12 febbraio 2010

- Cos’è la Felicità.


Dire in cosa consiste la Felicità potrebbe, di primo acchito, sembrare cosa facile; per me non lo è, anzi, vi trovo parecchie difficoltà. Trattandosi di uno stato d’animo molto soggettivo, affermare cosa sia la Felicità è cosa quasi impossibile. Infatti, determinate situazioni, eventi particolari o semplici oggetti possono rendermi felice; ad altre persone, per contro, le stesse circostanze non danno alcuna emozione, nessuna percezione di Felicità.
Modestia e ottimismo
Per iniziare vorrei richiamare alla memoria un noto proverbio: «Chi s’accontenta gode!» Ecco una fondamentale premessa per chi cerca la Felicità; se una persona è modesta, non ha troppi desideri, esigenze e pretese, ma sa accontentarsi del suo stato esistenziale, si trova certamente sulla giusta via, quella che porta ad una vita serena e felice.
La Felicità è quasi sempre da intendersi come oggetto di desiderio e noi tutti di desideri ne abbiamo sempre molti. Alcuni ritengono che la Felicità non esista affatto, mentre altri pensano o credono che non faccia parte della nostra vita terrena e sia dunque raggiungibile soltanto nell’aldilà, una volta passati nel regno dei morti. È certamente vero che la vita è breve e che scorre attraverso un’alternanza di molti stati d’animo, situazioni di gioia e di dolore, per cui una condizione di vera Felicità molto probabilmente non può mai durare a lungo. È comunque certo che la Felicità esiste solo nel presente o nell’attesa di un evento desiderato intensamente e per molto tempo. Secondo il mio modo di vedere, per essere felici, è molto importante organizzare i propri pensieri e la propria vita in modo da vedere sempre gli aspetti positivi di tutte le situazioni, anche se queste sono apparentemente tristi o drammatiche; imparare ad essere ottimisti. È come la storia del «bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto»: felice chi lo vede sempre mezzo pieno! I sentimenti positivi riescono a cambiare la nostra vita, in modo particolare incominciando a «conoscere noi stessi». Infatti ognuno deve trovare la propria formula individuale, in quanto non tutti trovano la Felicità nelle stesse entità e nelle stesse situazioni.
Possibili fonti di Felicità
Buona parte degli esseri umani trova la Felicità nella fede, in una religione, insomma nel mettersi corpo e spirito nelle mani di un essere superiore, l’Altissimo o, per noi Massoni, il Grande Architetto dell’Universo che simbolizza il Dio del Creato. Un’altra fonte di Felicità è la buona musica; tocca il nostro più profondo intimo, sia essa classica, jazz o rock, ma anche quella prodotta da una filarmonica e da un coro di un paese o di una città. Si può essere felici anche sostando in una Chiesa, non necessariamente per pregare, ma per ascoltare quel silenzio, tanto raro ai giorni nostri, che permette di meditare sulla nostra esistenza: «Chi sono, da dove vengo, dove vado?» Probabilmente la Felicità è dentro di noi; si tratta soltanto di trovare il modo di cercarla e di scoprirla. Certe volte ci si chiede se il denaro possa dare la Felicità. La risposta è certamente sì, ma la ricchezza si trasforma in vera Felicità soprattutto se si è capaci di usarla nel modo migliore, particolarmente per aiutare i nostri simili che si trovano nel bisogno o nell’indigenza. È importante che i benestanti non diventino egoisti e avari; sarebbero le persone più infelici di questo mondo. La Gioia che si prova aiutando il prossimo ricompensa e gratifica in modo difficilmente esprimibile, ma fa capire che l’amore verso gli altri, verso l’umanità, sia il sentimento più importante della nostra vita. La Carità, una delle Virtù teologali molto conosciuta, è sinonimo di Amore verso il prossimo. Se applicata nella giusta maniera, ossia «non sappia la mano destra ciò che fa la sinistra», può procurare intensa Felicità. È pure importante soccorrere i nostri simili, nel limite del possibile, liberandoli dalle loro paure e dalle loro sofferenza psichiche, aiutandoli a rinforzare i loro sentimenti positivi e con ciò sostenerli nel progredire verso una vita migliore, più soddisfacente, forse un po’ più felice.
Felicità in famiglia e altrove
I figli rendono felici? Certamente, essi portano nuova vita in casa e riscaldano i cuori dei genitori. Essi hanno bisogno di noi e poter seguire giorno per giorno il loro sviluppo è una delle più emozionanti esperienze umane. Ma anche le unioni matrimoniali senza bambini possono dare Felicità; qualche volta sono migliori di quelle con prole, perché educare figli richiede grande impegno, sia da parte della madre che del padre, che qualche volta può incidere negativamente sul rapporto di coppia. Al di fuori della famiglia, che rende veramente felice è, tra l’altro, la certezza di avere dei veri e sinceri amici. L’amicizia è sicuramente fonte di Felicità. Incontrare amici significa possibilità di confidarsi, scambiarsi esperienze positive e negative, ma anche conforto, sostegno e aiuto reciproco.
Anche l’attività lavorativa può dare Felicità; se svolta con passione e amore, può procurare momenti di immensa soddisfazione. Non esiste un lavoro più importante di un altro: ogni attività ha il suo scopo preciso; chi vi partecipa è l’ingranaggio di un unico meccanismo che serve a compiere un determinato progetto, sia esso imprenditoriale, pubblico o privato. Noi Massoni ne sappiamo qualcosa: siamo tutti anelli di un’unica catena: l’unione non fa soltanto la forza ma anche la Felicità.
L’innamoramento, per terminare, è anch’esso uno stato d’animo che rende felici. Il pensiero e l’attesa dell’incontro con la persona amata dà una forte carica emotiva che fa vedere il sole anche quando non c’è. Non è vero che l’amore passa, l’innamoramento tra un uomo e una donna può durare per sempre; forse subirà dei cambiamenti, subentrerà maggiormente l’affetto, il rispetto e la stima, ma se l’unione è basata su validi principi morali e spirituali reciproci, può continuare per tutta la vita: questa è vera Felicità!
Egidio Schmid

10 febbraio 2010

- Antimassoneria


Nessuna associazione al mondo, più della Massoneria, ha contribuito, in modo diretto o indiretto, alla libertà e al progresso dei popoli. Dapprima con l’Illuminismo settecentesco, quel meraviglioso periodo che ha segnato storicamente la fine dell’oscurantismo clericale, e che, dopo secoli, ha ridato all’uomo il «diritto di pensare», la ragione. È poi seguito un relativamente tranquillo neo-spiritualistico Ottocento, il Romanticismo, in cui gli ideali massonici si sono sparsi in tutto il modo e inclusi nelle Costituzioni di molti Paesi. Sembrava che il trinomio di Libertà-Uguaglianza-Fratellanza, ma anche i concetti di pace e democrazia, portati all’umanità con intelligenza, bontà ed entusiasmo da grandi Massoni come Garibaldi, Carducci, Goethe, Mozart, Washington e innumerevoli altri, fossero ormai compresi, accettati e promulgati da tutti i popoli. Ma non fu così: nella prima metà del Novecento nacquero i grandi regimi fascisti e comunisti che non seppero far altro che perseguitare proprio coloro che avevano portato l’umanità ad un livello di vita degno di essere vissuto. Ma le origini dell’antimassonismo e della persecuzione dei Massoni ha radici ben più lontane. La vera smisurata dittatura degli ultimi due millenni, che ha annientato mentalmente e fisicamente, con eccidi, genocidi, roghi ecc., milioni di buoni ed innocenti esseri umani in ogni angolo del nostro pianeta, è stata quella dello strapotere temporale della Chiesa di Roma. Questa non poteva, evidentemente, accettare che un’associazione di uomini liberi ed onesti, la Massoneria, potesse portare all’umanità il vero benessere, sia spirituale che materiale. Ed ecco che i Papi, uno dopo l’altro, iniziando da Clemente XII con la sua perfida enciclica «In eminenti» del 1738, presentano al popolo la Massoneria, per quasi tre secoli, con mille bugie, calunnie, insulti e ingiurie, ma anche con minacce e – oggigiorno sembra ridicolo – con terribili scomuniche. Ma arrivarono, come detto sopra, a dar manforte all’egemonia vaticana, le dittature fasciste, ma anche comuniste, di Mussolini, Hitler, Franco, Stalin ecc., con feroci persecuzioni durante le quali furono torturati, uccisi ed esiliati migliaia e migliaia di Massoni, uomini onesti, unicamente preoccupati ed occupati per il bene altrui. Ma oggi, tutto è passato? Vana illusione! L’integralismo religioso e l’estremismo politico sono tutt’altro che estinti; meno vistosi, ma, subdoli e attivi, continuano le loro nefandezze. È duro credere nell’uomo! È difficile sperare in un mondo migliore. Ma il Massone continua, non ha scelta; ha intravisto il Bene, non può che camminare verso quella Luce.
Othmar Dürler

