che essa possiede ad andare al monastero di santa Maria della Scala con due spade in mano. Nella stessa pagina si legge che il tarantato, obbedendo agli ordini della signora Faustina, la tarantola che lo possiede, torna a casa, continuando a ballare e a roteare le spade. A pagina 172 la tarantola è descritta come uno spirito che possiede e che può essere controllato dall’esorcismo. Nell’appendice, a pagina 301, lo psichiatra Giovanni Jervis considera il tarantismo come una forma di delirio o di possessione.
“Trance” e “possessione” non appaiono, come parole, nell’indice, ma appaiono, come concetti, nel testo. Dove è, dunque, la differenza? Non ci troviamo, forse, in presenza di un cavillo, di un dato del tutto trascurabile?
A questo punto, è giunto il momento di confutare Rouget per la seconda volta. Come già menzionato in precedenza, lo studioso nega che il tarantismo sia un rituale terapeutico. In questa sede, dimostreremo, al contrario, che il tarantismo è una terapia coreutico-cromatico-musicale e, in quanto tale, presenta numerose affinità con altre terapie rituali analoghe appartenenti ad altre culture.
Sintetizziamo brevemente i dati salienti del tarantismo, per poi poterli raffrontare con le caratteristiche di terapie diverse.
Il nome “tarantismo” viene dalla parola taranta, che è la versione in dialetto salentino (parlato, appunto, nel Salento, una zona della Puglia nella quale fu condotta la ricerca) di tarantola, ovvero un ragno il cui morso è velenoso. Il suo nome scientifico è Latrodectus tredecimguttatus, ma sembra che la taranta sia identificabile anche con la Lycosa tarentula, un altro ragno dalle caratteristiche affini. Il Latrodectus tredecimguttatus è molto simile al Latrodectus mactans, un ragno presente negli Stati Uniti, comunemente chiamato vedova nera.
Tradizionalmente, il fenomeno del tarantismo è associato con il morso della tarantola, episodio (più presunto che reale, la maggior parte delle volte) che dà origine a tutta una serie di comportamenti rituali culturalmente codificati. Le vittime del morso della tarantola sono prevalentemente donne, che vivono o lavorano in un ambiente contadino, appartengono ad un gruppo sociale economicamente svantaggiato, culturalmente marginale per varie ragioni .
Il morso della tarantola causa una serie di sintomi psico-fisici. La donna interessata siede o giace in uno stato stuporoso, completamente indifferente ad ogni stimolo esterno, come voci, suoni, contatto fisico. Talvolta non batte neppure le ciglia quando un oggetto viene posto sotto i suoi occhi, sembra essere totalmente dimentica di se stessa e del mondo che la circonda. Non mangia, a meno che non sia forzata a farlo, non dorme, non avverte alcuna esigenza fisica.
In tali casi, la diagnosi è scontata: si tratta della taranta. L’unico modo per guarire la sfortunata donna e per restituirla al suo sistema sociale è quello di sottoporla alla cura tradizionale: “i suoni”. un tipo di musica ritualmente codificata. Questa musica è in genere suonata da un gruppo formato da un violino, un tamburello (che sono i due strumenti principali), una chitarra ed una fisarmonica. Gli esecutori non sono musicisti professionali, ma sono comunque in grado di suonare questa musica terapeutica e la loro prestazione risulta anche molto costosa. Le famiglie delle tarantate talvolta sono costrette ad affrontare grossi debiti pur di assicurarsi l’opera del gruppo terapeutico.
Quando la musica comincia, la tarantata dà inizio alla sua danza.