6 febbraio 2010

- IL Bello

Tra i primi a chiedersi ragione degli effetti e della funzione del Bello in natura, vi furono i Greci e la filosofia platonica ne diede i frutti più importanti, per il riverbero che questa ebbe nella costruzione dell’estetica rinascimentale.
Secondo il platonismo e la sua emanazione umanista, il neoplatonismo, la grazia della forma esteriore nella sua costruzione armonica, dettata dall’accordo delle parti col tutto, corrispondeva all’armonia interiore manifestata dalle virtù morali espresse nelle azioni dell’individuo. La figura allegorica della Verità appare infatti nuda, a sostegno dell’idea che ciò che sta interamente visibile sotto la luce del sole non produce inganni e deformità, ma quella nudità corrisponde anche alla perfezione del vero alla rettitudine, quindi per immediata deduzione, la perfezione armonica di un corpo nudo avrebbe messo in evidenza l’intima corrispondenza di verità e bellezza. Il corpo eroico è costantemente rappresentato nudo, non nell’intenzione di suscitare curiosità ma per certificare quanto quella perfetta armonia di forme assicuri la rispondenza a doti tanto virtuose quanto sovrumane. "Il bello è lo splendore del vero" secondo la filosofia platonica, la Bellezza fa, cioè, risplendere la verità nella sua interezza, come totalità di un fenomeno sottoposto alla sfera dello sguardo fisico; ecco come, nella cultura rinascimentale, così propensa all’ammirazione del Bello, l’armonia di una forma si fa veicolo di qualità superiori o meglio di Virtù immateriali; l’estetica del neoplatonismo ficiniano, che tanto peso ha nella produzione letteraria e artistica del nostro Quattrocento, tenta una conciliazione se non un’identificazione delle qualità morali e spirituali dell’uomo con la sua bellezza fisica, in omaggio a quel kalòs kai agathòs, che diviene nella più corrente declinazione, potere della bellezza. A questo potere, al pericolo di questo incanto, alla tentazione di fermarsi nella contemplazione di un riflesso illusorio di armonie più spirituali, si sono peraltro sottratti asceti e bacchettoni, la precettistica religiosa ne ha trattato ad ogni piè sospinto, individuandone l’evidenza più immediata nel corpo della donna. Alla lettera S del mio ideale vademecum del Viaggiatore, se dovessi compilarne uno, figurerebbe senz’altro la parola ‘Sguardi’. Lo sguardo è il primo veicolo di conoscenza consapevole; si rivolge tanto alle cose che ci circondano quanto agli esseri, restituendoci una percezione rapidissima o una valutazione approfondita, a seconda che riceva informazioni istintive o segua dei processi mentali più analitici. Esso indaga e disvela realtà esteriori ma anche concetti astratti, quando divenga strumento di indagine filosofico o spirituale. Così, rivolto alle verità superiori, caratterizza la capacità di speculazione della specie umana. L’uso che facciamo noi, qui in Occidente, dei nostri corpi opachi e dei nostri sguardi cristallizzati, ben poco ha da spartire con ciò che per esempio, ho potuto osservare in un recente viaggio arrivando in India dove, al pari delle culture più antiche, il corpo si rivela, nell’eleganza e nella crudezza, il principale interprete e strumento di ogni singola azione quotidiana , strumento non mediato del fare e dove lo sguardo riveste una valenza assoluta nel riconoscere, valutare, soppesare, definire l’Altro, con una voracità dimenticata e cancellata dalla nostra promiscuità mediatica. Questa valenza colpisce immediatamente tra gli altri sensi, l’occhio, non appena si abbandoni l’asilo provvisorio che è l’aereo e se ne viene investiti con una potenza inusitata, soprattutto se sei una donna, e occidentale. In India, come nel mondo islamico, è tabù ogni forma di contatto fisico in pubblico tra uomini e donne, contatto che è riservato ai rapporti tra coniugi nel privato e ai genitori verso i figli piccoli. Non ci si dà la mano e tanto meno ci si abbraccia, cosicchè la facoltà, direi l’intelligenza aguzzata degli sguardi, specie maschili, per leggere informazioni dai segnali che il corpo dell’Altro/Altra lascia sfuggire, è portata di necessità, all’ennesima potenza: camminando per le vie di Calcutta non è possibile dissimulare una banconota nella mano, la minima indecisione nel passo tradisce un’incertezza d’intenzione, la possibilità di passeggiare rilassati si presenta remota in una città indiana, tanta è la concitazione della folla che non si arresta mai. Non appena ti si individua come donna, anzi come femmina (leggi donna-nonvelata), si diviene oggetto, preda libera della potenza pervasiva degli sguardi di tutti gli astanti, pari soltanto agli strali di Apollo. Non mi sono sentita in pericolo mai, girando nei quartieri anche più miserabili, o molto meno che nella periferia di una nostra qualsiasi città italiana ma guardata sì, scansionata direi, tanto da capire ben presto che per passare inosservata e creare uno spazio, una distanza tra te e gli altri, l’unico modo è aderire al codice dell’invisibilità che offre il velo; non appena la testa, meglio magari se parte del viso o del corpo spariscono sotto una stoffa, gli sguardi si acquietano e si dirigono oltre la tua persona, si scompare letteralmente, strana sensazione di leggerezza e di libertà. La fonte di tanta dannazione per l’occhio e l’immaginazione risiederebbe dunque in ciò che di bello ed armonico, ma nello stesso tempo demonico, la donna possiede nella sua forma esteriore, se non volessimo valutare quanto siano invece proprio l’occhio e il cervello, strumenti apollinei, a formarsi un’immagine rispondente a canoni di avvenenza, e se dovessimo indagare anche superficialmente nella nostra realtà più corrente, vedremmo corpi femminili associati ad automobili, abiti o merci di vario tipo o, all’opposto, racchiusi in bozzoli informi vietati allo sguardo di chiunque, ma che rispondono alle stesse esigenze. Interpretazioni estreme e perciò stesso errate, usi eccessivi, ideologici o al contrario, proni alla legge barbarica del mercato. In ogni caso la consuetudine di usare, manipolare l’integrità di un essere che per definizione (ricorre in queste settimane il sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo) si vuole nasca libero, coesiste strettamente nella lettura che diverse e lontane ma solidali culture fanno del corpo femminile, nel difetto di prospettiva comune a tutte: l’arenarsi dello sguardo, quindi della sanzione, sull’aspetto provocatorio e dirompente della persona, cioè della maschera, come si ricava dal termine latino con attitudine predatoria, su quel condensato di sesso e psiche espresso dal corpo, da contenere e ritualizzare. Ma facciamo un passo indietro, tornando all’archetipo che ispira Grazia e Bellezza, Venere come secondo pilastro visibile del Tempio massonico: ‘La potenza del bene si è rifugiata nella natura del bello’ (Platone). A noi massoni è dato riflettere con il lume della Ragione, proprio sul farsi armonia di quell’intreccio di apparenza ed essenza, di veli sovrapposti e caduti, che il corpo sublimato della Dea dell’Amore, nata dall’acqua, rivela nella sua nudità con le valenze di fertilità, rinascita ed energia vivificatrice. Questa la vera forza motrice della Natura, che a popoli antichissimi apparve sacra quanto tangibile manifestazione del Divino. Se nel mondo profano Bello e Buono risultano divisi e lontani, è compito e privilegio dell’iniziato, nel suo percorso attraverso i gradi, lavorare a ricondurre all’unità armoniosa questi due princìpi finalmente riconciliati, con la dedizione che artisti di ogni tempo hanno messo nel modellare o dipingere il simulacro splendente di vita di Iside, Ishtar o Afrodite e con la certezza, che nel procedere all’innalzamento delle mura del Tempio invisibile, nel riscoprirne la strada d’accesso dentro sé stessi, solo quanto è costruito saggiamente con l’aiuto della livella può arrivare a grandi altezze; viceversa non c’è forza sufficiente a tenere in piedi un edificio, impostato su basi diseguali e mal distribuite.
Silvia Ghelardini