Ella si risveglia dal suo stato stuporoso e comincia a muoversi imitando la taranta che l’ha punta. Danza senza sosta, arcua la schiena mentre giace sul pavimento, striscia per terra imitando l’andatura del ragno. Talvolta si aggrappa ad una corda che è lasciata pendere dal soffitto, quando il rituale viene eseguito al coperto (generalmente in casa della vittima), legata ad un albero quando, invece, si esegue all’aperto. Sia che si esegua il rituale al chiuso, sia che lo si faccia all’aperto, è necessario delimitare una cosiddetta “area sacra”, preparata a scopo rituale. Si ricrea un ambiente naturale, spargendo fiori e foglie in giro e riempiendo bacinelle d’acqua, oltre alla corda citata in precedenza. In un angolo viene posto un cestino per raccogliere le offerte per San Paolo, il santo che protegge dalle tarantole ma, al tempo stesso, le infligge come punizione. Alla tarantata vengono offerti fazzoletti di diversi colori, finché ella stessa non trova quello preferito dalla “sua” taranta, che è sempre femmina ed esprime i suoi gusti personali anche in altre occasioni. Il colore del fazzoletto scelto normalmente corrisponde al colore della taranta responsabile del morso.
Per poter cominciare a ballare, la tarantata ha bisogno della giusta musica, perché ogni taranta preferisce un certo motivo. La scelta della musica aiuta ad identificare la taranta.
A seconda della specie alla quale appartiene, la taranta ama o aborre un certo tipo di musica. Ci sono tarante libertine, tarante ballerine, tarante che cantano o tarante “tempestose”, che sono particolarmente aggressive. Generalmente, viene loro attribuito un nome femminile. Per scoprire la musica giusta, i suonatori procedono a quella che De Martino chiama l’esplorazione musicale, che consiste nel provare e riprovare diversi motivi, finché la tarantata non dimostra di apprezzarne uno, cominciando a ballare la danza rituale.
Questa danza si compone di fasi diverse: la danza con la spada, la danza del ragno e il battere ritmicamente i piedi.
La danza con la spada rappresenta la lotta della donna con la taranta, la danza del ragno sottolinea la sua identificazione con la taranta stessa, il ritmico battere dei piedi (cinquanta volte ogni dieci secondi) rappresenta la fase agonistica vera e propria del rituale.
Questo rituale dura generalmente due o tre giorni. La vittima, però, ripresenterà gli stessi sintomi ogni anno, quasi sempre d’estate, all’approssimarsi della festa di San Paolo (29 giugno) e sarà necessario sottoporla nuovamente a terapia rituale.
Non possiamo in questa sede ignorare quella che, rispetto al tarantismo, è l’altra faccia della medaglia, la malattia fisica in contrapposizione alla malattia culturale, il latrodectismo.
Il latrodectismo è una forma di aracnidismo, sindrome tossica che subentra in seguito ad una puntura di ragno. In questo caso, il ragno responsabile della puntura è il Latrodectus tredecimguttatus. Quest’ultimo è l’unico ragno in Italia la cui puntura è veramente pericolosa per l’uomo. Il suo veleno agisce principalmente sul sistema nervoso, causando una grave intossicazione con confusione mentale e disturbi neurologici. Gli arti inferiori e il busto vengono presi da dolori terribili che diventano sempre più forti. Il paziente a malapena si regge in piedi, respira con affanno, suda abbondantemente, accusa rigidità muscolare con spasmi, trema in tutto il corpo, ma in particolare negli arti inferiori, lamenta contrazioni addominali. La faccia gli si gonfia, le congiuntive gli si arrossano. Nausea, vomito, minzione dolorosa ed eccitazione sessuale completano il quadro. I sintomi mentali possono essere predominanti. All’inizio, il paziente può avvertire una profonda depressione, con grande ansia e pensieri di morte. Con l’andar del tempo, il paziente diventa sempre più confuso, depresso e ansioso e talvolta soffre di allucinazioni. Durante il secondo giorno, i dolori fisici e i sintomi generali si attenuano e avverte sensazioni di bruciore e pizzicore alle piante dei piedi.Il periodo di convalescenza può prolungarsi per settimane. Molto raramente la puntura del Latrodectus è mortale.
Latrodectismo e tarantismo molto raramente coincidono. La sindrome tossica, quando presente, può tuttavia confluire nella sindrome culturale.
Nella sindrome culturale del tarantismo si rimodellano molti altri disturbi, dalla colica epatica all’otite purulenta, dalla psicosi depressiva alla schizofrenia, con una spiccata preponderanza dei disturbi psicologici e psichiatrici (De Martino,1961)
Forse, in un mondo contadino, economicamente e socialmente svantaggiato, il rituale del tarantismo è l’unica soluzione accessibile per dei disturbi che altrimenti non sarebbero gestibili.
In questo rituale, come abbiamo visto, la musica ha un ruolo determinante, in quanto permette di identificare il ragno responsabile e rende la donna in grado di danzare, permettendole, così, di porre fine alla crisi.
Veniamo ora all’analisi di altri rituali terapeutici che presentano delle analogie con il tarantismo.
Alcuni culti africani presentano delle caratteristiche comuni col fenomeno salentino.
Procediamo con ordine.
I culti africani che possono essere comparati al tarantismo sono
lo zar , il bori , lo ndop il tigretier, il derdeba, l’hadra.
La loro caratteristica fondamentale è la possessione spiritica, trattata con l’esecuzione di musica rituale e con la danza. Essi sono diffusi nei paesi islamici del Nord Africa, in Arabia, Etiopia e nell’area sudanese. Alcuni culti analoghi sono altresì diffusi nella zona caraibica.
Essi sono la macumba, l’umbanda, il candomblé, la santeria, il voudou.
In alcuni dei culti citati, che, come il tarantismo,sono condivisi a livello popolare, la partecipazione femminile è preponderante. Essi sono il risultato di un sincretismo di credenze magiche, religioni naturali locali e religioni dominanti, quali il Cristianesimo e l’Islam. I seguaci possono essere posseduti da entità diverse che sono caratterizzate da tratti distintivi. Gli spiriti responsabili della possessione li fanno danzare (o danzano essi stessi) al suono di determinati strumenti (principalmente tamburi).
Comincerò con l’analisi del derdeba.
Il derdeba è un rituale che viene eseguito nella zona del Maghreb dagli Gnaua, un gruppo etnico che vive in Nord Africa. Essi sono i discendenti degli antichi schiavi deportati dal Sudan e dai paesi dell’Africa occidentale sub-sahariana (Mauritania,Senegal, Mali e Niger). In Marocco le loro pratiche ancestrali si sono combinate con il Tasawwuf (Sufismo, esoterismo islamico). Questo ha condotto alla costituzione di una Tariqa (confraternita, via mistica) facente capo al Marabut Sidi Bilal, Compagno del Profeta e primo muezzin dell’Islam. Gli Gnaua sono musicisti e danzatori. Essi praticano dei complessi rituali cromatico-coreutico-musicali, che hanno molteplici scopi, come guarire una persona ammalata, o rendere capace di procreare una donna sterile. Principalmente, si tratta di riequilibrare e reintegrare le fondamentali energie fisiche umane.
Tramite l’evocazione delle sette principali manifestazioni dell’attività demiurgica divina, chiamate m’luk e rappresentate da sette colori, essi ricreano il momento della genesi dell’universo.
Gli strumenti musicali utilizzati dagli Gnaua sono tre: il ghnbri, che è un liuto-tamburo di origine sudanese, il tboel, un grosso tamburo a doppia membrana, tenuto sul fianco tramite una bandoliera e percosso da due bacchette, e i qraqèb, delle grosse castagnette di ferro, suonate aprendo e chiudendo velocemente la mano. Sette “divise musicali” evocano i m’luk e ciascuna di esse, ripetuta e variata, dà vita ad una delle sette suites musicali che compongono il loro repertorio. Durante l’esecuzione delle sette suites, si bruciano sette tipi diversi di incenso e i danzatori sono ricoperti da veli di sette colori diversi. Ogni m’luk è accompagnato da un numero di entità, che sono distinguibili dalla musica, dal canto e dal tipo di danza. Queste entità sono poste in relazione con comportamenti umani e complessi mentali. La confraternita è composta da vari gruppi (zriba), che si riuniscono attorno ad una sacerdotessa-officiante (madqà), che guida le danze estatiche e ad un maestro di ghnbri (maallem), accompagnato dai suonatori di qraqèb.
Il rituale normalmente comincia al mattino, con il sacrificio di un animale scelto dalla donna preposta a questo compito (chiamata talaa). La famiglia della persona che deve essere sottoposta al rituale offre un pranzo al quale partecipano parenti, amici e vicini da casa, oltre, naturalmente, agli Gnaua. Dopo pranzo, gli Gnaua vanno in strada a suonare i loro strumenti.
Rientrano poi dal cortile, dove vengono accolti con un vassoio di datteri, latte, candele rosse e verdi. Danno inizio dunque alla loro danza, che è, in questa fase, molto veloce e vivace.Si offre un sorso di latte a tutti i presenti, che possono fare delle offerte agli Gnaua, richiedendo in cambio degli incantesimi protettivi.
Nella seconda fase del rituale si suona il ghnbri, accompagnandolo con il battito delle mani. Qualcuno danza, ma non si verifica ancora nessuna trance.
L’ultima fase del rituale comincia intorno alla mezzanotte, o più tardi.Gli Gnaua consacrano lo spazio recitando delle formule di sottomissione agli spiriti, bruciando i sette incensi e adornandosi con i fazzoletti colorati. Eseguono dunque una danza vorticosa, al suono dei qraqèb e dei tboel. Il capo del gruppo comincia a suonare il ghnbri , aprendo così il sentiero per il viaggio estatico, attraverso i domini dei sette m’luk, che finirà al sorgere del sole, con il ritorno nel mondo ordinario.
Come possiamo vedere, siamo in presenza di danza, strumenti musicali, fazzoletti colorati. I m’luk si comportano esattamente come la taranta, nella loro predilezione per un motivo musicale invece che per un altro.
Un altro rituale che presenta incredibili similitudini con il tarantismo è l’hadra.
Come il derdeba, l’hadra è una terapia rituale eseguita da un gruppo terapeutico-musicale, nella zona del Maghreb. Normalmente la terapia ha luogo nella casa dell’ammalato. Il paziente è una persona che cade in trance ogni qualvolta sente il ritmo dell’hadra, oppure è una persona che soffre di altri disturbi fisici o psichici.