24 gennaio 2010

- Il Lavoro in Massoneria


È sorprendente come il concetto di «lavoro» possa ricorrere tanto frequentemente nei rituali e nelle letture massoniche e, al tempo stesso, sia oggetto di tante controversie e incomprensioni. La questione, già a suo tempo sollevata da Guénon, non è di quelle che possano essere considerate d’accademia e riguarda, anzi, direttamente il percorso che il Massone è tenuto a compiere per trasformare la propria iniziazione da virtuale ad effettiva.
Il concetto astratto di lavoro così come lo si intende attualmente è in realtà venutosi affermando solo in concomitanza con la rivoluzione industriale del XVIII secolo. È soltanto quando la produzione è diventata principalmente una produzione di merci che «allora l’astrazione della categoria ‘lavoro’, ‘il lavoro in generale’, il lavoro sans phrase, che è il punto di partenza dell’economia moderna, diviene per la prima volta praticamente vera». Questa è poi la ragione per la quale «nelle lingue dei popoli antichi o contemporanei, che non hanno spontaneamente sviluppato dei rapporti di produzione capitalistici, esistono raramente termini corrispondenti alle nostre nozioni astratte di lavoro o di lavorare ». È pertanto alquanto paradossale affermare, da un lato, il carattere storicamente relativo del concetto di lavoro e, dall’altro, utilizzare tale concetto per analizzare altre società, pretendendo di uniformare alla mentalità moderna il modo stesso di essere e di concepire l’attività lavorativa di culture e Tradizioni che, con quella moderna, hanno ben poco da spartire. Vero è che al giorno d’oggi si assiste ad una reiterata declamazione dell’importanza e delle virtù del lavoro e ciò non solo in relazione ad una maldigerita assimilazione della lezione marxiana, a torto o a ragione recepita dalla mentalità comune, ma soprattutto, come già rilevava il Guénon in tempi non sospetti, per «l’esagerata sopravvalutazione del concetto di azione in Occidente» che porta a concepire il lavoro in contrapposizione a quella particolarissima forma di agire che è la «contemplazione », a torto assimilata al «dolce far niente ». In realtà, il concetto tradizionale di Lavoro presenta delle strette connessioni con il mondo del Sacro, come si rileva del resto dalla stessa analisi etimologica. «Mestiere» viene da ministerium – opera minore – e si contrappone a magisterium – opera maggiore –, dove in entrambi i casi il termine «opera» rinvia ad un procedimento «operativo», per l’appunto, che è comune «all’Arte» (dell’artista) e al «lavoro» (dell’artigiano). Per «opera d’arte» si intende, etimologicamente, «ciò che è compiuto in conformità dell’ordine».
Via iniziatica
La «conformità» di detto ordine va rapportata alla natura propria di ciascun individuo, per cui si può affermare che «il lavoro non ha valore reale se non quando è conforme alla natura stessa dell’essere che lo compie, se non risulta in un certo qual modo spontaneo e necessario a tale natura, sì da essere il mezzo da questa impiegato per realizzarsi il più perfettamente possibile». Questa è la concezione che sottostà alla teoria dello swadharma degli indù e da cui prende le mosse l’elaborazione aristotelica del cosiddetto «atto proprio» a ciascuna natura. Come noto, le culture tradizionali individuano tre componenti fondamentali - denominati guna in sanscrito – la cui prevalenza relativa in ciascun individuo ne determina il carattere sattwico, rajasico o, alternativamente, tamasico. Per ciascuno dei tre si definiscono tre «vie» o percorsi iniziatici propri, di cui la prima – lo Jnama-marga – si addice alle persone in cui predomina la tendenza ascendente di sattwa e che per le loro caratteristiche sono candidate a ricoprire le funzioni di brahmano, mentre le altre due - il Bhakti-marga e il Karma-marga – sono proprie a quelle persone che ricadono, secondo la ben nota definizione tripartita della società suggerita dal Dumezil, nelle classi dei guerrieri e degli artigiani. Molto significativamente alla prima di queste vie appartiene il dominio del Magisterium, e quindi la conoscenza e la realizzazione dei Misteri maggiori, che caratterizzano l’Arte Sacerdotale propriamente detta; mentre la conoscenza dei Misteri minori – il ministerium – rientra in quella che è l’Arte Regale, la via propria alle altre due classi. Le vie iniziatiche che trovano un supporto simbolico e rituale nell’esercizio di un mestiere – e il cui esempio più rimarchevole è propriamente quello della Libera Muratoria, sono vie essenzialmente karmiche. La pratica dell’Arte Regale, che è conforme alla natura prevalentemente rajasica di queste persone, deve qui intendersi comunque come «preparatoria» nei confronti di un ulteriore proseguimento che, indipendentemente dalle limitazioni esplicate dal proprio guna, deve sempre ritenersi possibile. È importante sottolineare come esista «un rapporto tra i caratteri rispettivi dei tre marga e gli elementi costitutivi dell’essere ripartiti secondo la terna spirito, anima e corpo: la Conoscenza pura è, in se stessa, d’ordine essenzialmente sopraindividuale e cioè, in definitiva, spirituale come l’intelletto trascendente da cui deriva; il carattere nettamente psichico di Bhakti è evidente, mentre Karma, in tutte le sue modalità, comporta necessariamente una certa attività di ordine corporeo…; queste ultime due vie fanno dapprima appello ad elementi prettamente individuali, non fosse altro che per trasformarli alla fine in qualcosa che appartiene ad un ordine superiore; ciò è conforme alla natura di rajas, tendenza che produce l’espansione dell’essere appunto a livello dell’individualità, la quale, non lo si dimentichi, è costituita dall’insieme degli elementi psichico e corporeo».
Arte Regale
La realizzazione di queste possibilità è appunto quanto viene indicato con il termine di opera minore (ministerium) e che ricade sotto il nome di Arte Regale. Questo è anche l’obiettivo preminente del Lavoro massonico, che trova un suo specifico momento di esaltazione nel grado di compagno.
Nel rituale di iniziazione al secondo grado, in una Loggia dove molto significativamente l’Ara adorna di strumenti «operativi» (cazzuola, regolo, maglietto, scalpello, squadra) viene definita «Ara di Lavoro», possiamo infatti leggere come:
«…Fratello, noi siamo innanzitutto dei lavoratori e nel vasto campo del pensiero, nel quale noi lavoriamo con i nostri mezzi e le nostre forze, il lavoratore spesso non raccoglie che sarcasmi e persecuzioni. ...Il lavoro è uno sforzo fatto dalle nostre braccia e dal nostro spirito per ottenere un risultato utile… il lavoro intellettuale … sviluppa tutte le nostre facoltà, ci rivela i segreti della natura…».
Il testo bene sottolinea come si tratti qui di un «lavoro intellettuale», dove il termine fa riferimento ad una facoltà che né si esaurisce né si identifica con la categoria del mentale, ma che, come evidenzia il Devoto-Oli, fa appello ad una «attività dello spirito», una capacità gnoseologica promanante direttamente dall’intelletto puro, quello, per intenderci, capace di comprensione assoluta e trascendente. Questo è il lavoro che, come ricorda il rituale, è propriamente degno di essere glorificato:
«FF. miei, eleviamo i nostri cuori in un pensiero comune per glorificare il lavoro, che è la prima e la più alta virtù massonica. Lavoro! Dovere sacro dell’uomo libero, forza e concordia dei cuori generosi! …Sii glorificato, o lavoro, sii benedetto dai Figli della Vedova per tutto ciò che di buono ci darai nel futuro.» Il verbo «glorificare» va qui inteso etimologicamente come «esaltare», «innalzare», e in effetti, il lavoro interiore del Massone è quello che gli consente di elevarsi, mutando, per così dire, il proprio stato, passando “dalla potenza all’atto” delle possibilità insite nella natura individuale. I sensi e le arti liberali
Questo «lavoro» si articola sullo sviluppo dei cinque sensi e sulla conoscenza delle sette arti (scienze) liberali — Grammatica, Retorica, Logica, Aritmetica, Geometria, Musica e Astronomia — per la realizzazione di un tempio in conformità ai tre ordini architettonici conosciuti come ionico, dorico e corinzio. Questo richiamo al concetto di «ordine» assume qui una rilevanza tutta particolare e ci riconduce al secondo dei significati poc’anzi ricordati.
L’ordine di cui è questione fa infatti riferimento a quel processo, continuamente riattualizzato dall’operare dell’iniziato, che ha portato alla manifestazione cosmica a partire dal principio supremo. Guénon ricorda che «come è espresso nei libri indù noi dobbiamo costruire, come i deva fecero all’Inizio». Del resto, questo è uno dei significati dell’apertura del Libro sacro in corrispondenza del Prologo del Vangelo di S. Giovanni, dove le prime battute ricordano l’atto di manifestazione dell’Universo ad opera del Verbo. Il richiamo a questo simbolismo condiziona non solo il carattere necessariamente rituale dell’operare, ma sottolinea ulteriormente come si tratti per l’iniziato di riprodurre costantemente in Terra l’Ordine Cosmico. È questo, in fondo, il senso ultimo che spiega la presenza sull’Ara di due sfere: quella celeste e quella terrestre. Spetta al Massone concorrere alla costruzione di quel ponte che le unisce. E così, «quando l’architetto umano imita in tal modo l’operazione dell’Architetto divino, egli partecipa dell’opera stessa di questo in misura corrispondente e in una forma tanto più effettiva quanto più ha coscienza di questa cooperazione; e più egli realizza mediante il suo lavoro le virtualità della propria natura, più si accresce in pari tempo la sua somiglianza con l’Artigiano divino e più le sue opere si integrano nell’armonia del Cosmo».
Tra realtà profana e GADU
Questo rapportare l’opera all’agire del GADU rende ragione del perché il lavoro possa essere «glorificato», cioè «trasformato, quando, invece di essere una semplice realtà profana, costituisce una collaborazione sacra ed effettiva alla realizzazione del piano del Grande Architetto dell’Universo». Perché possa essere tale, il lavoro del Massone deve tuttavia sottostare ad un’altra imprescindibile condizione, quella inerente alla dimensione collettiva dell’azione rituale. Come ben noto, l’obbligo di presenziare ai «lavori » di Loggia è uno di quei doveri su cui insistono tutti o quasi i documenti pervenuti fino a noi. Nella Charta di Bologna, l’articolo III prescrive che il Massone sia presente «nel luogo dove la Società si riunisce e sia tenuto a presentarsi ogni volta e per quante volte gli sarà comandato od ordinato sotto pena di un’ammenda ». Del pari, nel Poema Regius l’articolo 2 ricorda come il Massone «…a tale assemblea deve andare, salvo che non abbia una ragionevole giustificazione»; anche nel Manoscritto Cooke, sempre all’articolo 2, si sottolinea che i Liberi Muratori «non possono essere scusati delle assenze, se non per qualche valido motivo». L’obbligo di frequenza ai «lavori di Loggia» è stato da allora reiterato in tutte le Costituzioni massoniche e la «diserzione dai lavori» è ancor oggi annoverata tra le «colpe» massoniche. L’obbligo di cui è questione, lungi dall’adempiere ad una funzione meramente normativa e burocratica, sottolinea la peculiarità e insostituibilità che la dimensione «collettiva» del lavoro iniziatico assume in Massoneria e più in generale in tutte le iniziazioni di mestiere. Senza nulla togliere all’importanza - che resta decisiva - del lavoro personale di perfezionamento e di meditazione, non ci si stancherà mai dal rilevare come taluni riti e molti aspetti del lavoro massonico siano imprescindibili dalla presenza di un numero adeguato di Fratelli. Così la «comunicazione» di determinate parole e la stessa «iniziazione» a Maestro necessitano del concorso del Venerabile e dei due Sorveglianti, mentre l’iniziazione non può esserci se non alla presenza di almeno sette membri della Loggia. Va da sé, come ricorda il Guénon, che in altre forme iniziatiche, come quelle orientali, le cose stiano in tutt’altro modo e la trasmissione dell’influenza spirituale - che in se stessa, ricordiamolo, costituisce propriamente «l’iniziazione» - può benissimo essere operata semplicemente da Maestro a discepolo; ma è altresì evidente che «una tale differenza di modalità deve implicare conseguenze altrettanto diverse per tutto l’insieme dell’ulteriore lavoro iniziatico». La collettività dei «Fratelli» svolge qui una funzione assimilabile a quella esercitata dal Guru della Tradizione indù e, come questo, agisce non tanto in quanto «eggregoro», bensì perché rappresenta il supporto di un principio trascendente, «il quale solo le conferisce un carattere veramente iniziatico. Si tratta dunque di qualcosa che si può definire come una presenza spirituale… che agisce proprio nel corso e per mezzo del lavoro collettivo». La discesa di questa Shekinah è attestata dalla Kabala e un’ accenno ne viene fatto negli stessi Vangeli, quando il Cristo afferma che «dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro».
Armonia collettiva
Questa considerazione colpisce in modo particolare se ci si ricorda che la Loggia è costruita a somiglianza del Tempio di Re Salomone e di come, nel Sancta Sanctorum di questi, venisse custodita l’Arca dell’Alleanza - la Shekinah - la «presenza effettiva» della divinità, la cui «discesa » è propiziata - lo rileviamo qui di sfuggita - dall’armonia delle proporzioni architettoniche realizzate nel templum e dalla preliminare invocazione del «nome» cui fa allusione il passo evangelico. Come ricorda Guénon, infatti, «il lavoro di un’organizzazione iniziatica deve sempre essere compiuto in nome del principio spirituale da cui essa procede…, ed è appunto un’emanazione diretta di questo a costituire quella presenza che ispira e guida il lavoro iniziatico collettivo, affinché questo possa produrre dei risultati effettivi nella misura delle capacità di ciascuno di quelli che vi prendono parte».
MARIANO BIZZARRI

18 gennaio 2010

- La Volta Celeste.