La famiglia dell’ammalato invita il gruppo terapeutico (che normalmente appartiene a confraternite estatiche quali Jilala, Hamatcha, Essaua e gli stessi Gnaua) ad eseguire l’hadra per il proprio congiunto.
Il gruppo conduce il rituale nel posto in cui vive l’ammalato. L’hadra dura due o tre giorni. La terapia deve essere ripetuta ogni anno, nello stesso periodo, generalmente in estate. La gente dice che se la terapia non viene rinnovata, l’ammalato ripresenterà gli stessi sintomi all’approssimarsi della data corrispondente alla prima crisi. Nel tempo che intercorre tra due hadra, comunque, i sintomi svaniscono, o, almeno, vengono tenuti sotto controllo.
Le similitudini tra i rituali maghrebini e il tarantismo si possono sintetizzare come segue.
La terapia è concepita ritualmente e deve essere rinnovata ogni anno.
I guaritori sono musicisti, si riconosce un valore terapeutico ai colori, anche la danza ha caratteristiche curative.
Inoltre, vogliamo citare qui brevemente una danza delle spade marocchina, quasi del tutto scomparsa, che presenta notevoli analogie con quella eseguita nel tarantismo.
Altre interessanti similitudini si riscontrano col il voudou haitiano.
Il voudou è una sorta di religione sincretica tipica della zona di Haiti. Essa è il risultato della mescolanza tra l’animismo, eredità del Benin, terra di provenienza della maggior parte degli schiavi deportati ad Haiti, la religione cristiana e quella islamica. Il voudou è caratterizzato dalla presenza di alcuni spiriti-dei, chiamati loa, che manifestano la loro presenza attraverso i devoti, che essi possiedono durante le cerimonie religiose. Ogni loa ha comportamenti e atteggiamenti propri e caratteristiche distintive.
Ogu è il loa guerriero e il medium che è da esso posseduto ama avvolgersi una sciarpa rossa attorno al collo, maneggiare la spada e muoversi come un soldato.
Nel tarantismo, qualcosa di simile è causato dalla “taranta tempestosa”, che alle persone che possiede fa preferire il colore rosso, la musica militare e le fa sentire attratte dalle armi.
 Erzulie è il loa della civetteria femminile e può essere comparata con la “taranta libertina”.
Ma, nella nostra analisi, il loa più interessante è Damballah, il loa serpente. Damballah è la trasformazione haitiana di San Patrizio che, secondo la tradizione, liberò l’Irlanda dai serpenti ed è rappresentato con un serpente sotto i suoi piedi. I medium di Damballah, quando sono posseduti dal loro loa, strisciano per terra come serpenti, scuotendo la testa e protendendo la lingua, si arrampicano su per il soffitto e si lasciano dondolare a testa in giù.
Una cosa da sottolineare è che sia la vittima della taranta che il medium di Damballah imitano l’animale velenoso a cui il loro santo o spirito è connesso. Un altro elemento da evidenziare è l’ambiguità dei loa. Essi dominano gli elementi naturali ai quali sono connessi e proteggono la gente da essi quando si comporta correttamente, rispettando gli obblighi rituali. Nel caso in cui i loa si adirino con gli uomini per qualche ragione, li puniscono, scatenando contro coloro che hanno commesso un errore gli stessi elementi che si trovano sotto il loro controllo.
San Paolo non è molto dissimile. Anche la sua figura si carica di una certa ambiguità. Ad esempio, il legame tra la taranta e il santo risulta un po’ oscuro. Il santo dei tarantati, che li libera dalle tarantole e li fa guarire dalle punture, al tempo stesso allontana le tarantole dai suoi protetti ma gliele manda contro nel caso in cui essi meritino di essere puniti. Come un loa, San Paolo si identifica con la taranta stessa. San Paolo è la taranta e la taranta è San Paolo. Una taranta non può essere uccisa, in quanto è una creatura di San Paolo. Durante l’esorcismo la taranta-San Paolo (non c’è mai una distinzione chiara) parla alla tarantata, che lo prega di lasciarla libera, in quanto non gli ha mai mancato di rispetto.
A questo punto ci sembra interessante aggiungere qualcosa relativamente alle similitudini con i culti di possessione africani che precedentemente sono stati soltanto nominati.
Nel tigretier riscontrabile in Abissinia, ad esempio, la protagonista è una donna che viene presa da una crisi stuporosa, finché non viene stimolata dalla musica a danzare, fino al superamento del suo stato di assenza.
Nel bori, in Nigeria, la persona interessata viene portata sotto un albero sacro, dove gli officianti cominciano a danzare e continuano a farlo in casa della persona. Inoltre, ogni spirito ha il suo colore preferito, la sua musica e le sue canzoni.
Il bori è un culto femminile, generalmente diffuso tra donne che hanno problemi personali quali sterilità e divorzio, che in una società islamica, già di per sé punitiva nei confronti delle donne, le rende ancora più marginali Il bori dà loro potere e dignità.
Anche nei rituali zar dell’Etiopia ci sono delle terapie basate sulla musica e sulla danza. Il pavimento del luogo in cui la terapia viene eseguita è ricoperto da foglie e da canne.

Conclusioni.

Come abbiamo visto fino ad ora, c’è una linea continua che connette il tarantismo pugliese con i culti africani e, di conseguenza, con i culti afro-americani. Questo non sembrerà per niente strano se ci rifacciamo alla storia di questa regione italiana.
La Puglia, data la sua posizione geografia, ha subito l’influenza di un Islam tanto vicino e, ai tempi delle crociate, ha fatto da ponte tra l’Est e l’Ovest. Inoltre, l’Imperatore Federico II Hoenstaufen (1149-1250), signore dell’Italia meridionale, era molto interessato alla cultura islamica. Ai tempi delle crociate, inoltre, in Puglia c’era una forte presenza araba e berbera e, senza dubbio, ciò ha contribuito molto a delineare il fenomeno del tarantismo (e non solo quello).
A questo punto, possiamo confutare Rouget una volta ancora.
Nel suo testo “Music and Trance”, già menzionato, egli dice, a pagina 68, che, dal momento che il tarantismo è un culto di possessione non completamente integrato a livello sociale, non viene trattato come meriterebbe, cioè con un’iniziazione. La mancanza dell’iniziazione implica il ritorno della crisi e la conseguente necessità di trattarla ogni anno. Non c’è possibilità di soluzione definitiva, perché questa sarebbe data solo dall’iniziazione negata. Inoltre, Rouget afferma che la mancanza di iniziazione è caratteristica del tarantismo.
Ma, come abbiamo visto precedentemente, l’assenza di iniziazione è un elemento che può essere facilmente riscontrato in altri culti terapeutici del Nord Africa, come l’hadra.
Possiamo dire adesso che il fenomeno del tarantismo, che Rouget vede come una sorta di anomalia, a causa della sua non integrazione nella realtà locale, presenta numerose analogie con rituali molto diffusi nella cultura maghrebina.
Sotto questo punto di vista, il tarantismo non è più un culto di possessione che non osa configurarsi come tale a causa della sua marginalità rispetto alla cultura cattolica dominante, ma un rituale terapeutico mediterraneo, che risente di influenze maghrebine.