La stella. Quest’immagine un tempo accendeva la fantasia dei pittori e dei poeti mentre oggi è oggetto di studio per astronomi e scienziati. Progresso o regresso? Apparentemente si tratta di un progresso. Ma una conquista del sapere è progresso solo agli occhi del volgo.
Ma è poi così importante sapere quanto distano le stelle, da quali gas sono costituite o da quanti milioni di anni esistono? Forse quando sapremo tutto ciò (ma lo sapremo mai o ad ogni risposta che troveremo ci si presenteranno nuovi interrogativi?) saremo più felici? La scienza, si dirà, ha rischiarato le tenebre dell’ignoranza, ha aiutato l’uomo a capire, a sapere! Lo ha dotato di strumenti formidabili, con i quali realizzare sogni ancestrali, come quello di volare, o congegni e macchinari, con i quali rendere più comoda e piacevole la vita. Gli ha consentito di debellare malattie un tempo mortali, di raddoppiare, triplicare, centuplicare la produzione di beni necessari al suo sostentamento. Tutto questo e tanto altro.
Conoscenza oltre la scienza
Ma più si conosce, più si ha la sensazione dei propri limiti. Potrà mai l’uomo saper tutto o ad ogni porta che aprirà se ne troverà davanti altre cento o mille ancora chiuse? E intanto le stelle ci osservano dall’alto impassibili e ammiccanti, col loro sguardo penetrante, che trapassa le tenebre e giunge fino ai nostri occhi, stabilendo con noi un filo invisibile, col quale intrecciamo i nostri sogni e le nostre fantasticherie notturne, come dice Pirandello nella novella La patente a proposito di un giudice che meditava di notte. Chissà se le stelle si sono accorte che l’uomo è cambiato nel corso del tempo (dall’uomo di Neanderthal ad oggi) o se non ci hanno fatto caso? O forse non si sono neppure accorte dell’esistenza dell’uomo, come dice Leopardi nella poesia La ginestra: per le stelle è sconosciuto non solo l’uomo, ma il mondo intero, non solo il mondo, ma il nostro sistema solare. Forse per loro il tempo non esiste. Vivono nella dimensione dell’assoluto, al di là del tempo e dello spazio. Il conoscerle, l’interrogarle, lo studiarle è una fatica tanto sterile, quanto lo sarebbe quella di un insetto che volesse capire il funzionamento di un aereo a reazione! Eppure l’uomo, con la sua debole e fallace ragione, con la quale ha compiuto indubbi progressi e ha assunto un atteggiamento scettico o addirittura pessimistico, l’uomo è sicuramente poco costruttivo. La filosofia e la letteratura propongono dubbi e interrogativi profondi e insolubili, esprimono certamente punti di vista più disincantati e critici, ma è la scienza con la sua umiltà e la sua tenacia ad aver determinato il progresso.
Esiste tuttavia una dimensione nella quale l’uomo non ha sensibilmente migliorato le proprie conoscenze, rispetto al passato: la dimensione del sovrannaturale. L’ignoto, l’eterno, il soprasensibile lo indagavano forse più acutamente Maya, Indiani e Babilonesi, piuttosto che i cultori odierni di astrologia, occultismo o magia. In questa direzione, non è esagerato affermare che siamo ancora al punto di partenza. Il linguaggio dei simboli è per noi ancor oggi più oscuro di quello della matematica o dei segni, grafici, linguistici o artistici che siano.
La Volta del Tempio Massonico
Un Massone non può fermarsi né alla lettura scientifica della volta celeste né all’interpretazione religiosa (manifestazione della grandezza di Dio), ma neppure a quella artistico-poetico-musicale. Quale rapporto stabilire allora con le stelle? Come guardarle? Cosa vederci?
E’ impresa tutt’altro che agevole tentare di trovare delle risposte a tutti questi interrogativi e allora è meglio affrontare il problema per la tangente, anziché frontalmente. Più che fornire risposte, cercherò di delineare percorsi da esplorare, indicare comportamenti da assumere.
Innanzitutto poniamoci alcune domande: perché il cielo stellato figura sulla volta del Tempio massone? Perché la disposizione delle costellazioni non corrisponde alla reale configurazione del firmamento, ma le stelle vi appaiono in posizione confusa e apparentemente casuale? Ecco un paio di domande da cui prendere le mosse per la nostra riflessione. Una possibile risposta è che la volta celeste simboleggia meglio di ogni altra metafora l’infinito e per questo motivo è stata assunta a soffitto del Tempio. L’ascesa dell’uomo – e del Massone in particolare – è verso l’infinito, quindi la volta del Tempio rappresenta un limite all’orizzonte visivo che consente un’apertura all’infinito spirituale. Il disordine col quale sono raffigurate le stelle sta forse a denunciare l’arbitrarietà di certe figure zodiacali che l’uomo ha voluto vedere nel cielo stellato: meglio il disordine casuale che un ordine arbitrario!
Ma torniamo alle stelle. Nel cielo esse rappresentano l’elemento ’vivo’. Si tratta di una vita intesa come evoluzione e movimento, quindi mobilità nel tempo (hanno una loro durata) e nello spazio (i gas da cui sono composte si espandono). Inserite negli spazi siderali vuoti, ne costituiscono la materia vitale, allo steso modo che sulla terra alberi e fiori vivificano l’ambiente naturale. In un certo senso le stelle stanno al cosmo, come i vegetali e gli animali stanno alla terra. Si potrebbe proseguire su questa strada e tentare di dimostrare che, come sulla terra uomo, animali e piante (gli elementi vivi) sono sovrani, così nel cosmo le stelle regnano, ma sarebbe forse un’inutile forzatura. Ci interessa maggiormente esplorare qualche segreto cosmico legato alle stelle, qualche significato nascosto, qualche simbolo.
Fantasia e Filosofia
Partiamo da una considerazione: l’universo è espressione dell’onnipotenza del G.A.D.U. Nell’universo le dimensioni sono abnormi, al limite dell’incommensurabile, dimensioni rispetto alle quali risulta in modo inequivocabile, come si è visto, tutta la piccolezza dell’uomo. Ebbene, tentiamo un’interpretazione diversa. Immaginiamo il firmamento come un enorme scatolone forato, da cui entri una luce esterna, quella di Dio, il G.A.D.U., che abbraccia l’universo. Sì, la scienza si ribella. Pare di avvertire l’indignazione degli scienziati che sono certi che le stelle sono accumuli gassosi giganteschi. La fantasia però può andare oltre le ’certezze’ della scienza e ipotizzare un universo vero, eterno, coincidente con Dio, di cui il nostro è solo una pallida parvenza, brilla di luce riflessa o penetrata dal di fuori (già Platone con il suo Iperuranio aveva inteso qualcosa di simile). Del resto, se al G.A.D.U. riconosciamo poteri illimitati, cosa vieta di pensare che possa trasformare in sorgenti di luce autonoma – e magari conferir loro i caratteri che gli scienziati individuano nelle stelle – dei raggi provenienti da sé o dall’atmosfera che Lo circonda? E se fossero bizzarre mutazioni genetiche di tutti coloro che sono morti, che gli uomini, una volta estinti, ci guardassero dall’alto, si aggiungessero come nuove stelle al firmamento?
Capire le stelle
Non sappiamo, non sapremo mai cosa sono, o meglio cosa significano, le stelle. È certo che sono qualcosa di più (e forse di diverso) rispetto a dei semplici accumuli gassosi. Del resto, le spiegazioni astronomiche non hanno mai soddisfatto la curiosità dell’uomo. Più che al ’che cosa’, l’uomo è interessato al ’perché’. E a questo punto le domande sono molte. Possibile che il creato sia tutto una costruzione perfetta ma senza uno scopo preciso? Siamo proprio sicuri che l’uomo sia l’unico abitante o comunque il destinatario privilegiato di questo immenso e meraviglioso edificio? Non è una casa troppo grande per un inquilino così piccolo? L’ha costruita qualcuno che non la abita o il proprietario ne è anche il principale inquilino? O si è costruita da sé? Forse le stelle sono le discrete e silenziose depositarie di questi segreti. Non quindi semplici accumuli di gas, ma enigmatiche custodi di qualcosa che non conosceremo mai, che la nostra intelligenza non ci permetterà di capire, ma che una folgorazione mentale ci può far intuire e, perché no, sognare. Di fronte all’eterno mistero delle stelle, ogni immaginazione che rechi in sé le dimensioni dell’infinito è appropriata.
Riflesso armonico del G.A.D.U.
Chiudendo gli occhi, guardo le stelle del firmamento: sono infinite nel numero ed enigmatiche nell’aspetto. La loro forma è indecifrabile, sono troppo lontane. Gli astronomi ci dicono che sono vagamente sferiche. Ma sarà poi vero? Se le stelle sono effettivamente un pallido riflesso della perfezione del G.A.D.U., ci è sicuramente concesso di immaginarle come una struttura geometrica che riproduce simbolicamente la Sua perfetta armonia!
I Suoi raggi partono tutti da un unico centro e passano per gli otto punti che rappresentano il ’credo’ massonico. Basta mettersi in contatto con loro e credere fermamente che non sono solo degli astri luminosi, dei semplici ammassi gassosi! Intuiremo allora che sono le virtù divine che giungono fino a noi - attraverso il compiacente ammiccare delle stelle.

FILIPPO DI VENTI

14 gennaio 2010

- I sette principi ermetici del KYBALION.


La Filosofia Ermetica, proveniente dall'antico Egitto e poi ripresa dai Greci, rappresenta una delle principali fonti di conoscenza esoterica nel nostro Occidente. Il Kybalion è uno dei testi fondamentali dell'Ermetismo ed enuncia sette princìpi che costituiscono le leggi di base su cui si fonda la vita dell'Universo e delle sue creature. I sette princìpi fondamentali sono i seguenti: 1) il mentalismo, 2) la corrispondenza, 3) la vibrazione, 4) la polarità, 5) il ritmo, 6) la causa-effetto, 7) il genere. Vediamo ora che cosa significa tutto questo e come si manifesta nella pratica.
1) Il principio del mentalismo. "Tutto è Mente", afferma il Kybalion. Questo significa che la realtà sostanziale che sta al di là di tutti i fenomeni, quelli che la scienza identifica come materia, energia e vita, è l'attività mentale, a sua volta originata dallo Spirito. Ogni cosa che esiste è una creazione della Mente Universale, ed esiste quindi uno Spirito Universale che crea ogni cosa con la propria Mente. Lo Spirito è per sua natura inconoscibile e indefinibile, ma la sua esistenza si manifesta nell'attività mentale creatrice. Dove esiste materia, energia o vita, sappiamo dunque che tutto questo prima di esistere è stato pensato da una Mente. Questo vale sia per il macrocosmo (l'Universo, i grandi sistemi), che per il microcosmo (i singoli esseri viventi, i piccoli sistemi). Il primo principio ermetico fa intendere quanto sia immenso il potere della mente, vero agente creatore e trasformatore di ogni cosa e ogni situazione.
2) Il principio della corrispondenza. "Come sopra, così anche sotto". Il secondo principio ermetico dice che esiste una precisa analogia tra le leggi che regolano i diversi livelli di esistenza. Si tratta di un principio di fondamentale importanza, perchè ci fa capire come i diversi sistemi, dal più grande al più piccolo, funzionino tutti attraverso le stessi leggi di base. Conoscendo quindi i meccanismi che regolano un sistema conosciuto, possiamo trasporle per analogia ad uno sconosciuto. Questo secondo principio ermetico è una chiave fondamentale per comprendere il funzionamento dei piani di esistenza non materiali e delle scienze occulte in generale, in quanto le correnti energetiche che agiscono sui livelli superiori si comportano nello stesso modo di quelle terrestri conosciute, come ad esempio l'elettricità o il magnetismo.
3) Il principio della vibrazione. "Tutte le cose sono in movimento, tutte le cose vibrano". Questo ormai non è un mistero nemmeno per la nostra scienza, almeno per quanto riguarda la materia. Anche gli oggetti apparentemente solidi sono formati da atomi, i quali sono com'è noto costituiti da particelle in movimento. Il fatto che ci appaiano solidi e compatti dipende dalle nostre limitate capacità di percezione, ma in realtà ogni cosa vibra e possiede una sua frequenza vibratoria, che è inversamente proporzionale alla densità della materia che la compone. Anche il terzo principio ermetico ha una grandissima importanza, in quanto ci permette di comprendere l'interazione tra le diverse frequenze vibratorie attraverso il fenomeno della risonanza. Tutto questo può essere trasposto sui piani di esistenza superiori (eterico, astrale, mentale) grazie al secondo principio ermetico, comprendendo in questo modo le leggi che governano l'interazione tra mente, emozioni, energia e materia.
4) Il principio della polarità. "Tutto è duale, ogni cosa ha la sua coppia di opposti". Il quarto principio ermetico, che richiama il notissimo sistema filosofico taoista basato sull'interazione delle polarità opposte Yin e Yang, spiega tanti paradossi con i quali ognuno di noi si trova continuamente a dover fare i conti. Gli opposti sono complementari, gli estremi si toccano, ogni verità è solo una mezza verità, ogni medaglia ha il suo rovescio, tutto è relativo. Ogni opposto esiste solo perchè esiste anche l'altro, e ognuno ha bisogno dell'altro, contenendolo in sè in potenza. Anche questo principio ermetico ci può far capire molte cose di noi stessi e della vita, soprattutto se lo applichiamo ai piani mentali, emozionali, sociali, relazionali.
5) Il principio del ritmo. "Ogni cosa ha le sue fasi, cresce e decresce, fluisce e rifluisce". Il quinto principio ermetico è strettamente legato al quarto, facendo capire che in tutte le cose c'è un ritmo di alternanza tra due polarità opposte nelle loro molteplici manifestazioni. Ma è legato anche al terzo, in quanto la vibrazione si manifesta come alternanza tra cresta d'onda e cavo d'onda. Tutte le cose crescono e decadono, avanzano e retrocedono, aumentano e diminuiscono. Questa è la vita, nelle galassie come nelle stelle, nell'uomo come nelle piante. Nessuno può pensare di essere sempre sulla cresta dell'onda o di crescere all'infinito, ma la conoscenza di questa legge e del suo manifestarsi in un sistema specifico permette di capire come fare la cosa giusta al momento giusto, in armonia con il fluire e rifluire della vita. In questo è davvero maestra la filosofia taoista con il suo meraviglioso sistema basato sull'alternarsi delle energie prevalenti.
6) Il principio di causa-effetto. "Ogni cosa ha il suo effetto, ogni effetto ha la sua causa, e tutto avviene secondo una legge". La legge di causa-effetto è conosciuta anche dalla nostra scienza, che si limita però ad applicarla soltanto alla materia. La stessa legge vale però su qualsiasi livello di esistenza, facendo intendere che tutto ciò che ci accade in modo apparentemente casuale ha una sua causa antecedente di cui non siamo consapevoli. Il caso è, in realtà, un nome attribuito ad una legge non riconosciuta. A questa legge è legato il concetto di karma, cardine non solo delle religioni orientali ma anche di tutte le filosofie esoteriche di ogni tempo e luogo. Se qualcuno nasce ricco o povero, fortunato o sfortunato, non è per caso ma in conseguenza di una legge di causa-effetto. Questo sesto principio ermetico fa intendere come ognuno di noi è veramente padrone del proprio destino, in quanto il nostro futuro sarà determinato dalle conseguenze delle nostre scelte e non da eventi casuali. Su questo principio, come pure sul quinto e il quarto, si basa anche la dottrina della reincarnazione.
7) Il principio del genere. "Ogni cosa ha il suo genere maschile e femminile, e il genere si manifesta su ogni piano". Il settimo principio ermetico ricorda un po' il quarto, quello della polarità, ma si riferisce al fatto che ogni azione creativa richiede l'interazione del genere maschile con il genere femminile. Sul livello di esistenza fisico la differenziazione tra maschile e femminile si manifesta nella sessualità, ma tale distinzione è presente anche ai livelli superiori ovviamente con modalità ed energie diverse. E' evidente a tutti come per generare un nuovo essere vivente sia necessaria l'unione maschile-femminile tramite l'atto sessuale, ma lo stesso discorso vale anche per qualsiasi altro tipo di creazione, da quella mentale a quella spirituale a quella artistica. Dove c'è creazione c'è sempre l'unione di una componente maschile con una femminile, con le modalità proprie di ogni livello di esistenza.
Gabriele Bertani

10 gennaio 2010

- Giordano Bruno - Il processo.


Giordano Bruno non si reputava eretico; egli sapeva di aver cercato con onestà intellettuale la verità religiosa, credeva in una Divinità panteistica che permea tutto e tutti, lui compreso, e non riusciva a comprendere per quale motivo la Chiesa Cattolica non si comportasse con la medesima onestà e impedisse la libera ricerca di Dio.
Il processo di revisione critica, attualmente in atto, all’interno della Chiesa Cattolica nei confronti dei famigerati comportamenti inquisitoriali, che produssero la condanna di Galileo Galilei, può, forse, evidenziare una certa buona volontà delle gerarchie ecclesiastiche nel riconoscere i propri errori passati e, al contempo, il chiaro imbarazzo di chi si vede costretto a difendere posizioni ormai anacronistiche e irrevocabilmente condannate dalla storia, ma sicuramente non può nascondere il profondo e indissolubile legame che unisce tali eccessi al dogmatismo intransigente di una fede religiosa, quale è quella cattolica, convinta di detenere il monopolio della verità assoluta e rivelata. Infatti, mentre riguardo al processo Galileo il Papa vacilla e sente sulle proprie spalle il peso di tutta la vergogna che deve ricoprire l’ignoranza di una dottrina ormai sconfitta dalla ricerca scientifica, rispetto al processo Giordano Bruno tace e tenta di far dimenticare il rogo sul quale fu bruciato il 17 febbraio 1600 in Campo dei Fiori a Roma, per ordine del successore di Pietro, del rappresentante di Cristo in terra, di quel Clemente (di nome e non di fatto) VIII, il filosofo di Nola. La doppia verità, quella religiosa e quella scientifica, servì a salvare Galileo dal rogo all’epoca del processo e serve oggi alla Chiesa, al di là delle sofisticate ricerche e congetture di Pietro Redondi (P. Redondi, Galileo eretico, Einaudi, 1983) intorno alla vera accusa occultamente mossa dal Collegio romano dei Gesuiti a Galileo, a ritrattare la propria posizione senza minimamente intaccare il proprio dogmatico e fanatico credo. Ben diversa, invece, è la situazione nei confronti di Giordano Bruno, il quale volle entrare nel merito della verità filosofica e religiosa per discutere il magistero stesso della Chiesa. Galileo si occupava di scienza, Bruno parlava di temi religiosi, intendendo per religione la ricerca intorno ai grandi interrogativi esistenziali dell’uomo: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.
Il libro di Luigi Firpo
Luigi Firpo affronta con grande rigore storico e fuori dalle contingenti polemiche politiche il processo a Giordano Bruno. Tra il 1948 e il 1949 egli pubblicò in due puntate sulla Rivista Storica Italiana un saggio intitolato Il processo di Giordano Bruno. Tale saggio venne poi raccolto in un libro edito nel 1949 dalle Edizioni scientifiche italiane di Napoli e ora, dopo la scomparsa dell’Autore avvenuta il 2 marzo 1989, è disponibile una nuova edizione del 1993, curata da Diego Quaglioni, ad opera della Salerno Editrice di Roma. Il libro attualmente in distribuzione si apre con un’articolata introduzione di Quaglioni, che inquadra con precisione sia la ricerca dell’Autore, sia le principali problematiche storiche e storiografiche relative al processo in esame, e si chiude con una fedele e voluminosa raccolta di tutta la documentazione processuale ad oggi disponibile. Racchiusa tra questi due estremi è collocato il testo di Firpo, che rende conto delle vicissitudini di Bruno tra l’agosto 1591, anno del suo rientro in Italia, e il 1600, data fatale della sua esecuzione capitale. L’autore sottopone ad esame la denunzia, anzi le denunzie presentate da Zuane Mocenigo all’inquisitore di Venezia Giovan Gabriele da Saluzzo contro Giordano Bruno (maggio 1592); si sofferma con attenzione sulle prime testimonianze e sulla fase veneziana del processo, che termina con la concessione da parte del Senato di Venezia, su richiesta del Sommo Pontefice, dell’estradizione del Nolano e con la conseguente traduzione del medesimo a Roma (febbraio 1593); affronta il tema della seconda denunzia per eresia mossa al Bruno da un ex compagno di cella del periodo di detenzione veneziana, il cappuccino Celestino da Verona (autunno 1593), che verrà poi bruciato vivo in Campo dei Fiori cinque mesi prima del Nolano; quindi analizza le varie fasi del processo inquisitoriale romano, compresa la ricerca dei testi scritti dal filosofo, quali elementi di prova a carico, e la censura dei medesimi, sino a concludere la sua fatica con la sentenza di condanna del Bruno, che con tenace decisione si era rifiutato di riconoscersi eretico sia di fronte alle otto proposizioni sottopostegli dal cardinale Roberto Bellarmino, sia di fronte all’estremo tentativo di ricevere la sua abiura compiuto dal generale Beccaria e dal procuratore Isaresi, confratelli domenicani del filosofo di Nola.
I capi d’accusa
Tra i personaggi del processo spicca per bassezza morale e ottusità intellettuale, come sostiene Firpo stesso, la figura del patrizio veneziano Mocenigo, il quale, dopo aver invitato presso di sé il Bruno per essere erudito nell’arte della memoria, ma in realtà maggiormente interessato a tanto mirabolanti quanto inesistenti segreti di natura magica, deluso e stizzito lo denunzia all’Inquisizione. Giordano Bruno viene accusato di avere opinioni avverse alla S. Fede e di aver tenuto discorsi contrari ad essa e ai suoi ministri; di avere opinioni erronee sulla Trinità, la divinità di Cristo e l’incarnazione, sulla transustanziazione e la S. Messa; di sostenere l’esistenza di molteplici mondi e la loro eternità; di credere alla metempsicosi e alla trasmigrazione dell’anima umana nei bruti; di occuparsi di arte divinatoria e magica; di non credere, infine, alla verginità della Madonna. Appare subito evidente che i capi d’accusa rivolti al Nolano nella prima denunzia da lui subita (ma la situazione non cambia per le successive denunzie e accuse, che sostanzialmente ripercorreranno i medesimi argomenti) riguardano tutti indistintamente un tipo di reato che oggi verrebbe definito d’opinione. Ossia l’Inquisizione della Chiesa Cattolica muove contro il filosofo non per atti da lui compiuti, ma per le idee espresse e cercherà per tutta la durata del processo di indurlo al pentimento e alla ritrattazione. Successivamente un altro personaggio ignobile compare sulla scena processuale: è il cappuccino Celestino da Verona, il quale, convinto erroneamente di essere stato danneggiato nella sua situazione giudiziaria da alcune e non meglio precisate dichiarazioni del Bruno, presenta contro quest’ultimo un’ulteriore denunzia di eresia e di blasfemia.
Processo alle opinioni
Di fronte a questi squallidi personaggi e intenti sorge subito spontanea una riflessione: un processo fondato sulla delazione e sul pentimento di soggetti coinvolti a qualche titolo nella vicenda giudiziaria stessa, come è appunto il processo inquisitoriale in esame, non solo mette necessariamente in pericolo i diritti dell’imputato, ma non fornisce neppure sufficienti garanzie intorno alla ricerca di una verità fattuale e non preconcetta. Tale riflessione potrebbe tranquillamente essere ripetuta per molti processi a noi contemporanei, condotti da una magistratura inquirente, che ha ereditato il ruolo e lo spirito della magistratura inquisitoriale. Il processo contro Giordano Bruno, dunque, non fu solo un processo alle opinioni del filosofo, ma si fondò anche su un sistema probatorio profondamente inquinato dalla violenza di lunghe detenzioni preventive, dall’intimidazione di continui tentativi di costringere il detenuto al pentimento e alla confessione e dal sospetto legato alla delazione anche anonima. Nonostante tutto ciò il modello inquisitoriale non riuscì a produrre una qualche sentenza, se non dopo ben quasi dieci anni di detenzione dell’indiziato. E di indiziato in senso tecnico si trattava, infatti, anche per le leggi dell’epoca, dal momento che tutto il processo fu costruito e tenuto in piedi sulla base di semplici indizi e solo il rifiuto opposto dall’imputato a ritrattare l’elenco di otto capi d’accusa, estratti dagli atti del processo dal gesuita Bellarmino, produsse la sua condanna. In breve, l’Inquisizione era prevalentemente interessata al ravvedimento spirituale del Bruno e quindi cercava una sua piena confessione con relativo pentimento. Di fronte al diniego del filosofo essa trasportò sul piano giudiziario la sua condanna di ordine morale e religioso, ma fece ciò non senza ipocrisia. Ipocrisia che si legge con raccapriccio nella copia parziale della sentenza destinata al Governatore di Roma (8 febbraio 1600). In essa il Tribunale ecclesiastico affida Giordano Bruno al braccio secolare affinché venga punito, con la raccomandazione, però, di mitigare il rigore della legge e di evitare al condannato la pena di morte o la mutilazione. Era a tutti noto, allora come ora, che la consegna al braccio secolare con una sentenza di condanna per eresia come quella comminata al Bruno comportava automaticamente il rogo. A poco vale la riflessione di Firpo secondo la quale la Chiesa Cattolica avrebbe applicato senza preconcetta acredine nei confronti dell’imputato la normativa penale e processuale vigente. È proprio tale normativa, in quanto vigente ed espressione di violenza contro l’individuo, di assolutismo politico e di intolleranza nei confronti delle idee, che suona come irrevocabile condanna della Chiesa romana.
L’estradizione a Roma
Il processo e la relativa documentazione ci forniscono un interessante quadro sociologico della realtà carceraria dell’epoca, ma, soprattutto, delle dinamiche intercorrenti tra i vari personaggi: denunziante e accusato, tribunale e imputato, testimoni, ecc. In particolare, emerge una dinamica tipica dei processi penali: quella relativa alla competenza di giudizio. L’Inquisizione veneziana sosteneva la propria, ma quella romana pretendeva l’estradizione dell’imputato in quanto pubblico e convinto eresiarca, suddito napoletano, religioso regolare e, soprattutto, già inquisito in Napoli e Roma. Il Nunzio Apostolico Ludovico Taverna motivò con tali argomentazioni il desiderio di Papa Clemente VIII di processare il Bruno a Roma. Tuttavia, come scrive Firpo: «Quello che… faceva difetto nel discorso del nunzio era la sincerità, poiché il Bruno non era stato per nulla convinto di eresia dall’unico teste e poteva semmai dirsi parzialmente confesso; inoltre i giovanili processi di Napoli e di Roma riguardavano l’Ordine domenicano e non già l’Inquisizione…» (L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, Salerno Editrice, Roma, 1993, p. 38) In ogni caso, non fu facile sottrarre a Venezia la giurisdizione: era un problema di prestigio e di sovranità politica della Serenissima. Infatti, mentre in un primo tempo il diniego fu deciso e apparentemente irremovibile, successivamente e solo dopo aver riconosciuto l’eccezionalità del caso, che in nulla intaccava l’autonomia di Venezia, si convenne di concedere quanto richiesto da «Sua Santità come segno della continuata prontezza della Repubblica in farle cosa grata». (L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, p. 212) Le ragioni di Stato erano salve sia sotto il profilo della sovranità della giurisdizione veneta che sotto quello dei buoni rapporti con la Santa Sede, ma i diritti dell’imputato erano stati decisamente dimenticati e, comunque, subordinati a ben più rilevanti interessi di natura politica.
Voleva discutere con il Pontefice
È possibile interrogarsi intorno alle motivazioni che resero il Santo Padre (detto con ironia) tanto ansioso di condurre la causa di Giordano Bruno sotto il proprio potere. Del resto, lo stesso filosofo nolano si illudeva di poter ragionare, su un piano di parità, con il Pontefice intorno ai principali temi di filosofia, di teologia e di religione. Forse, proprio questa illusione di poter avere un dialogo sincero con il massimo vertice della Chiesa Cattolica, dialogo dal quale avrebbe potuto scaturire una profonda riforma dal di dentro del Cristianesimo, una sua radicale sdogmatizzazione e razionalizzazione, condusse Bruno in Italia dopo il suo lungo peregrinare nei vari Stati europei. «Nella propria filosofia il Nolano era venuto riconoscendo sempre più distintamente un valore etico-sociale, una significazione di annunzio evangelico e di universale rigenerazione; l’insegnamento diveniva predicazione e apostolato, e la sua opera di rinnovatore della scienza – tollerata, se non applaudita, in Germania – si espandeva in un’azione di riforma religiosa, che le Chiese protestanti mostravano di reprimere con intransigenza non meno rigorosa di quella che lo stesso impulso avrebbe trovato in un paese cattolico. La religione che il Bruno propugna è una religione intellettualistica, naturalistica, semplificata, spoglia di dogmatismi, al fine di sgombrare il terreno da ogni appiglio alle disquisizioni e alle eresie; un deismo fondato sulla carità concorde degli uomini, che più nulla ha di comune con la dottrina rivelata del Cristianesimo. » (L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, p. 10) Come poteva sperare Bruno nella benevolenza e nell’onestà intellettuale di un Pontefice e di una Chiesa ormai completamente immersa negli interessi politici terreni, piuttosto che nella ricerca religiosa del trascendente? La domanda non ha facile risposta, entrano sicuramente in gioco le illusioni e la presunzione personale del filosofo, ma soprattutto appare prepotentemente quella profonda e indomabile fede del Bruno nell’universalità del Divino. Quella stessa fede che gli fece gridare contro i suoi giudici la famosa frase, ormai dimostrata non leggendaria, ma storica: «Forse con maggior timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla.»
Libera ricerca - non eresia
Giordano Bruno non si reputava eretico; egli sapeva di aver cercato con onestà intellettuale la verità religiosa, credeva in una Divinità panteistica che permea tutto e tutti, lui compreso, e non riusciva a comprendere per quale motivo la Chiesa Cattolica non si comportasse con la medesima onestà e impedisse la libera ricerca di Dio. «Si genera in lui la persuasione di essere vittima di una congiura di teologi che vogliono far passare per errore quello che tale non è, o almeno mai fu definito, ed egli sente che l’opinione sua vale la loro e non vuole accettare la sentenza; nega perciò di aver mai sostenuto eresie, non riferendosi insensatamente alla massa delle accuse del processo, ma al ristretto elenco di tesi filosofiche condannate, e rifiuta di rinnegarle non per ostinazione assoluta, ma per non soggiacere a quello che gli pare un sopruso; si appella con gli ultimi memoriali al Papa, sperando che Clemente VIII potesse intervenire, giudice imparziale, in una disputa nella quale Giordano vede se stesso e i membri del tribunale in qualità di contendenti, eguali affatto per autorità e dignità.» (L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, pp. 110-111) Il Nolano si propone come paladino della libera ricerca individuale in materia filosofico- religiosa e spera nel Papa come vero e imparziale garante di Dio in terra, come sacerdote di una religione senza interessi terreni. Mai errore fu più fatale ad un uomo! Egli non si avvide di non avere di fronte una religione con interessi puramente trascendenti, ma un vero e proprio Stato votato all’egemonia politica nel mondo. Il tribunale, nel quale discuteva la propria posizione filosofica, il proprio credo religioso e nel quale riceveva contestazioni, proposizioni da abiurare e a sua volta presentava memoriali, rifiutava pentimenti e ritrattazioni, non era né l’università di Oxford né quella di Wittenberg, ma semplicemente l’Inquisizione, ossia uno strumento mondano di controllo, condizionamento e repressione dei sudditi e del loro pensiero. Bruno viene macinato lentamente nell’arco di quasi dieci anni da questa macchina mostruosa presieduta dal Papa dei cattolici. Non solo Clemente VIII non è garante di libertà, ma, al contrario, è il capo politico di uno Stato e di un partito votati al mantenimento della realtà sociale esistente all’epoca nella penisola italiana e nel mondo cattolico, è il custode di un’ortodossia religiosa che non intende lasciare nessuno spazio alla libera ricerca individuale, è il rappresentante di una casta sacerdotale che si è organizzata e istituzionalizzata per meglio tutelare i propri privilegi e il proprio potere su altri uomini e sulle loro idee.
Condanna della Chiesa-Stato, non della religione
In questo quadro risulta chiaro l’errore di Bruno; non era un errore di natura teologica, ma di natura socio-politica. Egli credeva di aver di fronte una religione e invece aveva di fronte uno Stato. Perché dichiararsi eretico se non si riconosce alla religione istituzionalizzata il diritto di definire un vero ortodosso? Perché sottomettersi a chi non possiede nessun diritto superiore a quello proprio di qualsiasi uomo di definizione della verità? Perché pentirsi se l’errore è opinabile? In breve, il Nolano contestava alla Chiesa il potere di definire l’errore filosofico-religioso e quindi la legittimità di formulare una qualsiasi condanna. E Bruno avrebbe avuto ragione se effettivamente si fosse trovato di fronte ad una vera religione alla ricerca di Dio e tollerante delle ricerche esistenziali di tutti i figli di questo Dio, ma per sua sfortuna egli invece cadde nella trappola tesa da uno Stato teocratico, organizzato e agguerrito per conseguire l’egemonia sul mondo, che, come ogni vero Stato, utilizza il proprio ordinamento giuridico e i propri tribunali per legittimare gli atti di forza che compie. La legittimità della condanna del Bruno, dunque, proviene non dalla presunta verità, detenuta da una qualche religione e, in particolare, da quella cattolica, ma dall’ordinamento giuridico intollerante di una Chiesa-Stato, quella romana, che intese imporre il proprio credo ideologico anche con la forza. Firpo riconosce, come si è già detto, a questa Chiesa-Stato l’applicazione nel processo a Bruno dell’ordinamento giuridico vigente all’epoca nei processi inquisitoriali e, in tale modo sembra voler legittimare formalmente l’operato di tale tribunale. Ma ciò che è in discussione nel nostro caso non è la legittimità giuridica di un provvedimento statale, bensì la legittimità religiosa di un comportamento contro la libertà dell’uomo e delle sue idee. Forse, e ne dubito, la Chiesa potrà essere assolta, in quanto Stato, dall’avere ucciso Giordano Bruno, ma sicuramente dovrà essere condannata come religione per questo delitto.
La Chiesa atea…
Il timore che Bruno legge nei volti dei suoi giudici mentre pronunziano la sua sentenza di morte probabilmente non è politico - la Chiesa era allora trionfante e potente -, ma soprattutto religioso. Non poteva sfuggire a quei giudici che il loro potere di condanna era meramente terreno e che il prevalere della cristallizzazione istituzionale e del fine politico nella Chiesa Cattolica non avrebbe potuto produrre altro che la fine del sentimento religioso, la fine, appunto, del Cattolicesimo come religione. Forse, una religione rivelata può anche presumere di detenere la verità, ma certamente tale possesso non può giustificare la soppressione fisica di colui che a sua volta cerca la propria strada verso la divinità. Non si tratta, in questo caso, di semplice carenza di tolleranza laica, ma di vera e propria contraddizione sul piano religioso. La scintilla divina che Giordano Bruno presuppone esistente in ciascuno di noi viene, da quei giudici, negata e Dio ridotto all’idolo, al totem legittimante i comportamenti della Chiesa-Stato. Bruno non teme la morte sul rogo perché crede «che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo a ricongiungersi all’anima universale». (L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, p. 104) Quei giudici, quella Chiesa, invece, temono la morte poiché non credono né in un Dio universale, né nell’anima individuale, espressione di questo Dio; temono la morte perché sono profondamente atei e sanno che la loro sentenza manifesta, svela al mondo questo loro ateismo, questa loro profonda, radicata e intollerante sfiducia nella divinità e nell’uomo libero.
Morris Ghezzi

30 dicembre 2009

- Messaggio di capodanno 2010


Carissimi Fratelli
Vorrei introdurre questo mio messaggio di Capodanno con le parole del poeta e Massone tedesco G.E. Lessing: «Massone è colui che gestisce la propria vita in modo da contribuire alla realizzazione di quell’Opera d’Arte che è la vita di tutta l’umanità. Nessuno può contribuire al bene del genere umano, se non fa di sé stesso ciò che lui può e deve diventare.» Se noi Massoni d’oggi confidiamo in questa verità, allora sul cammino verso il futuro, già intrapreso, non troveremo ostacoli.
Ogni Massone, in occasione della sua Iniziazione, si è impegnato ad assumere un comportamento positivo verso i propri simili. La forza e la perseveranza per le sue azioni le trova tuttora nei principi massonici e nei Rituali che si svolgono nelle singole Logge. In ogni fase della vita occorre attingere nuovamente a queste fonti, affinché l’insegnamento massonico rimanga sempre attuale.
Le allegorie dei nostri Rituali permettono ai Fratelli di avviarsi verso la propria realizzazione e la personale responsabilità etica. Si tratta dunque essenzialmente di un «servizio», ossia di una corresponsabilità nei confronti dell’umanità e, dunque, non la ricerca di una carriera profana in seno alla Fratellanza.
Oggi – nel nostro mondo confuso e mutevole – la possibilità di sviluppare la propria personalità, grazie al contatto reciproco con persone di idee affini, senza interessi economici o finanziari, è particolarmente importante. Ma occorre rispetto verso l’altro e, qualche volta, porsi dei limiti. Il Fratello non deve pretendere a tutti i costi i propri diritti e i propri vantaggi, deve anche saper cedere e rinunciare. Il rispetto e la stima della personalità altrui, come pure l’accettazione delle qualità dei nostri simili, sono valori che caratterizzano i Liberi Muratori.
Uno dei compiti più nobili di ogni Loggia è dunque quello di propagare e tutelare questi principi fondamentali tra i Fratelli. Ciò implica un ripetuto processo formativo da svolgere in modo consapevole e senza tregua. Dunque, nelle Logge, sulla quantità deve prevalere la qualità, affinché le idee massoniche vengano vissute nella giusta misura anche nella vita profana di tutti i giorni. La libertà di pensiero, la giustizia e la dignità dell’uomo vanno portate nel mondo profano con l’esempio di ogni singolo Fratello.
Il Massone deve confrontarsi, in modo qualitativo, con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Se viviamo secondo i nostri principi etici e morali, agiremo in modo sensato e anteporremo il valore dell’uomo ai beni materiali.
Noi Massoni siamo consapevoli che ogni essere umano dipende dalla collettività e che può realizzarsi soltanto nel gruppo, ossia nelle relazioni sociali con il prossimo.
Collettività, però, non significa né società né ordine sociale; quest’ultime sono caratterizzate dalla storia, dall’economia, dalla politica, dalle religioni o dalle leggi. La collettività è piuttosto un’unione di persone con obiettivi comuni. L’adesione alla società è una questione di cittadinanza, l’adesione alla Libera Muratori un atto di fratellanza. Questa Fratellanza cerca di realizzare le proprie idee partecipando alla vita sociale, incrementando la responsabilità personale e sviluppando il senso del dovere verso il prossimo. Per la riuscita di questi intenti ci serviamo anche dei nostri Simboli e dei nostri Rituali.
La libertà di pensiero e la responsabilità individuale vengono vieppiù sostituite, se non addirittura ostacolate o represse, da informazioni di massa. Dobbiamo dunque incrementare l’impegno in favore degli ideali massonici praticandoli nella vita quotidiana.
Non dimentichiamoci, essere Massone è un privilegio, ma anche un impegno.
Eccoci dunque nuovamente a Capodanno pieni di speranze e buoni propositi. In questo senso auguro di cuore, a voi e ai vostri cari, ogni bene per l’Anno Nuovo.
Bruno Welti, Gran Maestro

21 dicembre 2009

**** AUGURI ****


16 dicembre 2009

- I pianeti hanno aperto tutte le sette porte di metallo.



Fin dall’antichità il sette ha esercitato un fascino enorme sull’uomo influenzando da vicino il suo mondo psicologico, religioso e culturale. Questo numero è formato da una triade di prinpici creativi ,coscienza attiva, subconscio passivo e forza coordinatrice della cooperazione e da una quaterna materiale associata ai quattro elementi e alle facoltà sensoriali , aria corrispondente all’intelligenza, fuoco corrispondente alla volontà, acqua corrispondente al sentimento/sentire ed infine terra corrispondente alla morale.Questa suddivisione del sette nelle sue due componenti, il tre spirituale e il quattro materiale, si è protratta per lungo tempo nel pensiero e nella mistica occidentali ed è strettamente associata alla divisione ad opera di Aristotele delle arti in Trivium e Quatrivium. Grammatica, Retorica e Dialettica da una parte, Matematica, Geometria, Astronomia e Musica dall’altra erano alla base degli insegnamenti superiori nel medievo ed erano considerate "septem artes liberales". Da un punto di vista più pratico gli studiosi avevano osservato che ogni periodicità sembra legata al sette, pensiamo ad esempio ai sette toni della scala musicale che tornano al primo nell’ottava. Sulle basi di tali osservazioni da sempre il sette fu associato alle fasi di sviluppo e di crescita dell’uomo e della Natura. Già in epoca antichissima il filosofo greco Solone aveva diviso la vita umana secondo le sfere astrali in sette livelli di sette anni ciascuno. I pensieri del filosofo vennero ripresi da Filone di Alessandria e dai suoi seguaci. Mistico, filosofo di provenienza greco-ebraica nonchè sommo interprete delle Sacre Scritture, Filone di Alessandria scrive a proposito dell’evoluzione umana: "Alla fine del primo settenario i denti da latte vengono sostituiti dai denti veri, alla fine del secondo si raggiunge la maturità sessuale, al terzo all’uomo spunta la barba (corrisponde cioè all’inizio della sua identità psicologica), il quarto è l’apogeo dell’esistenza umana, il quinto il momento del matrimonio, il sesto porta la maturazione della ragione, il settimo al compimento della comprensione e della ragione, l’ottavo è il momento della contemplazione, il nono il dominio delle passioni e quindi la giustizia e l’indulgenza. Tuttavia" ci dice Filone con un espressione che si è conservata nel tempo " è meglio morire nel decimo, poiché quanto resta ancora da vivere all’uomo non è che fragile ed inutile vecchiaia". Ed anche l’Antico Testamento ci conferma che " la durata della vita è, in sé, settant’anni". Tre periodi sembrano acquistare nella tradizione popolare un’importanza rilevante per lo sviluppo della vita umana scandito dalla simbologia del sacro sette e del nove: sette per sette, nove per nove, sette per nove. Quest’ultimo ritenuto particolarmente infausto poiché il sessantatreesimo anno di vita è quello del "grande climaterio". Non solo nell’area mediterranea il sette pone in essere le fasi di sviluppo umano, anche nell’antica Cina questo numero è legato all’evoluzione della vita ed in particolare a quella della donna: all’età di sette mesi la bambina mette i denti da latte, all’età di sette anni li perde, in due volte sette anni si apre "la strada dello yin" ovvero si compie la sua maturità sessuale ed infine a sette per sette, cioè quarantanove anni, raggiunge il climaterio. Da un punto di vista biologico ciò è esatto se si tiene conto poi che il ciclo mestruale si manifesta nella donna in periodi contrassegnati da sette per quattro giorni e che la gravidanza viene calcolata grazie al supporto del numero sette, si può essere certi che questa unità di misura rientri a pieno nello svolgimento dell’essere femminile. "In base alle sue forze occulte" dunque " il sette sembra porre in essere tutte le cose, dispensa la vita ed è fonte di ogni mutamento, poiché la Luna muta le sue fasi ogni sette giorni. In questo modo il sette influenza tutte le cose sublunari" ed è perciò particolarmente legato alla creazione e alla mutazione delle forme da sempre attribuita ai misteriosi influssi lunari.
Le sette sfere celesti nella visione Tolemaica.
In astrologia la Luna è infatti creatrice e distruttrice delle forme vitale signora di quel mondo fisico che si muove e si trasforma sotto l’influsso animico delle forze lunari. L’adorazione del sette nelle culture più antiche potrebbe risalire proprio all’osservazione delle fasi della Luna, la cui forma muta visibilmente ogni sette giorni. In molte antiche civiltà, tra le quali anche gli assiro-babilonesi, il dio della luna era una divinità suprema inoltre, sempre presso i babilonesi, erano conosciuti ed utilizzati nelle predizioni astrologiche i sette pianeti comprendenti : Sole, Luna, Mercurio, Marte, Venere, Giove e Saturno. Come si può ben notare il numero sette in questo caso comprende anche due non-pianeti, il Sole e la Luna ed è perciò che molti pensatori sono arrivati alla conclusione che i due luminari siano stati aggiunti proprio per raggiungere così il "sette ideale". Con un’allusione ai misteri dell’universo svelati da questo numero sacro Goethe, grande conoscitore della simbologia numerica, scrive: Die Planeten haben alle sieben Die metallnen Tore aufgetan (I Pianeti hanno aperto tutte le sette porte di metallo) L’india conosce i sette Chakras, i punti sensibili del corpo umano nei quali si concentra la meditazione. Questi "canali dell’energia" sono associati ai sette pianeti e alle chiavi segrete della conoscenza che essi rappresentano e che, secondo l’Astrologia Esoterica, devono essere girate ciascuna sette volte prima che ci rivelino la loro particolare lezione. Tornando nell’area mediterranea ancora presso i babilonesi la piramide sacra, lo Zikkurat, ha sette gradini e allude al mistero della conoscenza insito nel sette. Da ciò sembra siano derivati anche i sette scalini del Tempio di Salomone, il tempio della conoscenza e della saggezza sacro agli Ebrei. Ancora in ambito ebraico il sacro sette svolge una funzione determinante: sette sono le braccia del Menorah, il candelabro ebraico, associati ai sette rami dell’Albero della Vita dove crescono su ciascuno sette foglie Già nel V secolo a.C. Filolao paragona il sette alla dea Atena, "conduttrice e signora di ogni cosa, eterna divinità, perseverante ed immota, sempre uguale a sé stessa, diversa da ogni altra" enunciando così le qualità essenziali di questa entità numerica. Il carattere "non generante" del sette è ripreso dalla mistica ebraica: il settimo giorno della settimana il sabato, l’uomo deve osservare il precetto del riposo e non deve produrre nulla. La ripetizione delle formule magiche, come delle preghiere e delle invocazioni in tutte le culture è scandita dal tre e dal sette. Un influenza particolare ha avuto in questo senso l’alchimia medievale i cui procedimenti e le cui formule sono scandite dal numero sette: importante ad esempio era l’uso di ripetere sette volte le distillazioni. Anche i procedimenti magici di tutti i generi conoscono l’usanza di ripetere tre o sette volte una formula già efficace per sé stessa ed è perciò che anche la medicina antica, ancora legata a pratiche occulte, conosceva bene il significato e l’uso del sette. La scuola di Ippocrate ci dice che: "Il numero sette domina le malattie e tutto ciò che nel corpo viene colpito dalla distruzione". Agli antichi medici era noto che le malattie dolorose durano sette giorni o un multiplo di sette e questa credenza è sopravvissuta nella tradizione popolare di alcune culture.
L'albero alchemico
Similmente per i pitagorici il sette era sinonimo di crisi e tutti i giorni divisibili per sette venivano considerati critici, compreso il settimo mese. Il sette come numero dello sviluppo e dell’opera occulta dell’intelligenza divina sulle forme, è il numero del cambiamento, della mutazione e per questo motivo viene anche considerato negativamente come numero "critico". Ma il cambiamento e la trasformazione si manifestano il più delle volte come ascesa dell’uomo verso Dio o verso la saggezza. E’ il caso della religione di Mitra e delle antichissime concezioni dell’ascesa dell’anima attraverso le sfere astrale da cui con ogni probabilità si è giunti nel mondo cristiano alla concezione dei sette gironi del Purgatorio e all’idea diffusa soprattutto in Oriente dei sette livelli mistici. La religione di Mitra affonda le sue radici nell’antica Persia anche se successivamente arriva ad esercitare un’enorme influenza in tutta l’area mediterranea giungendo fino al nord Europa. Mitra all’origine era una divinità solare, il culto poi, come numerosi movimenti religiosi del Vicino Oriente, viene sempre più sviluppandosi come una religione dei misteri. Nei misteri di Mitra l’anima sale a dio attraverso le sette sfere planetarie rappresentate da sette porte attraverso le quali l’iniziato doveva passare abbandonando di volta in volta un capo del vestiario, gesto che si riferiva all’abbandono delle qualità umane. Dinnanzi all’ottava porte o Monte della Trasfigurazione l’anima si trovava ormai spogliata delle sue qualità materiali e pronta alla rinascita, a ricevere la luce. Di conseguenza i riti espiatori e purificatori dei misteri di Mitra si svolgevano seguendo una cadenza di sette giorni, frequenza che ricorre ancora oggi in numerose pratiche e credenze popolari: ci vogliono di norma sette anni per essere liberati da uno spirito ed è noto che le apparizioni della dama bianca si ripetono preferibilmente ogni sette anni. Se in base a tutto ciò ogni sette anni avviene un cambiamento considerevole nell’uomo nella sua parte spirituale o materiale oppure in entrambe è altresì notevole che ogni sette anni la voce di Dio si manifesti nella vita di ogni singolo individuo.Non può stupirci quindi che grazie alla sua presenza in ogni periodicità dell’esistenza il numero sette possa essere inteso come numero tondo. Si pensi a tal proposito ad alcuni famosi stereotipi: i sette mari o le sette meraviglie del mondo o ancora nell’ambito mitologico alle sette teste dell’Idra o ai sette strati dello scudo di Aiace. Senza dimenticare l’uso del sette come numero tondo nelle fiabe, nelle filastrocche e nei detti popolari di tutti i generi. Chi non ha sentito nominare almeno una volta nella sua infanzia i sette nani, i sette corvi, le sette caprette o i sette cavalieri? Sicuramente tutto ciò ci ha influenzato da un punto di vista psicologico all’uso quotidiano del sette ed è difficile capire quanto la tradizione da un lato e la psicologia dall’altro svolgano un ruolo importante nell’interpretazione di questo numero carismatico. Ciò che invece è chiaro è come ancora oggi molti di noi abbiamo la sensazione che la propria esistenza sia legata a particolari costellazioni numeriche all’interno delle quali sicuramente il sette svolge un ruolo importante come numero misterioso, occulto, perfetto, sapiente e sacro.
Elisabet Mantovani

11 dicembre 2009

- Diritti e Doveri


A prima vista - e non solo - sembrerebbe ed è un tema tanto vasto da spaventare anche il più coraggioso dei ricercatori. L’argomento è stato affrontato fin dal passato più lontano da tutte le angolazioni; religiosa, filosofica, morale e giuridica. Già Platone, per bocca di Socrate, parla di doveri dell’uomo.
Qua e là questa materia viene trattata da vari pensatori classici, greci e latini (per i primi, i tragici, per i secondi Cicerone e Seneca, per limitarci ai latini che più direttamente hanno affrontato il problema), ma, dopo la carta dei diritti e doveri del cittadino elaborata dai pensatori illuministi ai tempi della Rivoluzione francese, in tempi più recenti sarà Mazzini a parlare di diritti e doveri dell’uomo. La fonte più ricca e autorevole rimangono comunque le Sacre Scritture, Bibbia e Vangeli. Questa rapida (e abbondantemente incompleta) carrellata consente di rendersi conto della vastità del tema, che ha interessato l’uomo si può dire dalla sua comparsa sulla terra o, quanto meno, dal momento in cui si costituì a società. Cosa si può dire dunque su un tema tanto vasto e già tanto trattato nel passato e nel presente? Temo si possa dire ben poco di nuovo, ma si può tentare di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti più interessanti sotto il profilo massonico, se non più inediti.
La Libertà
La domanda che dobbiamo rivolgerci potrebbe essere questa: quale o quali tra i diritti e i doveri sono oggi avvertiti come più negati, disattesi o impellenti nella nostra società? Vediamone alcuni. Tra i diritti, il più agognato dagli uomini, quello per il quale l’uomo da sempre ha lottato per vederlo realizzato, è la libertà. Si tratta di un prisma dalle molte facce, anche se, nell’ottica massonica, andrebbe privilegiata, a mio avviso, la dimensione spirituale. Quale forma più sublime di libertà possiamo concepire di quella che il Fratello realizza nel contatto costruttivo con gli altri Muratori, quale baluardo più sicuro contro le frivolezze profane della ricchezza interiore? Tutto il cammino massonico, come peraltro quello di tanti nobili e illustri pensatori del passato e del presente, è volto alla sapienza. La sapienza dissolve le tenebre dell’ignoranza e ci consente di spaziare in territori sconfinati, ci restituisce insomma alla libertà. Questo bene dal valore inestimabile non è qualcosa che ci può provenire dal di fuori, anche se le condizioni sociali, politiche ed economiche possono favorirne l’affermazione, ma è soprattutto una condizione interiore: poco conta che si viva in una società libera, se poi siamo schiavi di mille passioni, incatenati da mille pregiudizi, vittime di mille condizionamenti. Il percorso iniziatico ci aiuta a spezzare queste catene e quindi a sprigionare tutto il nostro potenziale di energia spirituale. Non è essenziale (non è neppure possibile) giungere alla mèta: l’importante è incamminarsi sulla via giusta, con l’attrezzatura giusta e la compagnia giusta. Il Fratello è consapevole di tutto questo e, libero, punta in alto, al G.A.D.U. Non lo raggiungerà mai ma non si sentirà né frustrato, né perduto, si sentirà come un pioniere che esplora vasti territori, si arricchisce durante il viaggio, scopre nuovi interessi e scruta orizzonti sempre più lontani. Lo spazio dello spirito non ha confini, non c’è l’est, né l’ovest, il nord o il sud. Si orienterà con il Sole, la Luna e le Stelle, lo stesso firmamento riprodotto sulla volta del Tempio. Non è forse questa la forma più elevata di libertà? Il diritto sommo di ogni Uomo?
Doveri morali e legali
Quanto ai doveri, il campo è vastissimo. Già gli antichi parlavano di doveri morali e doveri scritti, ovvero di etica e di leggi. Leggiamo in Seneca che l’ambito dei doveri morali è infinitamente più vasto di quello dei doveri imposti dalle leggi. Non possiamo dargli torto. Molti comportamenti infatti, pienamente consentiti dalle leggi, sono però deplorevoli sotto il profilo morale. Si può essere, dice il filosofo latino, perfettamente in regola con le leggi, ma essere nel contempo degli esseri moralmente abietti e spregevoli. Il riferimento implicito è sicuramente quello ai doveri nei confronti del prossimo. Il modello massonico, anche in questo caso, fa scuola. Solidarietà, reciproco aiuto, collaborazione, cooperazione nella ricerca comune della Verità, senso di appartenenza alla stessa famiglia, sono tutti caratteri peculiari del credo massonico e fanno parte delle Tradizioni più radicate dei Liberi Muratori. Questi sono i doveri che il Fratello sente dentro di sé e, più in generale, che l’uomo avverte come primari nei confronti del prossimo. Sull’etica del dovere varrebbe la pena soffermarsi a lungo, vista soprattutto la condizione e le tendenze delle nuove generazioni. I giovani di oggi (ma forse anche quelli di un tempo) sono molto attenti ed esigenti nel far valere i loro diritti, ma non altrettanto nel compiere i propri doveri. Una parte della responsabilità di tale situazione è sicuramente da imputarsi a una società eccessivamente permissiva, che tutto concede e, almeno ai giovani e soprattutto ai giovanissimi, poco o nulla richiede. Salvo poi presentare il conto tutto insieme - e a volte con gli interessi - da adulti. È facile infatti prevedere il disagio e le difficoltà cui andranno incontro molti giovani, che in età scolare eludono sistematicamente i loro impegni, quando dovranno assumere ruoli anche di responsabilità nel mondo del lavoro o quanto meno compiere quotidianamente il loro dovere da dipendenti. A volte la famiglia è latitante o per impegni lavorativi di entrambi i genitori o per incapacità o debolezza nell’azione educativa.
Senso della legalità
Come si vede, il tema è assai complesso, ma si può riassumere in poche parole: è necessario che l’uomo, in particolare il giovane, strutturi dentro di sé un codice di comportamento, nel quale il senso del dovere occupi una posizione di primo piano. Il dovere è prioritario rispetto al diritto, in quanto io posso pretendere di far valere un mio diritto solo quando abbia assolto il mio dovere: chi è in difetto per il primo si mette in una posizione in cui non è legittimato a far valere alcun diritto. Il campo dei doveri ha molti confini. Confina anche con la legalità. L’impegno educativo è anche in questo caso doveroso. L’affermazione di una cultura della legalità è quella che consente a un Paese di prosperare nell’economia, di vivere civilmente nella società, di progredire in tutti i campi. Dove non vige la legalità tutto questo non è possibile. La mancata osservanza dei doveri fiscali, ad esempio, ha come diretta conseguenza l’impoverimento dello Stato e quindi la sua difficoltà a perseguire gli stessi fini istituzionali che ne giustificano l’esistenza. La mancata osservanza delle norme del codice stradale è fonte di possibili incidenti. La prevaricazione degli uni sugli altri è motivo di disagio, sofferenza e può determinare gesti disperati. Dicevamo prima che tutto nasce dentro di noi. Solo, infatti, chi è intimamente convinto della necessità e dell’utilità di conformarsi a certe norme e di assumere determinati comportamenti lo farà sempre, efficacemente e spontaneamente. Chi viceversa rispetta le regole solo per paura di trasgredirle, senza essere intimamente convinto della loro utilità, sarà sempre una persona che nella migliore delle ipotesi sarà ligia ai propri doveri e alle leggi, ma che, non appena ne ravviserà l’utilità, sarà pronta a trasgredirli. Dovremmo convincerci che il bene degli altri è il nostro bene e in questo il credo massonico è quanto mai incisivo ed efficace. Nella strutturazione di un’etica del dovere il profano si trova sicuramente più disorientato, anche se non mancano codici, norme e figure positive di riferimento. Possiamo dire però che il Fratello può attingere a un sapere antico, che fa delle norme etiche dei principi fondanti, ai quali è tenuto, dall’appartenenza stessa alla Famiglia, a sottostare.
La privacy
Si è detto poco dei diritti. Forse vale la pena soffermarsi maggiormente su uno di quelli meno rispettati o addirittura più calpestati. Uno di questi diritti negati, che non è certamente il più importante - in quanto dal suo mancato rispetto non dipende la vita di nessuno, ma è un valore caro ai Massoni - è il diritto alla privacy. Se ne sente molto parlare, esiste addirittura un organismo di vigilanza preposto alla salvaguardia di questo fondamentale diritto della persona in una società civile, ma non si è mai stati bersagliati da messaggi di ogni tipo, tra l’altro personalizzati (e qui sta il dubbio: da dove provengono i dati personali dei destinatari?), come in questi tempi. Se non si vuole vivere nella segretezza o anche solo nell’anonimato, non si vuole vivere neppure sotto i riflettori o le telecamere. Chiunque di noi - e un Massone in particolare - ama poter appartarsi e ritagliarsi dei propri spazi, senza essere continuamente spiato o invaso o disturbato. La reazione naturale di chi viene fatto oggetto di frequenti assalti è quella di difendersi, di chiudersi nel proprio guscio,magari persino di cingersi di un alone di mistero o di segretezza o almeno di diffidenza. È un atteggiamento diffuso e a volte rimproverato ai Fratelli, frutto sicuramente di una cultura della riservatezza e di una diffidenza dovuta alle persecuzioni religiose e laiche, morali e materiali del passato (anche recente), ma non di meno di questo clima di invadenza e di limitazione degli spazi della privacy di cui, a dispetto di tutte le leggi e le autority, siamo vittime. Mi sembrava giusto toccare questo tasto, non per suonare le campane a morto, ma per segnalare un guasto, per fa scattare un allarme. Se poi mi si chiede cosa si può fare concretamente, come si può difendere questo diritto violato quotidianamente, la risposta non è né sicura, né univoca. A volte si ha l’impressione che si debba ricorrere al «fai da te», ci si debba cioè difendere con le armi che la democrazia e la tecnologia ci mette a disposizione. Qualcuno però dirà che è proprio la tecnologia ad attaccarci (Internet e quant’altro), insidiando pesantemente la nostra privacy o negandoci il diritto a reperire informazioni che ci servono senza sottostare a continui messaggi pubblicitari o a volgarità di ogni genere. A questa obiezione non sapremmo cosa rispondere, se non dando il consiglio di attrezzarci e di agguerrirci sempre di più, magari cementando la nostra appartenenza alla Grande Famiglia Massonica e intensificando la nostra attività all’interno della stessa a tutti i livelli.
Filippo Di Venti

8 dicembre 2009

- PRIMA DEL VOLO


“ Non mi domando perché io non sia felice. Posso solo prenderne atto. Ciò che invece mi angustia è perché non sia almeno sereno, o non sappia sorridere. Ma è come arrampicarsi sugli specchi. Non so da dove o da che iniziare, il peso dell’infanzia, il circolo vizioso, il labirinto della coscienza, gli istinti, la bestialità, il divino, il ridicolo isterismo. Né posso dire: nascerò domani, se non anche: oggi muoio. Troppo fantastico sarebbe svegliarsi una mattina nuovo, con una carezza sulla pelle, con un sapore che ti scenda fresco per la gola e si perda in tutte le cellule del corpo e dell’anima, tirato a lucido come un ciottolo di fiume.”
- PRIMA DEL VOLO - è il titolo del libro del carissimo fratello Francesco Federico Bianchi
leggerlo è stato un continuo volare attraverso paesaggi, profumi e sensazioni di una natura incontaminata, conosciuta da noi canuti. Un ritorno al passato, alla gioventù con tutte le sue problematiche. Vita vissuta di “ Uomini liberi e di buoni costumi.”