Fulvia Marino





 1 Msc Medical Anthropology. University College of London.
2 Etnologo (Napoli 1908-Roma 1965). In Mondo magico (1948) considerò la magia come momento della storia dello spirito e strumento di difesa nei confronti del dramma dell’esistenza.
3 Secondo l'"Enciclopedia di Psicologia" curata da Umberto Galimberti (Torino, Garzanti 1999), il fenomeno del tarantismo rappresenta un "sistema terapeutico istituzionalizzato e socializzato di manifestazioni a sfondo isteroide o epilettoide che la popolazione attribuisce al morso della tarantola, anche se questo animale non entra affatto nella vicenda se non nella fantasia popolare". Come vedremo sarà questo l'appordo della ricerca di Ernesto de Martino. www.uniurb.it/.../lavori2002/iovane/faq.htm
4 N.d.R. Si rinvengono notevoli analogie con il duello rituale di epoca classica in onore di una divinità o di un defunto nel corso della cerimonia funebre.
5 Tradizionalmente, la figura di San Paolo è connessa con tutti gli animali velenosi e con tutti gli animali che pungono e, di conseguenza, anche con i serpenti.

4 maggio 2013

- Il MAESTRO VENERABILE




Antequam de quocumque subiecto …

La Costituzione del GOI, all’art. 20, descrive la figura e le funzioni del Maestro Venerabile sancendo che egli ispira, presiede, governa e rappresenta la Loggia.
Lo investe, inoltre, di una particolare competenza per lo svolgimento di quegli atti rituali che saranno più specificamente delineati nel Regolamento dell’Ordine e lo rende, con la collaborazione dei Dignitari ed Ufficiali, esecutore delle deliberazioni della Loggia, nonché, responsabile anche dell’esecuzione delle deliberazioni degli Organi del GOI.
Lo stesso articolo, infine, afferma che, nell’esercizio  del Magistero iniziatico, la sua autorità è sacra ed inviolabile.

La vasta portata di queste poche, ma complesse espressioni fa della figura del M. Ven. un vero pilastro su cui poggia molta parte dell’altrettanto  complessa nozione di Loggia massonica . 

Poiché la Loggia è il corpo primario e fondamentale della Comunione e consiste nella Collettività autonoma e sovrana dei Liberi Muratori, ritualmente e regolarmente costituita per lo svolgimento dei Lavori Massonici (art. 16/C), si deduce facilmente che un personaggio con le attribuzioni del Maestro Ven. è necessariamente uno dei due poli fondamentali della Loggia, essendo, invero, il primo polo la Collettività del Liberi Muratori ed il secondo polo, appunto, il M.Ven.

Infatti, se la Collettività dei Liberi Muratori è il sostanziale Corpo della Massoneria, non si può negare, alla luce della normativa costituzionale che regola l’ambito di azione di detto Corpo, che il “motore” che suscita (ispira), coordina (presiede) e guida (governa) ogni dinamismo del detto Corpo, è proprio il Maestro Venerabile.

E, poiché, ancora, egli è definito il responsabile di tutte le esecuzioni di Loggia ed istituzionali, è innegabile la sua centralità e la sua importanza, nonché, la sua indispensabilità, nella comprensione e nella rappresentazione del concetto di Lavori Muratori che sono il fine essenziale della esistenza di una Loggia massonica.  

Detto tutto ciò, il ruolo del M.Ven. che costituzionalmente è tanto ricco ed interessante, necessita di un complemento senza del quale rischia di restare una mera espressione letterale.

Ed ora, una domanda. CHI?

Qual è questo complemento così importante? È l’uomo. È, cioè, quel Fratello che viene eletto Maestro Ven.

A questo punto il tema che concerne la figura del Maestro Venerabile, si sdoppia, necessariamente in due filoni tematici paralleli.

Il primo filone tematico è quello che, sia pure succintamente, abbiamo trattato fino a questo momento; cioè il tema costitutivo, o costituzionale, o formale, se si preferisce; cioè il tema che si appoggia e si nutre delle ipotesi legislative, vale a dire di ciò che la legislazione astrattamente prevede o prescrive.
Il secondo filone, necessariamente complementare al primo, ci porta a  considerare l’uomo  che deve incarnarne la prefigurazione che astrattamente è stata indicata dalla normativa.
A ben vedere, questo secondo filone non è meno importante del primo , anzi ê addirittura cruciale per  il semplice fatto  che l’uomo  sbagliato annichilisce tutta la potenziale plenitudo di valori contenuta nella ipotesi normativa.
E allora, l’elezione del Maestro Venerabile si appalesa come una sorta di problema da risolvere non solo per il bene della Loggia, ma per lo stesso bene dell’Ordine.

Antichi catechismi massonici pervenuti fino a noi ci rammemorano che  fin  dall’epoca ancora operativa della Libera Muratoria, agli albori della principiante evoluzione che a poco a poco stava portando i nostri progenitori verso la speculatività, il Maestro Venerabile veniva scelto nella persona del “più saggio” tra i Compagni.

Ecco la chiave.
La SAGGEZZA, ossia l’arte della vita

Era, già allora, la Saggezza un elemento fondamentale per individuare la persona capace ed idonea a caricarsi delle tante responsabilità che, già a quell’epoca, facevano capo al Maestro Venerabile.
E cosa mai, se non la Saggezza, potrebbe oggi garantire la Collettività dei Liberi Muratori, cioè, la Loggia, dell’attitudine del suo presidente a ispirare, presiedere, governare e rappresentare la Loggia.
Questi quattro compiti, dal presiedere al rappresentare, possono bensì essere svolti da persone ricche di varie qualità, tuttavia, tutte le qualità che un uomo può mettere in campo, se non amalgamate o temperate dalla debita saggezza potrebbero risultare perfino ridondanti nella guida di una così complessa entità quale è una Loggia Massonica.
L’ intelligenza, la cultura, la spavalderia, la sicurezza, mascherano, talvolta, dei punti deboli che possono generare la suscettibilità di qualcuno ed infrangere l’armonia necessaria per il buon proseguimento del rapporto fraternale massonico, lievito e viatico della saldezza della Loggia.
L’uomo dotato di saggezza sa, per contro, per innata virtù, dove arrestare il suo dire per evitare l’arroganza, dove stemperare le asprezze per affermare la tolleranza, dove sostenere ogni sforzo per realizzare la fratellanza, come promuovere l’interesse di tutti i Fratelli, come evitare possibili contrapposizioni, come prevenire, soprattutto , l’eventuale insidia di correnti disgregatrici, che si  generano tanto spesso, per incuria o insipienza nella direzione e nella conduzione dei Lavori.

Inoltre, qualche buona dote naturale
sarà indispensabile

Un M.V. parla prima con gli occhi che con la bocca. Il suo sorriso fraterno è la chiave dell’Armonia che egli sa dispensare ai suoi Fratelli, immediatamente, con la semplice sua presenza. Il M.V. è colui che accoglie in Loggia ospiti sconosciuti di ogni rango e provenienza ed ha subito con loro un aperto dialogo di benvenuto che fissa istantaneamente, come “Stella Polare”, la sua autorevolezza in Loggia.

Il M. V. non è solo l’anima dei Lavori nell’Officina, ma è sempre, in ogni momento, in ogni giorno, il punto di riferimento morale ed amicale dei suoi Fratelli, anche quando sono lontani dalla Loggia.

Uomini dotati di queste multiformi qualità che si fondono nella saggezza che li caratterizza, sono una specie rara, ma, per fortuna non ancora estinta.

Ad uomini di questo genere dovrebbe affidarsi la direzione di una Loggia.

Dicendo questo, si capisce che si sottintende, per il bene della Loggia e dello stesso Ordine che non tutti, sebbene ricchi di altri tesori di virtù, hanno l’attitudine ad essere buoni Maestri  Venerabili. Esperienza insegna che un Maestro Venerabile poco idoneo alla carica può determinare, sia pure in buona fede, danni irreparabili alla sua Loggia.

Nella migliore delle ipotesi una Loggia presieduta da un Venerabile con scarsa attitudine, appiattirà lo spessore dei suoi Lavori e senza nemmeno che i Fratelli se ne accorgano, sprofonderà nella noia, nell’insipienza, nella sterilità, in una vera agonia iniziatica. Quanti esempi di Logge, così ridotte, sono sotto i nostri occhi nella nostra Comunione nazionale?

A ben riflettere, la responsabilità di tali dissesti può essere semplicemente ricondotta ai Maestri Venerabili, dotati, probabilmente di poca saggezza.
Come si diceva poc’anzi, alla luce di queste brevi considerazioni, che non devono intendersi esaustive delle possibilità di indagine sulla figura del Maestro Venerabile, il personaggio che ne svolge il ruolo, nella pienezza della sua potenziale e reale contestualizzazione, può intendersi, a buon diritto, il pilastro su cui poggia molta parte dell’altrettanto complessa nozione di Loggia massonica.

Luigi Sessa
R\L\ Giustizia e Libertà 767 Goi, Roma


22 aprile 2013

- La Musica non racconta storie, essa semplicemente è!




Maestro Venerabile,
 sono onorato di poter tracciare una tavola in occasione della celebrazione del 55° anno di vita e di ‘armonico lavoro’ della nostra Officina, in  nome dell’universalità della nostra Istituzione vorrei inoltre ricordare con questo lavoro il fratello Sergio Fiorentino.
Le mie riflessioni riguarderanno un linguaggio potente e penetrante che si intreccia secondo il mio parere con il nostro percorso di ricerca esoterica in modo indissolubile; la Musica!
 ‘La Musica non racconta storie, essa semplicemente è!’, affermava il grande Direttore Leonard Bernstein; è il modo in cui ci fa sentire quando l’ascoltiamo,  rendendo impossibile la descrizione dello stato di vibrazione magica nella quale si libera, manifestandosi, la nostra parte più profonda.
Il ‘Silenzio’, è il primo stato necessario da raggiungere, sia per l’ascoltatore che per l’esecutore, per la predisposizione e la successiva assimilazione del flusso sonoro che nasce dalla nostra natura primordiale. Questo stato è perfettamente identico al Silenzio e all’introspezione dell’Apprendista per l’inizio della comprensione del Cosmo racchiuso nell’infinità del Tempio.
La Musica è il prototipo di tutte le forze presenti in questo Cosmo, è il linguaggio ermafrodito  che lega il Cielo e la Terra in un’unica trama armonica, racchiude in sé la sintesi di elementi profondamente antitetici; le prime testimonianze sul suo ruolo nel mondo ci vengono date dai miti della creazione e del conseguente ‘chiarore’.

 Secondo alcuni popoli primitivi questo chiarore era richiamato dal canto di un Gallo Divino.
Essa si colloca tra le tenebre e la ‘luce del primo giorno’, tra l’oscurità della vita inconscia e quella luminosa della rappresentazione intellettuale, è per l’uomo una possibilità!
La stessa simbolica possibilità che cerca il recipiendario nell’iniziazione, nella visione del proprio V.I.T.R.I.O.L. e del conseguente urto con se stesso e del proprio Caos; nel Gabinetto di Riflessione ritroviamo il canto di quel Gallo Divino che annuncia all’uomo la probabile fine della notte attraverso la Vigilanza e la Perseveranza.
Il ‘perfezionamento musicale dell’uomo’, diventa un processo senza fine sostenuto dal dubbio e caratterizzato dalla lettura del mondo interno ed esterno attraverso i simboli presenti in Loggia. Nella mia visione la Massoneria e la Musica sono per molti versi simili e si alimentano l’una con l’altra.
Pensiamo ad un’orchestra e alle linee melodiche dei singoli strumenti, ogni uno ha la sua linea indipendente, ma legata indissolubilmente alle altre e all’idea del tutto; l’orchestra infatti ha un unico suono e respiro; tutti ‘viaggiano’ attraverso le linee architettoniche che consapevolmente sono state tracciate dal compositore.
Cosa sarebbe il singolo senza la ‘risonanza’ dell’altro?
Un Libero Muratore da solo non sarebbe tale se accanto a lui non ci fossero i Fratelli, verrebbe a mancare la stessa idea di Massoneria svuotata del suo valore fondamentale e cioè della  Vera Fratellanza. Il Vincolo che lega le note, i simboli e i Liberi Muratori, è la Forza dell’Armonia, che nella speculazione interiore, traccia la strada ideale da seguire e che in questo legame profondo ci rende liberi.

Ma dove risiede la vera essenza della Musica?

Ritorno ad una delle rappresentazioni ancestrali che l’uomo le dà con il mito della creazione  della ‘materia’ avvenuta attraverso la vibrazione del nulla.
Questa vibrazione, diventa la manifestazione dell’unità assoluta che risiede celata in noi, è la musica quindi il primo collegamento diretto pensato dall’uomo per ritornare ad essa; nel corso della storia questo ‘Collegamento’ è stato codificato e regolato da leggi precise, il ‘fenomeno acustico’ si è strutturato all’interno di una metrica musicale.
Le sette note sono i pilastri sicuri, le fondamenta per edificare templi musicali e spirituali; tra l’altro la notazione attuale è dovuta alla codificazione, avvenuta nel XII secolo, di Guido D’Arezzo  che estrapolò da un canto a S. Giovanni, legato simbolicamente alla nostra Istituzione, le sillabe iniziali  dalle prime sette frasi,  corrispondenti alla scala musicale.

Per la ricerca ed il ritorno all’unità primordiale, non bastano le sette note, in quell’unità c’è lo sguardo verso la volta stellata; la verità?

Il significato esoterico della musica può condurre alla ricerca ciò che và oltre ripercorrendo il ‘viaggio’ della creazione al contrario verso l’infinito.

In questo viaggio ogn’uno potrà ricercare la propria ‘Ottava Nota’!

Maestro Venerabile, prima di lasciare spazio alla Musica e continuare la Tavola con il suono del pianoforte, introduco la composizione che mi accingo ad interpretare.

Essa è stata concepita da F.Liszt, uno dei più grandi geni del Romanticismo Musicale ed Iniziato nella nostra Istituzione nel 1841;  è intitolata ‘Après une lecture du Dante-Fantasia quasi Sonata’ ed ispirata ad un poema di V.Hugo legato della Divina Commedia.

L’incipit del brano e la discesa agli Inferi, è caratterizzato dalla tonalità di Re minore utilizzata anche da altri compositori per rappresentare la morte e da note che formano un intervallo definito nel Medioevo Diabolus in Musica, questo intervallo sarà sempre presente nel viaggio musicale, fino all’ultima fase, dove al cospetto della Luce, l’uomo porterà dentro di sé la sua origine.


L.R.


 Ascolto consigliato:

F.Liszt - ‘Après une lecture du Dante-Fantasia quasi Sonata’, Pianista Claudio Arrau.

I Parte:
II Parte: