4 aprile 2012
Fin dall’avvento della meccanica quantistica, scienziati come il biologo cellulare Bruce Lipton hanno scoperto e valutato, e sono arrivati alla conclusione che in atto c’è molto più delle particelle elementari di base e della fisica newtoniana. I pensieri, le credenze e perfino le preghiere possono influenzare il benessere delle nostre cellule viventi. In effetti, la ricerca di Lipton sulle cellule staminali indica in modo decisivo che non dipendiamo dalla nostra struttura genetica come si riteneva in passato. Risulta che gli studi sul genoma, che hanno creato il dogma predominante, durante la loro determinazione del ruolo iniziale dei geni non hanno considerato la presenza delle proteine regolatrici. Tali proteine controllano ogni aspetto dell’attività genetica nel processo con cui i blueprints, o codici genetici si manifestano effettivamente nelle varie cellule corporali funzionanti. Quando le proteine vengono aggiunte all’equazione, rivelano in che modo i codici subiscano un impatto da parte dei segnali ambientali. Ho avuto il grande piacere di presentare con il dott. Lipton un evento che abbiamo chiamato “The Grand Convergence – The Merging of Science and Shamanism”. Sembrava la rappresentazione di una danza, con presentazioni in PowerPoint facenti da sfondo. In un attimo il pubblico fu profondamente coinvolto in quella dimensione simile a una trance dove i miracoli potevano accadere, e accadevano davvero, entrando in altri reami di consapevolezza, e un attimo dopo acquisiva nozioni su proteine e “mem-brains” (membrane) e su quanto il viaggio sciamanico che aveva appena intrapreso fosse vero e spiegabile da un punto di vista scientifico. In scena c’era un terzo partner di danza: il Campo altrimenti noto come Spirito. Bruce ha usato parole come “forze invisibili” e descrisse i poteri di trasmissioni energetiche che alla fine conducevano all’identificazione della propria divinità e perfino, secondo Bruce, immortalità. Io ho usato parole come “divinità e archetipi”, “totem animali”, e forza vitale universale, e ho descritto come queste forze invisibili forniscano informazioni per la nostra guarigione e per le nostre capacità co-creative.
Sono felice di come entrambi siamo arrivati alle stesse conclusioni sulla consapevolezza, sul potere personale e sulla presenza di un Campo intelligente, partendo tuttavia da direzioni apparentemente contraddittorie. Sì, c’è un posto dove la materia cessa di esistere, un posto dove tutto è energia. Ed è vero, si può cambiare il proprio punto di vista o convinzione, e quel cambiamento può influenzare l’energia. Ed è altrettanto vero che un cambiamento nel campo invisibile di energia si tradurrà in un cambiamento nel nostro mondo fisico. La mia passione è l’Egitto. Anche se posso parlare con sicurezza di molti argomenti relativi ad altre culture e modalità di guarigione, sono sempre alla ricerca di collegamenti e somiglianze con i misteri dell’antico Egitto, e l’insieme delle popolazioni del Nilo. É questa grande convergenza ad aver attratto me e Bruce fino a promuovere, questa primavera, un sacro pellegrinaggio in Egitto. Lì, all’interno di templi e monumenti che esprimono eloquentemente verità senza tempo, sfuggite in qualche modo alla maggior parte delle culture del nostro, possiamo sperimentare direttamente i suoi misteri e l’essenza delle possibilità “epigenetiche” della nuova scienza in atto. L’epigenetica è lo studio dei meccanismi molecolari con i quali l’ambiente controlla l’attività genetica, ed è uno dei campi più attivi dell’attuale ricerca scientifica. Il significato letterale di epigenetica è “controllo sulla genetica”. Secondo Bruce, la ricerca in questo campo relativamente nuovo ci mostra che “i geni non sono il destino. Le influenze ambientali, compresa l’alimentazione, lo stress e le emozioni possono modificare quei geni senza tuttavia cambiare il loro blueprint di base. E quelle modifiche passeranno senza dubbio alle future generazioni così come sono passate le blueprints del DNA attraverso la doppia elica”. Come direbbe uno sciamano, noi riceviamo informazioni a livello cellulare dal Campo dell’intelligenza, cioè la matrice al cui interno esiste tutta la materia. La chiamerò akasha(etere, spazio informato ndr). E nella mia traduzione Egiziana, la chiamerò ka. Perché l’Egitto? L’Egitto è vitale. È attuale. In nessuna parte del pianeta gli antichi hanno lasciato certe affermazioni coraggiose, fatte per durare. L’intenzione e lo scopo di cui hanno impregnato i loro monumenti riecheggia nel tempo. Quando entriamo in questi luoghi sacri con il cuore aperto e una presenza di spirito, essi interagiscono direttamente con il campo che continua a dare informazioni al granito, o al basalto, a immagini geroglifiche sacre, o alle persone, in modo che chi entra da cercatore ricorda, e nel farlo, viene ricordato. Come ha affermato Bruce durante l'evento: “Tutti abbiamo dei recettori che riguardano l’Egitto”. L’Egitto ci unisce direttamente con l’intelligenza divina, vale a dire il Campo, simile a quello che gli Egiziani chiamavano il corpo ka. Il ka è il corpo indefinibile, comunemente noto come il doppio eterico (o “etereo”). È l’anima collettiva e la relazione energetica con i nostri antenati, e ci rinvigorisce di forza vitale. È la consapevolezza dei neteru, le divinità Egiziane che sono i principi divini archetipici tessuti proprio nel nostro essere, lungo tutto il DNA e attorno a esso.
Mentre Bruce parla del Campo, io descrivo il ka. Diciamo entrambi la stessa cosa, ma adesso ognuno ha da aggiungere qualcosa sui rispettivi argomenti. Sono impaziente di condurre Bruce e il nostro gruppo nei vari templi, descrivendo le cerimonie e mettendole in atto, e poi ascoltando la sua spiegazione su quello che è appena accaduto e sulle scienze coinvolte nella creazione e decorazione di questi luoghi potenti.Più apprendo, più ho soggezione del faraonico sacerdote/scienziato. I templi sono molto più di un mucchio di massi collocati abilmente; hanno un potere che resiste nel tempo – sono impregnati di intenzione e scopo. Sono creazioni ancora vive e aderenti al Campo così come agli insegnamenti del ka, e riusciranno a spiegare i sentimenti che proviamo quando entriamo in queste stanze.
Nicky Scully
30 marzo 2012
- DANTE E I FEDELI D'AMORE
Affrontare la tematica dei rapporti tra Dante e i Fedeli d'Amore vuol dire calarsi in una complessa realtà storica, sociale culturale, politica e religiosa e vuol dire anche e soprattutto venire a contatto con una "Organizzazione" a carattere esoterico. La realtà medievale è lo sfondo scenico sul quale si muovono i personaggi che ci interessano.
Le forze animatrici di questo mondo emergente dalla grande crisi della "romanità", sono:
- da una parte, il potere della Chiesa cattolica che, oltre che sul piano spirituale, si dispiegava anche sul piano temporale e si caratterizzava, perciò, non solo per l'imposizione della dottrina cattolica in termini rigorosamente dogmatici, sotto il terribile controllo dell'Inquisizione (istituita da Gregorio IX [Ugo de'Segni 1227-1241] nel 1231), ma anche per la sua ingerenza in tutti gli affari pubblici e privati;
- da un'altra parte, il potere imperiale, che proprio nel periodo da noi considerato, seconda metà del XIII secolo, attraversava una grave crisi, che sfociò in una prolungata vacanza del trono con tutte le conseguenze, relative al frammentarsi delle influenze politiche e al deterioramento e decadimento dei concetti basilari del neouniversalismo del Sacro Romano Impero;
- da un'altra parte, infine, le autonomie comunali che si andavano affermando, destreggiandosi con alterna fortuna tra le due grandi Istituzioni della Chiesa e dell'Impero.
In questa composita realtà andremo insieme a ricercare, per ben individuarli, i rapporti tra Dante e i Fedeli d'Amore. Scopriremo insieme i frammenti di quelle concezioni iniziatiche, manifestatesi in un originale fenomeno, fecondo di stimoli rinnovatori dei tempi e che oltre al suo peculiare contributo di idee, ha dato all'Italia una nuova, durevole e unitaria espressione d'arte e di linguaggio che va sotto il nome di "Dolce Stil Novo". Allo stato attuale degli studi in materia, i rapporti tra Dante e i Fedeli d'Amore sono ancora molto poco conosciuti. Si constata, per altro, che la storia della letteratura italiana, particolarmente nei suoi riflessi scolastici, sia universitari che di livello inferiore, non solo non si occupa minimamente della "questione" dei Fedeli d'Amore, ma ne sottace qualunque sia pure elementare riferimento. L'esistenza dei Fedeli d'Amore, ad onta delle reticenze dubbiose di molti critici accademici, è, tuttavia, incontrovertibile, giacché lo stesso Dante ne fa menzione in ben sette occasioni, a dire solo di quelle riscontrabili nel componimento "Vita Nova". Invero, direttamente connessa alle vicende dei Fedeli d'Amore, si svolse una cospicua parte della vita di Dante e di numerosi altri personaggi, noti nella letteratura italiana, tra i quali citiamo, solo per fornire qualche esempio: Jacopo da Lentini (metà XIII sec.), Pier delle Vigne, Guido Guininzelli (1240 c. – 1300 c.), Guido Cavalcanti (1260 c. – 1300), Lapo Gianni (1260c. – 1320c.), Dino Frescobaldi 1271 – 1316), Gianni Alfani (1270c. – 1340c.), Dante da Maiano, Cino da Pistoia (1270 – 1336), Cecco d'Ascoli, Bonagiunta Orbiciani, ecc.
Da poco meno di un secolo la voce "Fedeli d'Amore" comincia a trovare specificazione in qualche enciclopedia e in qualche volume di storia della letteratura solo per essere definita a livello di "setta ereticale" e segreta, dalla dubbia esistenza, senza ulteriori, maggiori particolari. Le stesse biografie di Dante non riferiscono nulla in proposito e il problema storico-letterario, lungi dall'essere più o meno indagato, è stato del tutto ignorato. Non sono, invece, ignorate alcune e piuttosto numerose questioni interpretative delle Opere di Dante. A tal proposito, anzi, quando le soluzioni proposte si rivelano palesemente insufficienti, la critica ufficiale si trae dall'imbarazzo, definendo semplicisticamente "oscure" le espressioni in esame, adducendo a sostegno dei miseri risultati il logoro argomento di presunti condizionamenti mistici e superstiziosi, tipici dell'epoca dantesca, senza mai ammettere alla base delle "oscurità" la benché minima relazione con l'esistenza, la concezione e le convenzioni dei Fedeli d'Amore. A dispetto dell'indirizzo biografico e storiografico corrente, una piccola, ma agguerrita, schiera di studiosi ha combattuto e combatte un'ammirevole battaglia con lo scopo d'informare l'opinione pubblica e, specialmente, il mondo culturale, circa la complessa vicenda dei Fedeli d'Amore e dei particolari rapporti intercorsi tra loro e Dante e la rilevanza di tali rapporti nella concezione e nell'Opera del Sommo Poeta. La "questione" dei Fedeli d'Amore fu posta per la prima volta all'attenzione della cultura letteraria da Gabriele Rossetti (1783-1854), il quale, a partire dal 1826, in numerose sue opere come, "Spirito Antipapale", "Il Mistero dell'Amore Platonico nel Medioevo", "Commento alla Divina Commedia" e "La Beatrice di Dante", sostenne la singolare e coraggiosa tesi che nel filone della poesia stilnovista venisse usato un gergo convenzionale che nascondeva le idee iniziatiche dei Fedeli d'Amore. A questa tesi, nella quasi generale indifferenza della critica accademica, si interessarono personaggi della statura di Giosuè Carducci, Francesco Perez, Giovanni Pascoli, Luigi Valli, Alfonso Ricolfi ed altri. In Francia, l'argomento ebbe una considerevole risonanza a seguito dell'Opera pubblicata da tale Eugenio Aroux il quale, sembra, come c'informa l'Alessandrini, essendo editore del Rossetti, si sia appropriato di un ennesimo studio, elaborato da quest'ultimo, giacente, per altro, in fin di vita a Londra, e lo abbia divulgato a proprio nome. Se le Opere rossettiane hanno il merito di aver posto organicamente il problema della "Questione dei Fedeli d'Amore", mettendo in evidenza anche numerosissimi e convincenti elementi, relativi all'esistenza, alle origini, e alla natura di quella Organizzazione, bisogna pur dire che, sebbene frammentariamente, qualche indizio di ricerca, ovvero di interpretazione originale, non soggiacente al conformismo imperante nella critica dantesca, si era già avuto fin dal 1700 in poi, specialmente in riferimento al personaggio di Beatrice, ad iniziativa di Anton Maria Biscione e di Ugo Foscolo (1778 – 1827), i quali, tutti, avevano in qualche modo percepito la natura simbolica di Beatrice. Ai giorni d'oggi, per merito di Luigi Valli, strenuo sostenitore e divulgatore delle tesi di Gabriele Rossetti ed arguto esegeta dell'Opera dantesca, nonché, per gli ulteriori approfondimenti svolti dal Ricolfi, particolarmente sulla cultura provenzale e sul complesso mondo delle Corti d'Amore, l'esistenza dei Fedeli d'Amore è un dato definitivamente acquisito. Tommaso Ventura, Mario Alessandrini e numerosi altri insigni studiosi, partendo dagli indirizzi indicati dal Valli, hanno continuato ai giorni nostri l'opera di informazione e di ulteriore chiarificazione della "questione". Purtroppo, c'è da dire che questi studi sono stati approfonditi da un punto di vista storico-letterario e non altrettanto da un punto di vista esoterico, il che, data la natura dell'argomento, avrebbe certamente accresciuto il nostro interesse. I contributi esegetici degli Autori fin qui menzionati e quelli di parecchi altri che, per economia di trattazione, non citiamo, consentono di collocare storicamente i Fedeli d'Amore tra le varie organizzazioni esoteriche, venute in esistenza verso la fine del Medioevo. Secondo alcuni studiosi, tra i quali per primo il Keller, i Fedeli d'Amore, come d'altra parte tutte le altre Organizzazioni simili e coeve, si rifacevano a precedenti modelli organizzativi, noti come le Unioni Culturali umanistiche, sorte in Roma intorno al II secolo a.C. Per altri, tra i quali possiamo ricordare Alfonso Ricolfi e Carlo de Ryski, i Fedeli d'Amore sarebbero fioriti in Provenza dando luogo a sodalizi fraternali a carattere neoplatonico-gnostico e antipapale. Presumendo la stessa origine provenzale e collegandone le ideologie anche ai locali fermenti cataro-albigesi, secondo altri studiosi, tra i quali René Guenon, i Fedeli d'Amore corrisponderebbero all'Associazione della Fede Santa che sarebbe un Ordine di filiazione templare, i cui dignitari portavano, oltre ai colori "bianco e rosso", propri dei Templari, il titolo di Kadosh, termine ebraico che significa "Santo", che, tra l'altro, nel XVIII secolo fu recuperato per designare un alto grado rituale massonico. Quali che siano le loro origini, tali Organizzazioni, come è facile immaginare, furono inevitabilmente definite eretiche dall'allora imperante Chiesa Cattolica Romana la quale in esse vedeva una possibile turbativa al suo dogmatismo e al suo monopolio culturale. I Fedeli d'Amore, in particolare, a causa della loro dottrina che li portava alla affermazione di alti valori umani, ad una concezione religiosa, ispirata alla purezza evangelica e contro il dogmatismo religioso, nonché, alla ricerca di un rinnovamento civile, erano fatalmente esposti alla incomprensione delle autorità cattoliche. Essi, dunque, per sfuggire alle persecuzioni dell'Inquisizione e al rogo, secondo la dotta esegesi intrapresa dal Rossetti, dal Valli, dal Ricolfi e dagli altri, avrebbero opportunamente velato i loro pensieri iniziatici con un linguaggio poetico a chiave segreta. Il linguaggio tipico degli innamorati, per il suo carattere universale, sarebbe stato ritenuto adatto alla bisogna. Ogni Iniziato sarebbe stato, quindi, obbligato a servirsi della poesia, la più raffinata possibile per trasmettere il suo pensiero. Gli studi svolti al riguardo, provano ampiamente l'esattezza dell'ipotesi. Il linguaggio amatorio a doppio senso, cioè usato in senso anfibologico, secondo alcuni, quasi a mò di gergo, ebbe origine in Provenza con il singolarissimo "Roman de la Rose", di Guglielmo de Lorris (Prima Parte:1234 c.)e di Giovanni di Meung (Seconda Parte: 1275-80), poco dopo la feroce persecuzione, promossa da Innocenzo III contro gli "eretici" di Alby, detti Albigesi. Dalla Provenza, il linguaggio d'Amore, divenuto caratteristica delle cosiddette Corti d'Amore, si diffuse in Sicilia. Qui trovò fertile terreno presso la corte di Federico II, favorito dalla benevola considerazione e dal magnanimo appoggio dell'onnipotente ministro Pier delle Vigne. Jacopo da Lentini (1240 c. – 1300 c.), nell'ambito della Poesia Siciliana, ne fu uno dei più ragguardevoli utilizzatori. Dopo la caduta in disgrazia di Pier delle Vigne, dall'ambiente svevo, la Corte d'Amore si trasferì a Bologna, dove il linguaggio d'Amore che, sotto le simboliche parole di "Rosa" o "Fiore", ecc., nascondeva il concetto della "Sapienza Santa", ebbe ad affermarsi prontamente per il decisivo impulso che gli dette il giurista e filosofo Guido Guininzelli (1240 c.-1300). Essendosi, tuttavia, eccessivamente stilizzato nelle formule sin qui usate dalla Poesia Siciliana e dal lucchese Bonagiunta Orbiciani, questo particolare linguaggio rischiava spesso di lasciar facilmente trasparire l'argomento iniziatico per cui doveva fungere da schermo. Pertanto, Guido Guininzelli, affermando che "ciò che 'om pensa non de' dire", mutò le "maniere de li piacenti detti de l'Amore". Il Guininzelli, dunque, mutava quello che taluno ha definito un "gergo", sostituendo i simboli precedenti "Rosa", "Fiore", ecc., ricchi di elementi sensuali, con un simbolo più degno: da quel momento, la "Sapienza Santa", o la "Sapienza Iniziatica" fu rappresentata da una donna angelicata, ricca delle più elevate virtù che, ciò non di meno, davanti al volgo e, soprattutto, davanti all'Inquisizione, conservasse nome e dimensione umana. Guido Guininzelli arricchì il vocabolario anfibologico in uso e definì con precisi significati convenzionali i nuovi termini, come per esempio: "Amore" per indicare l'amore per la "Sapienza Iniziatica", o la stessa "Sapienza Iniziatica"; "Donne" per indicare gli Iniziati; "Saluto" per indicare l'atto formale d'Iniziazione;
"Piangere" per indicare il simulare fedeltà alla Chiesa di Roma; "Pietra" per indicare la Chiesa corrotta; "Dormire" per indicare di essere nell'errore; e così di seguito. Ai nomi convenzionali di "Rosa", o di "Fiore" o di "Stella", ormai facilmente decifrabili, consigliò di sostituire il Nome proprio di una donna. Da ciò, per Guido Guininzelli la "Sapienza Iniziatica" si chiamò "Lucia", "Giovanna" per Guido Cavalcanti, "Beatrice" per Dante, "Selvaggia" per Cino da Pistoia, "Lagia" per Lapo Gianni, tanto per fare degli esempi. Naturalmente, tutte rappresentavano la stessa cosa. Sembra, dunque, legittimo attribuire a Guido Guininzelli, non solo il merito di aver promosso ed introdotto un linguaggio anfibologico a chiave segreta, più adatto a consentire lo scambio di idee tra i Fedeli d'Amore, ma anche quello di aver stimolato l'affermazione di una nuova maniera di esprimersi che diventava sempre più rilevante come manifestazione non solo d'arte ma anche linguistica in sé e che cominciò ad esser noto specificamente come "Dolce Stil Novo". Lo stesso Dante, riconoscendo al Guininzelli questi specifici meriti, in un sonetto di "Vita Nova" (Cap.XX), lo chiamò "il Saggio": "Amore e 'l cor gentile sono una cosa/ sì come il Saggio in suo dittare pone" e, ulteriormente insistendo nello stesso senso, nel De Vulgari Eloquaentia (I,15) lo esaltò chiamandolo "maximus Guido" e nel XXVI Canto del Purgatorio (vv.97-99) ebbe a definirlo: "il padre/ mio e degli altri miei miglior, che mai rime d'Amor usár dolci e leggiadre" Quando Dante Alighieri venne a contatto per la prima volta con i Fedeli d'Amore, la loro Organizzazione, da Bologna, si era da poco diffusa anche a Firenze, dove aveva trovato in Guido Cavalcanti la più bella espressione poetica e il più vigoroso spirito organizzativo. L'Organizzazione dei Fedeli d'Amore, come ci informa Luigi Valli, comprendeva sette gradi iniziatici in analogia con i sette cieli planetari e con le sette Arti Liberali. Le Iniziazioni avevano luogo a Pasqua (la Divina Commedia, non a caso, si svolge nell'epoca di Pasqua). Le espressioni "Terzo Cielo" (Cielo di Venere), "Terzo Loco" e "Terzo Grado" indicavano il terzo grado della gerarchia in cui si riceveva il "Saluto". Questo importante rito, simile ad una confermazione, consisteva nella vera e propria investitura a Fedele d'Amore e avveniva, di solito, all'epoca di Ognissanti. L'essenza della dottrina d'Amore è ben sintetizzata in una terzina del XXIV Canto del Purgatorio (vv.52-54) in cui Dante, rispondendo a Bonagiunta Orbiciani, diceva: "Ì mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, ed a quel modo/ ch'è ditta dentro vo significando". È la dottrina della Verità nel senso più elevato. È l'affermazione della iniziatica ricerca in contrapposizione con tutte le dottrine fideistiche e dogmatiche. Iniziato proprio da Guido Cavalcanti ai Misteri d'Amore, Dante seppe penetrare ed assimilare talmente la dottrina iniziatica che la sua presenza e la sua personalità s'imposero ben presto nella Organizzazione. L'Opera di Dante in cui, più che altrove, è evidente il riferimento ai Fedeli d'Amore è "Vita Nova". L'esame di quest'Opera, scritta parte in prosa e parte in versi, oltre a farci conoscere, un complesso ed importante periodo della vita del Sommo Poeta, con particolare riferimento al suo Amore, per Beatrice, ci consente anche di volgere lo sguardo su di uno spaccato, quanto mai vivo ed espressivo, della vicenda dei Fedeli d'Amore in Firenze, con i quali il Poeta fu in stretta relazione. Tenendo presenti le informazioni fin qui date sui Fedeli d'Amore, poiché in "Vita Nova" Dante descrive proprio i rapporti intercorsi con la loro Organizzazione, l'attenta lettura dell'Opera e il giudizio che se ne può trarre, non consentono di accettare la semplicistica definizione data al Componimento dalla critica letteraria accademica come di un ingenuo racconto d'amore giovanile, o come, recentemente la indica, da storico, Indro Montanelli: "una piccola e vaga autobiografia in cui sono notati solo - e per allusioni - gli episodi che sentimentalmente lo [cioè, Dante] toccavano" . Prima di diffonderci nell'esame dei suddetti rapporti intercorsi tra Dante e i Fedeli d'Amore, è opportuno intrattenerci brevemente sul principale personaggio del racconto dantesco e, cioè, su Beatrice. La Beatrice della "Vita Nova", come è stato significativamente sostenuto da preclari commentatori, quali per esempio: Anton Maria Biscione, Francesco Perez, Adolfo Bartoli, Giovanni Pascoli, Luigi Valli, ecc., va considerata come un'astrazione, un vero e prorio simbolo e, quantunque sull'identità di tale simbolo non tutti concordino, tutti convengono che esso trascende il comune significato della donna vera di carne ed ossa. Per quanto si tenti, Beatrice non può essere indicata se non con parole di significato generale, cioè, non si sa se abbia occhi neri, o azzurri; non si percepisce il colore dei suoi capelli; non ha alcuna fisionomia; il suo sguardo non è languido, né ardente, né altro; ella non si manifesta che ricca di qualità angelicate, come purezza e volto "color di perla" (Cap.XIX). Dante la definisce: "non figliola di uomo mortale, ma di deo" (Cap.II), "non è femmina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo" (Cap.XXVI), "cosa venuta/ da cielo in terra a miracol mostrare" (Cap.XXVI). Nata in cielo, ella è "venuta in terra a miracol mostrare", ella non fa tremare soltanto il cuore di Dante, ma il cuore di chiunque essa saluti: "ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira, e cui saluta fa tremar lo core..." (Cap.XXI). In contrasto con quello che si sà circa l'educazione femminile del tempo, Beatrice è "sapientissima" distributrice di dottrina, è la "gloriosa donna de la (mia) mente" (Cap.II), è "l'eterna Luce, che vista sola, sempre Amore accende" (Par.V). Davanti a lei che "saluta", "ogne lingua deven tremando muta/ e li occhi non l'ardiscon di guardare." (Cap.XXVI). A Beatrice, inoltre, è collegato il numero perfettissimo e misterioso "nove", quadrato del "tre". Beatrice, dunque, non è una donna.
L'insieme di tutte le caratteristiche della Beatrice di Dante ci permette di individuare il suo vero significato simbolico, facendocela identificare con la "Sapienza vera", la "Sapienza Iniziatica", piuttosto che con la "Fede", o con la "Grazia", simboli pretesi più appropriati da quella piccola parte della critica accademica che riesce a sottrarsi alla concezione della "Beatrice donna", identificata in Beatrice Portinari. Coloro che danno per storica Beatrice, basandosi sulle affermazioni di Giovanni Boccaccio e di Pietro di Dante, entrambi, per altro, Fedeli d'Amore, sono semplicemente vittime d'ingenuità. Se, infatti, da quelli fosse stata svelata la vera identità di Beatrice, sia la "Vita Nova", che la Divina Commedia avrebbero fatto la stessa fine del De Monarchia, che fu bruciato, senza dimenticare che un altro Fedele d'Amore, Francesco Stabili, detto Cecco d'Ascoli, per le sue temerarie concezioni, ritenuto eretico, fu arso vivo dall'Inquisizione. Chiarito il significato di Beatrice, si può, a questo punto, con sufficiente obbiettività, affermare che il sentimento che lega Dante a questo personaggio è di natura squisitamente intellettuale e, più che i sensi, o il cuore, coinvolge unicamente la mente. A questa conclusione, per la verità, non si perviene solo per forza logica, bensì, è lo stesso Dante che ci guida. Nella Canzone "E’ m'incresce di me sì duramente" (Rime XXIX, p.436), Dante ricorda il primo turbamento sentito per Beatrice e afferma che Beatrice agì su di lui incosciente, molto prima che si incontrassero fanciulli e precisamente, il giorno della nascita di lei: "Lo giorno che costei nel mondo venne/... la mia persona pargola sostenne/ una passion nova,/ tal ch'io rimasi di paura pieno;/ ch'a tutte mie virtù fu posto un freno/ subitamente, sì ch'io caddi in terra,/ per una luce che nel cor percosse...". Questa è la miglior prova a sfavore della realtà umana e storica di Beatrice. Infatti, se si vuole interpretare in modo letterale, non vi è chi non giudichi perfino sciocco il pensare che una neonata possa provocare tale passione, senza dire, poi, che il destinatario di tale passione sarebbe un "pargolo", in cui non si è formata ancora una coscienza. Non resta, dunque, che interpretare simbologicamente il passo e tradurre l'immagine in un concetto più coerente e, cioè, che il nascere di Beatrice corrisponde al raggio della Sapienza che giunse a Dante nell'età, simbolicamente infantile (nove anni) della sua Iniziazione ai Misteri dei Fedeli d'Amore. Quando, con l'Iniziazione, Dante ebbe un contatto più diretto con la "Sapienza Iniziatica", Beatrice, che la simboleggiava, gli si mostrò in "giovanissima etade", cioè bambina, perché Dante non l'aveva ancora approfondita e gli si mostrò vestita di rosso sanguigno a ricordo delle cruente persecuzioni di cui era stata vittima (Cap.II). La "Vita Nova", dunque, per la presenza di Beatrice, caratterizzata dal suo valore simbolico-iniziatico, per le implicazioni dell'Organizzazione iniziatica dei Fedeli d'Amore, è la storia della vita iniziatica di Dante. Con l'iniziazione, infatti, si cominciava una vita nuova. Il modo convenzionale in cui "Vita Nova" fu scritta non avrebbe impedito, come di fatto non impedì, ai Fedeli d'Amore, unici destinatari dell'Opera, di recepirne il profondo ed iniziatico significato. Ciò ci viene confermato dallo stesso Dante nel commento al sonetto "Con altre donne mia vista gabbate" in cui dichiara che un certo suo pensiero sarebbe stato comprensibile solo a chi fosse stato "in simil grado Fedele d'Amore" (Cap.XIV). Alcune Organizzazioni iniziatiche davano l'età di "tre" anni al primo grado; altre davano l'età di "nove" anni allo stesso grado.
Nella tradizione iniziatica questi numeri, come è noto, indicano stati di perfezione e, poiché con l'Iniziazione si perviene al primo gradino della perfezione, ecco spiegato l'uso di età infantili. Perciò Dante, secondo l'uso praticato dai Fedeli d'Amore, scrisse di avere "nove" anni quando si avvicinò a Beatrice. In "Vita Nova" il numero nove ricorre fatalmente nove volte e solo in particolarità che riguardano Beatrice. Dante meritò l'investitura a Fedele d'Amore solo dopo "nove" anni, naturalmente convenzionali, di noviziato. Come traspare dal racconto, l'investitura, simboleggiata dal "Saluto" che Beatrice, in presenza di due Fedeli d'Amore, per la prima volta indirizzò a Dante, ebbe carattere solenne: "…compiuti li nove anni... avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne e... mi saluto e molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L'ora che lo suo dolcissimo saluto mi giunse, era fermamente nona di quello giorno… " (Cap.III). Dante sottolinea allegoricamente l'importanza della investitura descrivendo una "meravigliosa visione" che ebbe in "una nebula di colore di fuoco, dentro la quale io discernea una figura d'uno segnore... e pareami… che mirabil cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste :"Ego dominus tuus". Nelle sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in un drappo sanguigno… la quale io guardando... conobbi ch'era la donna della salute, la quale m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta, e pareami che mi dicesse queste parole: "Vide cor tuum". E... pareami che disvegliasse questa che dormia e... le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. (E poco dopo) … la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna nelle sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo..." (Cap.III). Il significato di questa allegorica visione è chiaro all'interprete del linguaggio d'Amore: l'"Amore", che è il fine ultimo della "Sapienza iniziatica" e che Dante definisce "Dominus" suo, e che ha in braccio l'Organizzazione dei Fedeli d'Amore, involta in un drappo rosso, significante le persecuzioni e la rigenerazione, possiede a tal punto il cuore dell'adepto che lo fa simbolicamente mangiare alla stessa Organizzazione in segno di totale simbiosi spirituale.
Avvenuto questo pasto ideale, pregno di intensissimo significato esoterico, il "Dominus", piangendo amarissimamente, cioè simulando grande devozione alla Chiesa, si ritrae andandosene verso il cielo, luogo della suprema beatitudine. Investito Fedele d'Amore, Dante indirizzò, secondo il costume, a tutti i membri del Sodalizio il sonetto: "A ciascun'alma presa e gentil core" (Cap.III). Come si praticava fare col primo sonetto di ciascun Investito, gli risposero: Guido Cavalcanti, col sonetto "Vedeste, al mio parere, onne valore" (Cap.III); Cino da Pistoia, col sonetto "Naturalmente, ch'era ogni amadore"; Dante da Maiano, col sonetto "Di ciò che stato sei dimandatore". Di tutti questi Dante volle ricordarne solo uno, quello di Guido Cavalcanti, il capo dei Fedeli d'Amore di Firenze. Seguendo i metodi della Organizzazione, per sfuggire a persecuzioni inquisitorie, Dante si finse devoto ed ossequiente della Chiesa. Tale comportamento, però, non fu apprezzato e Dante, accusato di essere un seguace della Chiesa, fu messo da parte: “… E per questa cagione… quella gentilissima, la quale fue distruggitrice di tutti li vizi e regina delle virtudi, passando per alcuna parte, mi negò lo suo dolcissimo salutare" (Cap.X). Fu in questo periodo che una grave crisi si manifestò nell'animo di Dante. Egli sentì proprio in questo momento il maggiore bisogno di conforto da parte dell'Organizzazione ("Amore, aiuta lo tuo Fedele") (Cap.XII) e cercò di farsi perdonare con un'altra composizione: "Ballata i’ voi che tu ritrovi Amore/ e con lui vade a madonna davante,/ sì che la scusa mia, la qual tu cante,/ ragioni poi con lei lo mio segnore." (Cap.XII). Ma ne ottenne in risposta solo la conferma della condanna e dei rimproveri, sottoscritti proprio dal Capo del Sodalizio, Guido Cavalcanti, che gli indirizzò il sonetto "I’ vegno ‘l giorno a te ‘nfinite volte/ e tròvoti pensar troppo vilmente:/ molto mi dòl de la gentil tua mente/ e d'assai tue vertù che ti son tolte./ …or non ardisco per la vil tua vita/ far mostramento che tu’ dir mi piaccia/..." (Valli, I, p.284). Dante fu, dunque, né perdonato, né riammesso, ma abbandonato a sé stesso, in balia di un angoscioso contrasto interiore di natura ideologica e sentimentale, tra Naturalismo e Misticismo cristiano. Accogliendo la Rivelazione quale complemento della forza conoscitiva naturale, egli decise di prendere "matera nova e più nobile che la passata" (Cap.XVII) e teorizzò la possibilità di dare alla "Sapienza Iniziatica" un carattere mistico che l'avvicinava alla Sapienza Evangelica, emancipatrice della individualità umana che un giorno Cristo aveva consegnato alla Chiesa e che questa tradiva per bassi interessi mondani opponendosi, anche aspramente, a chi volesse tornare a quella Sapienza Evangelica. Così, la sua nuova religione non fu basata solo sulla Fede, ma anche e soprattutto, sulla Ragione che guida l'uomo nella ricerca della Verità e lo tutela dalle false dottrine. Sicché, Dante, in piena libertà di coscienza, discusse i dogmi della Chiesa e ritenne in questo modo di dare giusto spazio alla "Sapienza Iniziatica". Convinto della giustezza del suo pensiero, Dante pensò di rivolgersi autonomamente agli Iniziati alla Fede d'Amore, prescindendo dai vincoli gerarchici vigenti nel Sodalizio e scrisse la Canzone "Donne ch'avete intelletto d'Amore/ i’ vò con voi de la mia donna dire" (Cap.XIX).
Per il suo alto contenuto, questa Canzone venne a porsi accanto a quella del Cavalcanti "Donna mi prega per ch'io voglia dire" e a quella del Guininzelli "Al cor gentil ripara sempre Amore". L'eco e il successo che ebbe la Canzone di Dante furono notevoli, tant'è che il Poeta fu non solo elogiato quale il più perfetto dei Maestri d'Amore, ma ritenuto degno di essere collocato in "Paradiso", cioè, in alto grado nella Organizzazione. Infatti, una Canzone recentemente scoperta, scritta da un ignoto Fedele d'Amore in risposta a quella di Dante, dice: "Poi ched egli è infra gli innamorati/ quel ch’n perfetto amor passa e più giova,/ noi donne il metteremmo in paradiso/ udendol dir di lei c'ha lui conquiso".
Dante, cosi, per soddisfare anche le tante richieste che gli pervenivano, sentì il bisogno di scrivere due Sonetti: "Amor e 'l cor gentil sono una cosa/ sì come il Saggio in suo dittare pone" (Cap.XX) e "Ne li occhi porta la mia donna Amore" per meglio illustrare la sua dottrina sulla natura d'Amore. La nuova ideologia contenuta nella Canzone "Donne che avete intelletto d'Amore" (Cap.XIX), integrata dai chiarimenti offerti con questi ultimi altri due Sonetti, scatenò immediatamente presso i Fedeli d'Amore un notevole fermento. Tutti i contrasti ideologici sulla dottrina d'Amore, fino a quel momento più o meno latenti e più o meno controllati, esplosero quasi contemporaneamente, mettendo in crisi la dirigenza di Guido Cavalcanti e, tenuto conto di tutte le diversità di temperamento e di cultura tra i vari membri, mettendo anche in serio pericolo la stessa esistenza del Sodalizio. Naturalmente, sorse subito contesa per il predominio tra i seguaci della tendenza "conservatrice", che faceva capo a Guido Cavalcanti e quelli della tendenza "innovatrice", che faceva capo a Dante. Qui vale la pena di riassumere brevemente i concetti principali delle due contrastanti teorie. Per la tendenza "conservatrice", la "Sapienza Iniziatica" era di natura razionalistica e non poteva essere commista ad alcunché di mistico, o di extra umano; la Chiesa era avversata in quanto tale e per la sua dottrina. Per la tendenza che si rifaceva a Dante, la "Sapienza Iniziatica" era circonfusa di misticismo e si fondava sia sulla Fede, che sulla Ragione, pur riconoscendo la profonda, irriducibile opposizione dei due termini; la Chiesa era da rispettarsi come organismo gerarchico e le si riconosceva la supremazia religiosa, ma la si osteggiava per la corruzione che la pervadeva; ond'è che, spogliata la Chiesa di ogni potere temporale e ristabilito l'Impero nella sua pertinente sfera di autorità, con la somma divisione tra potestà spirituale e potestà temporale, si sarebbero, finalmente conseguite nel mondo le condizioni essenziali per la felicità e la libertà del genere umano. Dalla piega che presero le dispute, Guido Cavalcanti, allora capo dei Fedeli d'Amore in Firenze, si rese conto che la tendenza dantesca andava prevalendo. Coerente con i suoi principi ed altero nella sua decisione, Guido Cavalcanti rinunciò alla sua carica e si ritirò.
L'eco del violento trauma che subì l'Organizzazione in questo particolare frangente è rilevabile nei due sonetti di Dante: "Voi che portate la sembianza umile" (Cap.XXII) e "Se' tu colui c'hai trattato sovente" (Cap.XXII). Il commento dello stesso Dante a questi due Sonetti ci fa sapere che essi furono scritti quando "colui che era stato genitore di tanta maraviglia quanta si vedea ch'era questa nobilissima Beatrice, di questa vita uscendo, a la gloria eternale se ne gio veracemente" essendo, per altro, "bono in alto grado". Interpretando secondo il senso anfibologico convenzionale, si comprende come per "padre di Beatrice" debba intendersi il fondatore in Firenze del Sodalizio dei Fedeli d'Amore, il quale, in realtà non muore, ma "esce", bensì, "di vita", cioè, si allontana dalla verità della dottrina d'Amore. Pertanto, i due Sonetti e il loro commento introduttivo non possono avere altro significato se non quello di notificare le dimissioni di Guido Cavalcanti, fondatore e, in ogni caso, benemerito dell'Organizzazione, dal comando della stessa; come pure mettono in evidenza, con partecipe apprensione di Dante, la grave crisi in cui essa per questo evento era venuta a trovarsi. In queste circostanze, già così pregne di tensione, si inserì un ulteriore evento che, aggiungendosi al precedente, dovette dare a Dante un nuovo grande dispiacere. Una nuova tendenza dottrinaria andava, infatti, prendendo consistenza sotto la guida del giovane notaio Lapo Gianni de' Ricevuti. Essa sosteneva con mistica concezione, non essere sufficiente per la salvezza del mondo la semplice purificazione della Chiesa, ma essere indispensabile un totale rinnovamento civile e religioso, secondo lo spirito evangelico dei primi seguaci di Cristo. Dante, conscio della gravità del momento, rivolse, allora, ai due antagonisti il Sonetto "Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io/ fossimo presi per incantamento/ e messi in un vasel, ch'ad ogni vento/ per mare andasse al voler vostro e mio..." (Rime XIV, p.427) in cui, per il bene generale del Sodalizio, proponeva un accordo per conciliare le opposte tendenze. Il rifiuto categorico di Guido Cavalcanti pervenne a Dante sotto forma poetica, come d'uso, col Sonetto "S'io fosse quelli che d'Amor fu degno,/ del qual non trovo sol che rimembranza,/ e la donna tenesse altra sembianza,/ assai mi piaceria sì fatto legno." (Rime XV, p.428). L'irreparabile era, dunque, avvenuto. Il Poeta ci informa (Cap.XXIII) di avere sofferto per "nove" giorni di una terribile malattia, aggravata, per altro, da terrificanti visioni preconizzatrici della "Morte di Beatrice". La Canzone "Donna pietosa di novella etade" (Cap.XXIII) ben esprime lo stato d'animo di Dante nella nuova situazione determinatasi. Nella Canzone riecheggiano i drammatici versi "Ben converrà che la mia donna mora" e "Morta è la donna tua, ch'era sì bella" (Cap.XXIII) a chiara testimonianza della gravità del momento. Ma, d'improvviso, un nuovo impulso volitivo pervase la mente ed il cuore di Dante. Preso da insospettata forza egli iniziò una paziente opera di ricostruzione. "Io mi senti’ svegliar dentro a lo core/ un spirito amoroso che dormia:/ e poi vidi venir da lungi Amore/ allegro sì, che appena il conoscia,/ dicendo: «Or pensa pur di farmi onore»… " (Cap.XXIV) è il primo Sonetto che Dante scrive dopo questa grave crisi. Quasi a premiare tanta infaticabile iniziativa, qualche tempo dopo, Dante vide, come con i suoi stessi versi c'informa, passare innanzi a sé Giovanna, la donna di Cavalcanti, e Beatrice, "l'una appresso dell'altra" (Cap.XXIV), a significare il passaggio amichevole del comando dei Fedeli d'Amore in Firenze da Cavalcanti a Dante.
L'attività di Dante, quale capo, fu rivolta particolarmente alla riorganizzazione e alla migliore determinazione dei criteri operativi del Sodalizio. I risultati di questa operosa iniziativa dovettero essere più che buoni perché con i Sonetti "Tanto gentile e tanto onesta pare" (Cap. XXVI) e "Vede perfettamente onne salute" (Cap.XXVI), nonché, con la Canzone, restata incompiuta, "Sì lungiamente m'ha tenuto Amore" (Cap.XXVII), Dante esprime un particolare stato di conseguita intima felicità. Ma, contro ogni appassionato sforzo ricostruttivo di Dante, si posero le mille difficoltà costituite dalle grandi discordie politiche fiorentine, dalle non sopite polemiche tra i Fedeli, dalle crescenti pressioni clericali. In questo contesto, obbiettivamente complesso e difficile, di fatto, il Sodalizio dei Fedeli d'Amore cessò d'operare e si disgregò. Era, dunque, avvenuta la morte di Beatrice.
Fu certamente una fatale coincidenza la morte di Beatrice Portinari, avvenuta proprio in quello stesso lasso di tempo, ma il compianto manifestato da Dante va molto al di là di ogni ragionevole espressione di cordoglio per morte umana. La Canzone "Gli occhi dolenti per pietà del core" (Cap.XXXI) esprime il profondo abbattimento nel quale era caduto il Poeta e tutta la sua tristezza per lo scioglimento dell'Organizzazione: "Ita n'è Beatrice in alto cielo,/ nel reame ove li angeli hanno pace,/ e sta con loro, e voi, donne, ha lassate..." "...ma ven tristizia e voglia/ di sospirar e di morir di pianto...". Il Sonetto "Era venuta nella mente mia" (Cap.XXXIV) commemora, a distanza di un anno, il deprecato avvenimento della morte di Beatrice e con esso si conclude il primo periodo della vita iniziatica di Dante.
Dopo la "morte di Beatrice", Dante, tra il 1293 e il 1295, visse un periodo intenso di nuove e, a volte, penose esperienze che può essere indicato come quello del "deviamento amoroso". Dante, infatti, intravide la possibilità di dare soluzione ai suoi problemi spirituali mediante lo studio della Filosofia, che in "Vita Nova", nel Capitolo XXXV, è riconoscibile sotto il simbolo della "gentile donna giovane e bella molto" (Cap.XXXV) e mediante la pratica sapiente della Politica. Questo capitolo, in realtà, mette inconfutabilmente "Vita Nova" in relazione col “Convivio”, relazione che avrà ulteriori conferme, e che pone, conseguentemente, persanti dubbi circa la presunta epoca di redazione sia della prima che della seconda Opera dantesca, come la corrente critica storico letteraria pretende ancora oggi. (Vita Nova , 1293; Convivio 1307 c.) Il matrimonio con Gemma Donati, intanto, consentì al Poeta di avere l'esperienza di una famiglia, mentre l'ingresso nella Corporazione dei Medici (Cerusici) e Speziali gli permise di partecipare alla elezione per le cariche comunali. Ben presto Dante s'avvide delle difficoltà di conseguire utili risultati e, nonostante le sapienti considerazioni che stava elucubrando nel Convivio, deluso e amareggiato dagli eventi, si convinse della necessità di riprendere la via della "Sapienza Iniziatica", quale l'unica capace di guidare sicuramente alla meta della Verità. "Lasso ! per forza di molti sospiri", fu questo il nuovo esordio di Dante nella ripresa della via iniziatica (Cap.XXXIX). Nell'ora "nona" di un giorno imprecisato, Dante, con rinnovato entusiasmo, riprese a cantare il nome e le virtù di Beatrice. Dante, allora, sentì la necessità di ritrattare quanto, nella speranza vana di risolvere ogni problema, andava scrivendo nel Convivio. A tal fine scrisse il sonetto "Parole mie che per lo mondo siete" (Rime XLIII, p.450), in cui, alludendo alla Filosofia, rivolge alle proprie parole l'esorazione: "Con lei non state, ché non v'è Amore". A questo Sonetto ne seguì subito un altro "O dolci rime che parlando andate" (Rime XLIV, p.451) nel quale, confermando il suo ravvedimento, Dante esortava ad andare oltre la Filosofia, che, secondo Lui, è solo il primo gradino per arrivare alla "Sapienza Iniziatica". Rivolgendosi, poi, ai pellegrini che attraversavano Firenze per raggiungere Roma, in occasione del Giubileo indetto da Bonifacio VIII, col Sonetto "Deh pellegrini che pensosi andate" (Cap.XL) compì notevole opera di proselitismo. ( In questo Capitolo, per altro, si ha la prova che la “Vita Nova” era ancora in corso di redazione nel 1300, come, del resto, ebbe ad intuire anche il Pietrobono. [Cfr. F.Biondolillo, p.26]) Integrò, quindi, l'opera ricostruttice, riorganizzando i superstiti Fedeli d'Amore e indirizzando loro nuovi versi. Con il Sonetto "Oltre la spera che più larga gira" (Cap.XLI), ultimo della raccolta di "Vita Nova", Dante dichiara e conferma di essere definitivamente tornato alla "Sapienza Iniziatica", alla sua Beatrice. Comincia, a questo punto, un nuovo periodo nella vita iniziatica del Poeta. Egli dice di aver ricevuto una "mirabile visione" a seguito di che promette di non più parlare di Beatrice, finché non sarà in grado di farlo nel modo più degno (Cap.XLII). Questo è il passo che mette in indiscutibile relazione, evidenziandone l'intima connessione, la "Vita Nova" con la Divina Commedia. Sotto l'impegno di questa solenne promessa, Dante concepisce la grandiosa idea della Commedia. Quando, finalmente, è pronto al cimento, sia pure conservando alcune forme care ai Fedeli d'Amore, abbandonando le esaurite forme gergali convenzionali e sostituendole con un simbolismo molto più profondo ed estetico, Dante supera con una nuova originale concezione tutte le contraddizioni del suo passato e lascia il suo genio libero di spaziare nell'infinito poetico con l'unico scopo di affermare la Verità Suprema: la "Sapienza Iniziatica", il trionfo di Beatrice. Nell'affermazione di una religione tutta sua, Dante cercò di accordare, nonostante la loro radicale inconciliabilità, la Fede con la Ragione. Teorizzò la dottrina della divisione dei poteri per cui allo Stato competeva la piena giurisdizione temporale e alla Chiesa l'apostolato spirituale. Nella Chiesa, profondamente odiata per la corruzione che la pervadeva, Dante non volle vedere per forza un nemico, bensì la depositaria di quella evangelica Verità che attraverso il Sacrificio del Cristo aveva affermato l'emancipazione dell'individuo nella fratellanza e nell'amore universali. Sul carro trionfale della Chiesa, immagine con cui si conclude la Commedia, supremo compendio della concezione iniziatica del Sommo Poeta, Dante pose, allegoricamente, radiosa nella sua emblematica significazione, Beatrice al fine di coronare e di suggellare il suo sforzo di Iniziato in nome della "Sapienza Iniziatica". Grande nella sua visione, sublime nello sforzo di rappresentarla, unico nella espressione poetica raggiunta, Dante più che il Vate dell'umano futuro progresso e più che il precursore del Rinascimento, dacché tenne sempre il suo sguardo rivolto al passato, può essere ben ricordato come colui che meglio di ogni altro chiuse il Medio Evo. Il suo lascito ai posteri, tuttavia cospicuo, più che la sua concezione iniziatica, più o meno influenzata dai Fedeli d'Amore, furono l'incomparabile poesia e l'unificazione della lingua italiana.
Conferenza tenuta all’Or. di Napoli, presso la R.L. Francisco Ferrer n. 213, il 2 marzo 2012 E.V.
Luigi Sessa
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Nicola Ferraro
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27 marzo 2012
- ( 2 ) Simboli d'individuazione nella basilica sotterranea di Porta Maggiore in Roma
I segni astrali.
E veniamo a considerare gli stucchi relativi a due segni astrali: I Gemelli ed il Toro. Nella costellazione dei Gemelli i Greci riconoscevano due famosi eroi, i fratelli Castore e Polluce, figli del padre mortale Tindaro e del padre divino Zeus. La madre era la famosa Leda, amata da Giove sotto forma di cigno. L'epilogo della vita avventurosa di Castore e Polluce si ebbe nella lotta che essi sostennero con un'altra coppia di gemelli, Linceo e Idas, figli di Aforeo. Dallo scontro il solo Polluce uscì superstite. Egli allora si rivolse a Zeus chiedendogli di poter morire anche lui. Ma il padre degli dei gli rivelò che ciò non era possibile: Polluce era immortale, mentre Castore era stato generato da seme mortale. Zeus offrì quindi al sopravvissuto due alternative: vivere sempre da solo sull'Olimpo, oppure vivere in compagnia del fratello un giorno sull'Olimpo ed un giorno nell'Ade. Polluce scelse la seconda soluzione. Il mito di Castore e Polluce simboleggia la vita e la morte, il giorno e la notte, il male ed il bene, la tesi e l'antitesi. L'archetipo dei due gemelli si ritrova in tutte le tradizioni primitive. Abbiamo in precedenza considerato l'importanza che per il pensiero pitagorico riveste il concetto degli opposti. Vorrei qui rammentare che essi erano intesi non in contraddizione, ma in reciproca mediazione e sintesi. Il mito dei due gemelli con diverso destino allude all'aspetto immortale della vita umana. Riecheggia anche il mito dell'arimaspe in lotta spasmodica per il proprio tesoro, che può essere sempre perduto e riconquistato. I gemelli rappresentano lo spirito e la materia non più in antitesi, ma finalmente conciliati; rappresentano quindi una maggiore armonia di inserimento nella vita, una migliore comprensione di quest'ultima: la vita non è luce e non è ombra, ma è invece la coesistenza di questi due opposti; e l'uomo è attratto dall'uno più che dall'altro a seconda del grado di consapevolezza raggiunto. L'« integrazione » è un'esperienza fondamentale dell'analisi junghiana: « il conflitto tra estroversione ed introversione, tra tendenze regressive e progressive, l'opposizione dialettica delle quattro funzioni (l'Io, la persona, l'ombra, l'anima-animus) e del Sé, la loro vicendevole relazione nelle loro innumerevoli manifestazioni, costituiscono il completo dinamismo della teoria e della pratica della psicologia di Jung ». Il riconoscimento e accettazione dell'ombra è dunque l'aspetto che soprattutto risulta nel mito dei Dioscuri, una volta trasferito tale mito sul piano psicologico. Dice Jung: « L'ombra è un problema morale che sfida tutta la personalità, perché nessuno può diventare conscio dell'ombra senza un considerevole sforzo morale. Diventarne consci significa riconoscere gli aspetti oscuri della personalità come presenti e reali ». Da parte sua la Jacobi rileva: « Se si vuoi rendere cosciente l'ombra mediante il lavoro analitico, bisogna aspettarsi una forte resistenza da parte dell'analizzando, che non tollera affatto di considerare appartenente a sé tutto quel buio e teme sempre di veder crollare sotto il peso di questo riconoscimento l'edificio del suo !o faticosamente costruito e tenuto in piedi... Per quanto amaro, il calice non può venir risparmiato ». Tanto l'affermazione di Jung che quella della Jacobi sembrerebbero porre l'accento su un certo modo di condurre l'analisi, modo che consiste nel mettere in risalto gli aspetti negativi dell'analizzando, affinchè questi possa integrarli in una personalità cosciente. Ma io mi domando se tale modo di procedere sia proprio necessario e se, in fin dei conti, sia terapeuticamente efficace. Ognuno di noi è già costretto nella vita di tutti i giorni, in abbondanza, a sorbire il calice amaro. La vita, con le sue strutture sociali, ottiene più che bene lo scopo di far conoscere al singolo le sue manchevolezze, i suoi talloni di Achille. I contatti che si hanno prima in casa, poi a scuoia e quindi nel campo del lavoro, sono quasi sempre contatti che tendono a far risaltare l'ombra piuttosto che la luce. Questa affermazione mi sembra incontrovertibile. Ora, nel momento analitico, il paziente non ha bisogno di ulteriori amarezze: l'ombra, in fondo, non è così ombra come potrebbe sembrare. Essa è una parte caratteristica dell'uomo, sulla quale bisogna far leva affinchè il paziente comprenda non soltanto la propria negatività, ma tutta la globalità del suo essere. Il paziente nevrotico ha già una vita difficile. La chiarificazione dei complessi può avvenire solo a condizione che egli prenda fiducia nel suo lo e cominci a conoscere le sue potenzialità intrinseche. C'è anche l'ombra, s'intende, in tali potenzialità: ma esse, pur essendo bifronti, costituiscono un tutt'uno: ed è così che vanno prospettate. Accanto allo stucco dei gemelli, osserviamo quello del toro. L'interpretazione simbolica del toro non è molto chiara, e le ipotesi avanzate sono molteplici. Le popolazioni sumeriche, che tanto si sentirono dominate da una moltitudine di divinità, dettero supremazia assoluta al dio toro. I Sumeri erano convinti della partecipazione del toro al fenomeno della fecondazione. Anche gli antichi abitanti dell'india avevano culti taurini connessi ai riti di fecondazione. Alcune testimonianze persiane mettono in evidenza che il dio degli dei creò un toro addirittura prima di Gaymont, il primo superuomo. In Egitto, fin dalla prima dinastia, si adorava il dio Apis sotto forma di toro. Nella mitologia greca Zeus, trasformato in toro, rapisce Europa, ha una relazione con Antiope, cerca di violentare la sorella Demetra. Eliade riferisce che a Creta si leggeva uno strano epitaffio: « Qui giace il grande bovino che si chiama Zeus ». Sempre a Creta, il toro era considerato come una dinamica riserva di energia. Inoltre, secondo una credenza egiziana, la salma di Osiride, era condotta nelle sfere celesti sulle spalle di un toro, che diveniva così simbolo di mediazione fra il cielo e la terra. Nel volume « Mitologia dell'anima », di Baynes, troviamo rappresentato, nel disegno di un paziente, il toro celeste: esso appare in posizione emergente, come un sole che stia per sorgere. Secondo Baynes il toro del disegno simboleggia la liberazione dell'energia primordiale, che in quel momento prendeva davvero a funzionare nella vita del paziente. Stando al Frazer, il toro, per i popoli pastori, è un naturale emblema di vigorosa energia riproduttiva. Lo stesso significato hanno alcuni reperti archeologici siriani, nei quali è visibile una dea, con gli organi genitali esposti, seduta su di un toro: Neumann ritiene che in questo caso il toro sia simbolo di mascolinità. Nel rito mitriaco l'uccisione del toro è un atto creativo: dalla morte sorge nuova vita. Crediamo quindi che si possa vedere in questo segno astrale il simbolo della forza istintiva, della vitalità che defluisce naturalmente. E' significativo, mi sembra, che assai spesso nelle fiabe una prova dell'eroe consista nella lotta con un toro: la von Franz avanza l'ipotesi che tale lotta, vittoriosa, simboleggi la superiorità della umana consapevolezza sulle emotive forze animali. Giustamente però aggiunge che il problema dell'uomo moderno è quello di ritrovare una via alle sue forze originarie istintive. E io credo che, in chiave psicologica, proprio questo sia il messaggio dello stucco ora esaminato: l'uomo non si distacchi mai dalle sue potenzialità inconsce.
Il ratto delle Leucippidi.
Uno fra gli stucchi più belli rappresenta il ratto delle Leucippidi. Le figlie di Leucippo, Febe ed Maria, erano state promesse in spose ai loro cugini, i gemelli Idas e Linceo. I Dioscuri le rapirono dando vita ad un feroce combattimento fra le due coppie di gemelli. Poniamoci ora una domanda: qual è il valore psicologico del ratto? Il ratto è stato probabilmente la prima forma di rapporto fra uomo e donna. In un clima indifferenziato di minacce, pericoli, lotta per il cibo e probabile amore periodico, la donna è soggetta senza possibilità di difesa alle violenze cicliche del maschio. Il ratto per la donna rappresenta un cambio di stato: vi è la perdita della verginità e la trasformazione in donna generatrice. Ma quest'evoluzione positiva si ha dopo il ratto; al momento in cui esso avviene la donna, come appare in tutte le raffigurazioni antiche, è atrocemente spaventata: nel nostro stucco, ad esempio, una delle Leuccipidi ha il terrore stampato sul viso mentre tende le braccia in un'invocazione di aiuto. Gli aspetti psicologici fondamentali del ratto stanno dunque nel « passaggio » da una fase all'altra della vita e nella decisione forte, vorrei dire nella violenza, nello « strappo », che precede tale passaggio: Vi sono momenti del vivere in cui bisogna « correre il rischio », bisogna cioè sottrarsi agli schemi protettivi di un contesto sociale che basa la sua forza su inevitabili costrizioni individuali; in quei momenti è necessario porre in gioco la propria onorabilità, la reputazione, insomma, tutti quei valori che la società difende e protegge, e che assicurano al singolo il generale rispetto: un rispetto sempre pagato con la stretta osservanza di certe regole. Nell'attimo in cui si « decide » che il proprio destino individuale è più forte della banalità organizzata, allora non c'è altra soluzione che lo « strappo », la rottura degli schemi. E quando uno di quei momenti giunge a maturare, la decisione va presa subito, con violenza, altrimenti si rischia di rimandare per anni e anni la svolta decisiva della propria vita. Andiamo ora verso il centro della volta, i cui motivi mitologici si dispongono in un chiaro proseguimento del processo finora illustrato. Intorno al quadro centrale, che mi riservo di analizzare in seguito, vi sono quattro stucchi raffiguranti quattro coppie di personaggi; Orfeo ed Euridice, Ulisse ed Elena, Giasone e Medea, Èrcole ed Esione. L'accostamento di tali personaggi non dev'essere stato casuale; io credo che l'artista, nella creazione dei suoi stucchi abbia seguito alcuni particolari motivi conduttori. La prima cosa che viene in mente a proposito di queste quattro coppie, è che tutte hanno in comune il tema del viaggio nell'altro mondo: Orfeo, dopo la perdita di Euridice, discese negli inferi per tentare la riconquista della donna amata. Giasone salpò verso il misterioso paese di Colchide per impadronirsi del vello d'oro, e questo viaggio, come ci attesta l'arte funeraria, simboleggia una discesa nell'oltretomba; Èrcole compì la sua più dura fatica recandosi nell'Ade per catturare Cerbero; Ulisse come racconta l'undicesimo canto dell'Odissea, incontrò le ombre dei morti nella lontana terra dei Cimmerii, avvolta in un continuo crepuscolo nebbioso. L'ombra di Tiresia diede all'eroe utili consigli contro i pericoli da superare durante il resto del viaggio. La discesa nel mondo degli inferi rappresenta sul piano psicologico, la discesa nell'inconscio. Nelle storie d'eroi, nelle avventure dei protagonisti di fiabe, si presenta spesso la necessità di penetrare nel fondo della madre terra, alla ricerca di un tesoro, di una donna, di un qualcosa il cui ritrovamento è indispensabile per l'ulteriore sviluppo della vicenda. La discesa nell'inconscio, dunque, è una tappa fondamentale per la conoscenza delle forze oscure e sconosciute che muovono la nostra esistenza e la spingono verso il suo vero significato. Questo viaggio non è mai senza pericoli: c'è sempre un mostro, un tranello, un gigante, insomma un ostacolo che mira ad atterrire l'eroe e indurlo alla fuga. Due sono allora i possibili atteggiamenti: la rinuncia o il tuffo nell'avventura. Chi sceglie questa seconda via, lo fa perché spinto da un'esigenza insopprimibile: conosce il pericolo, sa che rischia la morte, ma la morte fisica è per lui preferibile a quella psicologica; la rinuncia significherebbe la completa identificazione con i valori vegetativi della natura. Certo, il viaggio incute spavento perché implica la necessità di avventurarsi in un territorio misterioso le cui particolari caratteristiche non hanno quasi risonanza in chi si accinge all'impresa; bisogna avanzare senza sapere se le forze di cui si dispone saranno adeguate, e, per di più, senza una chiara percezione di quel che sta avvenendo, tanto che il senso stesso della avventura sembra sfuggire all'eroe; e tuttavia il viaggio è necessario per la rinascita psicologica: è il percorso obbligato verso l'individuazione. A volte questo tipo dì percorso si manifesta nelle visioni oniriche come una difficile e penosa immersione marina. Domandiamoci ora a cos'altro possono alludere — oltre che alla discesa nell'inconscio — le quattro coppie di personaggi: io credo che Giasone, Orfeo, Ulisse ed Èrcole stiano a rappresentare i quattro tipi psicologici propriamente detti, mentre Medea, Euridice, Elena ed Esione rappresentino le quattro strutture fondamentali della psicologia femminile. Vorrei tentare di dimostrarlo: Giasone affronta le sue imprese non in maniera violenta, ma cercando come prima cosa di chiarirsi le idee: discute con pacatezza ogni problema, scevera attentamente i fatti e si sforza sempre di giungere ad una soluzione razionale. In Colchide, mentre i compagni tengono consiglio di guerra, Giasone reputa che sia meglio presentarsi prima ad Eete e trattare con lui la restituzione del vello d'oro. Nonostante l'iniziale sgarberia del re, Giasone non perde la sua calma e gentilezza. Continua ad esporre le sue argomentazioni fino a quando Eete non può rifiutarsi di accettare un compromesso. Giasone è un eroe solare, i cui principali attributi sono la bellezza fisica, la lealtà, l'inalterabile limpidezza dei suoi atteggiamenti di fronte ai vari casi della vita. Da come affronta le situazioni, potremmo dire che egli usa soprattutto la funzione del pensiero: non commette azioni impulsive, comprende la realtà esterna e vi si adatta. La donna che gli è vicina nello stucco è la consorte, Medea, la maga, l'incantatrice. E' l'unica donna che partecipa con i cinquanta eroi alla conquista del vello d'oro, e la sua presenza si rivela indispensabile per la riuscita dell'impresa. Medea non stabilisce mai un rapporto autentico col marito, vive con lui in uno stato di rivalità, e più volte gli fa notare che i troni posseduti da Giasone dipendono dal potere di Medea. Il fatto di essere moglie di un eroe non le basta: ha bisogno di vittorie e conquiste sue personali, che persegue mediante l'arte magica, equivalente della forza maschile nel mondo antico. Fino all'ultimo non accetta alcuna superiorità o autorità: ella appartiene al tipo di donna Amazzone, indipendente, incapace di dar vita ad un'armoniosa relazione psicologica con l'uomo, ma capacissima di diventare per lui un compagno d'avventura, di dividere con lui fatiche ed imprese. Naturalmente il tipo amazzone presenta tutti gli aspetti negativi caratteristici della donna in preda alla protesta virile, che non riconosce alcuna autorità, affronta il mondo soprattutto con strumenti intellettuali, e, se si sposa, considera il matrimonio soltanto come un mezzo per lo sviluppo dei suoi interessi personali. Orfeo era così abile nel cantare e nel suonare la lira che la dolcezza della sua musica e il profondo sentimento della sua poesia riuscirono ad ammansire le bestie feroci, e smuovere le montagne e gli alberi, che lasciarono le loro secolari radici per seguirlo ed ascoltarlo. Orfeo partecipò alla spedizione degli argonauti, e il suo canto fu decisivo nel superamento di alcuni pericoli. Egli è il simbolo della musica e della poesia, è il simbolo del sentimento spinto alla sua espressione più intensa: il rapporto con Euridice fu « sentito » a tal punto che la tradizione vuole addirittura Orfeo sbranato dalle Menadi, rese furiose dal suo completo disinteresse per qualsiasi altra donna. Quando Euridice, cercando di sfuggire ad un atto di violenza, incespicò in un serpente e morì per il morso, Orfeo fu preso dalla disperazione. Osò tutto quel che un mortale poteva osare: scese nel Tartaro e supplicò gli inferi di rendergli la sposa. Persefone si commosse profondamente al dolore di Orfeo, e gli concesse di portar via Euridice ad una condizione; non doveva voltarsi a guardarla in viso prima di uscire alla luce del sole. Ma come Psiche, a causa della sua femminilità piena di sentimento non resiste alla proibizione ed apre la scatola che le farà nuovamente perdere Amore, così Orfeo, legato com'è alla funzione sentimentale, non riesce a trattenere lo impulso di guardare Euridice e perde per sempre la donna amata. Euridice rappresenta la donna madre, piena di carità e di comprensione. Per lei Orfeo è costretto a scendere nel Tartaro, ad ampliare quindi le sue dimensioni spirituali. Ella riesce a sviluppare e rendere armoniche tali dimensioni al punto che Orfeo, di ritorno dall'Ade, fonda nuovi misteri a cui accorrono tutti gli uomini di Tracia. Ulisse ed Elena ebbero diversi contatti. Il loro incontro più importante, quello a cui allude lo stucco, si riferisce ad un episodio narrato nel libro IV dell'Odissea: Troia sarebbe caduta soltanto se i greci fossero riusciti a rubare dalla città il Palladio di Atena; Ulisse si fece ridurre lacero e sanguinante, e potè in tal modo introdursi a Troia fingendosi uno schiavo fuggiasco. Elena fu l'unica a riconoscerlo, ma non lo tradì e Ulisse rivelò i piani della conquista. Lo stucco li rappresenta appunto durante tale colloquio. Più tardi, con l'aiuto di Elena, egli riuscì ad impadronirsi del Palladio. Ulisse è l'eroe del grande viaggio, l'uomo intrepido e paziente che sa sfruttare le occasioni più labili per raggiungere i suoi obiettivi. Nelle situazioni strane ed insolite, quando le idee e i valori correnti non possono essere d'aiuto, Ulisse, facendo ricorso alla intuizione, è capace di decisioni istantanee. Ora, dice Jung, « l'intuizione è un modo di percepire la realtà non più attraverso la coscienza, ma attraverso l'inconscio. E non è soltanto una mera percezione; è un processo creativo che si impadronisce della realtà esterna e tenta di modificarla ». Nel pieno d'un qualunque caso difficile e problematico, insomma, l'intuizione mira per sua natura ad uno sbocco che nessun'altra funzione sarebbe in grado di trovare. La figura di Elena è una delle più interessanti della mitologia greca. La sua bellezza provocò ben due guerre. Quando Afrodite volle convincere Paride a donare il pomo ad Elena, ne mise in evidenza soprattutto l'aspetto passionale e ardente: « Sono certa che, se ti vedesse, abbandonerebbe !a sua casa e le sue famiglie, tutto insomma, per divenire la tua amante ». Elena infatti fuggì con Paride, e si dette all'uomo amato nel primo porto dove gettarono l'ancora. I troiani restarono fortemente colpiti dalla bellezza di Elena, e in ultimo tutta Troia era innamorata di lei. Sta scritto in un testo antico: « Elena è la dea sovranamente bella che passa e diffonde intorno a sé il fascino irresistibile della sua persona... La sua figura penetra come un raggio di illuminazione interiore per far comprendere quello di cui, nel pieno empito sentimentale, è capace l'animo umano ». Da un punto di vista psicologico, mi sembra che Elena rappresenti il tipo di donna interamente impegnata nel rapporto col partner: « II suo interesse istintivo è diretto verso il contenuto della relazione e verso l'uomo. L'uomo d'altronde tende spesso ad evitare un rapporto totale, vissuto in tutte le sue potenzialità, o comunque il rapporto è per lui meno conscio e meno importante, perché può distrarlo dai suoi impegni. Per questo tipo di donna, invece, il rapporto è decisivo: qualsiasi altra cosa, sicurezza sociale, posizione, rispettabilità, viene da lei considerata secondaria e non importante ». E veniamo all'ultima coppia, Èrcole ed Esione. La funzione psicologica dominante in Èrcole è a mio giudizio quella della sensazione. Se osserviamo il semidio nei momenti che precedono le dodici fatiche, notiamo che molte divinità vengono in suo aiuto: Hermes gli dona una spada, Apollo frecce ed archi, Efesto uno scudo d'oro e Minerva una tunica miracolosa. Ma Èrcole rifiuta questi doni, perché li sente al di fuori della sua esperienza: preferisce servirsi soltanto della fida clava e del suo arco. Egli, insomma, resta ancorato a ciò che può con immediatezza — e superficialità — toccare, comprendere, conoscere: « II tipo sensoriale prende ogni cosa come viene, vive le sue esperienze per quelle che sono, in modo diretto, né il pensiero tenta di indagare in cerca di spiegazioni più profonde. Il pane è il pane; al di là di questo dato evidente non c'è nulla, ciò che conta è la forza e il piacere della sensazione ». I poeti comici greci puntarono ben presto sulla figura di Èrcole. Misero in ridicolo la sua straordinaria capacità di ingurgitare cibi, la sua mancanza di sottigliezza. Quando Èrcole si trovò ad affrontare la città degli uccelli, che minacciava la vita degli dei, venne meno al suo compito per seguire l'odore di pietanze squisite. Consideriamo ora l'incontro di Èrcole ed Esione: egli s'imbattè nella fanciulla completamente nuda, avvinta ad una roccia in attesa di essere divorata da un mostro. Esione, figlia di Leomedonte, doveva essere sacrificata per espiare le colpe del padre. Ma Èrcole la liberò e uccise il drago. Il motivo della vergine esposta al mostro e liberata dall'eroe, è un pattern classico riscontrabile in tutte le mitologie e fiabe del mondo. Tale motivo fu studiato dal Frazer che lo interpretò come il retaggio di un costume arcaico, secondo il quale si dovevano sacrificare vergini agli spiriti delle acque. Nel particolare caso di Esione, come vedremo in seguito, l'esposizione al mostro ci servirà per illuminare di luce riflessa la figura di questa donna, dato che su di lei abbiamo pochissime fonti mitologiche dirette. Ma, ripeto, di questo parleremo in seguito. Quello che ora mi interessa esaminare è il modo con cui Èrcole combattè ed uccise il mostro: egli saltò nelle sue immense fauci e trascorse ben tre giorni nel ventre della fiera prima di riemergerne vittorioso; nella lotta però perse completamente la capigliatura. Scrive il Graves: « La leggenda di Èrcole che salva Esione, paragonabile alla leggenda di Perseo che salva Andromaca, deriva senza dubbio da una raffigurazione assai diffusa in Siria e Asia Minore: la vittoria di Marduk sul drago marino Tiemat. Èrcole, come Marduk, viene inghiottito dal mostro e sparisce per tre giorni prima di riemergerne vittorioso dalla sua bocca. Cosi pure, secondo il racconto morale ebraico che a quanto pare si ispira alla medesima fonte, Giona passò tre giorni nel ventre della balena. E il re di Babilonia, rappresentante di Marduk, trascorreva ogni anno tre giorni di ritiro, come se dovesse simbolicamente lottare contro Tiemat... La calvizie di Èrcole accentua il suo carattere di Dio solare: una ciocca di capelli recisa quando l'anno volgeva al termine, simboleggiava infatti un affievolirsi della magica forza del re sacro, come d'altronde accade nella leggenda di Sansone. Quando il re riappariva, aveva il cranio liscio come quello di un neonato... ». Ora mi sembra che Graves non faccia altro che porre l'accento sul tema dell'inghiottimento da parte del mostro, ma senza metterne in luce il vero significato; c'è poi da dire che, valutando il particolare dei capelli perduti come un « affievolirsi della forza » Graves ne da un'interpretazione troppo riduttiva. Più acutamente Propp individua nel tema inghiottimento - eruttazione un complesso rito di tipo iniziatico: « Le forme di questo rito mutano, ma hanno pur sempre caratteri costanti. Noi lo conosciamo attraverso il racconto di coloro che lo hanno subito, e ne hanno violato il segreto, attraverso testimoni oculari, miti, informazioni ricavate dalle arti figurative. Una di queste forme consiste nel far passare l'iniziando attraverso un congegno che rappresenta un animale mostruoso. Là dove già si costruivano edifici, quest'animale era rappresentato da una capanna o da una casa di forma speciale. S'immaginava che l'iniziando venisse digerito e quindi vomitato come un uomo nuovo. Dove ancora non esistevano edifici, si ricorreva ad altri mezzi. Cosi in Australia il drago era raffigurato da una cavità sinuosa nella terra; altre volte nell'alveo asciutto d'un fiume si erigeva una tettoia, e davanti a questa si collocava un pezzo di albero spaccato raffigurante le fauci ». Potremmo dunque dire che nella lotta con il mostro Èrcole viene sottoposto ad una rigenerazione completa, ad una vera e propria rinascita. Questo è il senso, io credo, della perdita dei capelli, della riapparizione al terzo giorno « con il cranio liscio come quello di un neonato ». Graves non accenna questa interpretazione, suppongo, a causa della sua resistenza emotiva verso tutto ciò che suona di psicologia analitica. Più volte egli ha attaccato, in un modo che mi sembra legittimo definire gratuito, le scoperte di Jung. Dice Graves che la mitologia non va studiata in un gabinetto psichiatrico, ma nei contesti della storia, dell'archeologia e delle religioni comparate. Ebbene, in una nota su ciò che si deve intendere per fenomenologia dello spirito nell'ambito della favola, Jung dice testualmente: « ... la teoria della struttura della psiche non fu dedotta dalle favole e dai miti, ma si fonda su esperienze e osservazioni appartenenti alla sfera della ricerca medico-psicologica; e solo in una seconda fase questa teoria ha trovato conferma nello studio comparativo dei simboli, in campi prima lontanissimi per il medico ». Nessun psicologo analista ha mai affermato di studiare la mitologia attraverso i sogni dei pazienti. Quel che invece si può sostenere è che la presenza di temi mitologici nel materiale onirico di un qualunque analizzando — temi a volte del tutto ignoti alla coscienza del sognatore — indica l'esistenza di un inconscio al di là delle esperienze del singolo individuo, quindi un inconscio collettivo, comune a tutti. Ed allora lo psicologo deve chiedersi che significato ha quel mito, prima nel suo contesto storico, archeologico ed antropologico, e poi nella psicologia stessa del paziente. Vorrei comunque premettere che il mito si esprime attraverso simboli. I simboli sono, per cosi dire, il modo con il quale lo psicologo si accorge d'essere di fronte ad una modalità non del tutto personale, vale a dire legata alla storia del soggetto: questa modalità, tanto per dare un nome, viene chiamata da Jung archetipo. Quella dell'archetipo è una espressione innocente che ha suscitato ansie ed improperi specialmente fra gli incompetenti che non hanno mai consultato un testo di Jung, documentandosi soltanto sull'ormai famigerato falso scientifico del signor Glover! Dice Jung: « Gli archetipi si possono definire fattori e motivi, che ordinano gli elementi psichici in certe immagini... e in modo tale che si possono riconoscere soltanto dal loro effetto. Esse sono preconsce e formano presumibilmente le dominanti strutturali della psiche in genere... Come condizioni a priori, gli archetipi rappresentano il caso psichico del ' pattern of behaviour — modello di comportamento — familiare al biologo, che presta ad ogni essere vivente il suo modo psichico ». E' più oltre « L'attivarsi di un archetipo è assai probabilmente dovuto a un mutamento dello stato di coscienza che esige una nuova forma di compensazione ». Ed eccoci a parlare di Esione. Le fonti mitologiche riportano di questa fanciulla pochi ed insignificanti particolari. Sembrerebbe quasi che la sua figura serva da stimolo e veicolo per le imprese altrui: nel nostro caso, ad esempio, ella provoca sia pur indirettamente la rigenerazione di Èrcole. Credo quindi si possa affermare che Esione rappresenti il tipo psicologico della donna mediatrice, la cui prima caratteristica è lo spirito di sacrificio: in tutti i racconti mitologici in cui una vergine viene offerta in olocausto al mostro, è ella stessa che si reca impavida sul luogo. Inoltre, aspetto più importante, questo tipo di donna rappresenta uno strumento attivatore dei processi archetipici maschili: Èrcole, che era stato schiavo di una donna, si riscatta salvando una donna attraverso la lotta che, come abbiamo visto, allude ad un processo. Esione evidenziò il suo ruolo di mediatrice anche in un'altra significativa circostanza: Troia era stata distrutta da Èrcole e Telemone, che avevano annientato quasi tutta la famiglia reale: sopravvissuti erano soltanto Esione ed il più piccolo dei suoi fratelli, Priamo; la fanciulla implorò Èrcole, di risparmiare almeno il bambino, e l'eroe esaudì la preghiera. I discendenti di Priamo dovevano poi sostenere una parte molto incisiva nella storia del mondo antico. Vorrei ora soffermarmi sul fatto che Esione ottenne la salvezza del fratello non solo supplicando, ma anche facendo dono ad Èrcole di un velo ricamato in oro: il velo, da un lato è simbolo di protezione femminile, dall'altro rappresenta l'« invisibile », quindi lo spirito; Esione impegna tutto il suo spirito — tutto il suo inconscio — per salvare il piccolo Priamo: « la donna mediatrice è quasi schiacciata dagli effetti dell'inconscio; essa è assorbita e formata da esso e qualche volta quasi lo rappresenta». Riassumiamo ora il significato dei quattro quadri mitologici. Il motivo comune è il viaggio nel mondo sotterraneo, che quasi sempre è l'ultima fatica o l'ultimo obbligo che viene assegnato all'eroe. Ed è un'avventura che simboleggia lo sforzo verso l'individuazione. Il ritorno prelude ad un completo rinnovamento dell'eroe che è riuscito a superare la più difficile delle imprese. (Si ricordi ad esempio la discesa di Enea nell'oltretomba, e come egli ne ritorni più forte e più coraggioso). Il mito di tale viaggio trova il suo equivalente psicologico nell'indagine analitica dell'inconscio. Che tale indagine sia pericolosa e richieda molto coraggio, è inutile sottolineare. Quest'indagine tende all'individuazione che è, nel senso pitagorico, armonia e bellezza. I quattro quadri stanno inoltre a simboleggiare le funzioni e le strutture psicologiche femminili. Ma non dobbiamo intendere tali funzioni e strutture come rigidamente separate, vale a dire come rigidamente caratteristiche dell'uno o dell'altro sesso: la contrapposizione maschio-femmina mette anzi in luce il rapporto anima-animus all'interno dello stesso individuo, uomo o donna che sia. Nel momento in cui Pitagora, primo nell'antichità, riabilitava la funzione della donna, intuiva profondamente il rapporto psicologico fra le componenti maschili e femminili nella personalità di qualsiasi essere umano. Vorrei a questo punto ricapitolare brevemente tutto quanto finora esposto, aggiungendovi magari qualche altra considerazione: l'uomo deve conquistare e mantenere il suo tesoro più intimo con una lotta che non ha mai fine, lotta che in sostanza è un perenne confronto con l'inconscio: la situazione inconscia è infatti uno stato naturale. Dice Neumann: « non si può desiderare di rimanere inconsci, perché di fatto si è inconsci ». Il desiderio della consapevolezza è un tentativo di violenza alla stessa natura. Fra tutte le specie viventi, soltanto l'uomo manifesta questo tipo di ansia. Ma la lotta per la consapevolezza non può avere successo senza l'aiuto degli aspetti inconsci della personalità, i quali non controllati criticamente dalla censura che mira ad inserire ogni cosa nell'ambiente in cui viviamo, sono spesso più saggi e lungimiranti degli atteggiamenti consci. Si ricordi però l'affermazione di Jung: « la presunta onniscienza delle parti funzionali inconsce è naturalmente una esagerazione. Di fatto esse dispongono — e ne subiscono l'influenza — delle percezioni e dei ricordi subliminari, così come dei contenuti istintivi dell'inconscio con carattere di archetipo. Questi appunto procurano all'attività inconsce informazioni di insperata esattezza ». I miti e le fiabe ci parlano spesso di aiuti soprannaturali: tali aiuti sul piano psicologico, rappresentano il benefico influsso dell'inconscio. Il fatto straordinario e stupefacente è che, in concreto, l'uomo sulla via dell'individuazione, l'uomo cioè che vive in un continuo e vitale confronto col proprio inconscio riesce a fronteggiare e risolvere situazioni apparentemente senza via d'uscita: egli si affida soprattutto alla comprensione e assimilazione del concetto di sintesi degli opposti, per cui riesce spesso ad avere visioni per così dire « globali » delle varie circostanze e problemi, egli inoltre, non dimentica mai la presenza e l'indissolubile simultaneità di luce e ombra nella vita personale di qualsiasi individuo. Quella che Jung chiama « la più meravigliosa di tutte le leggi psicologiche, cioè la funzione regolatrice degli opposti », non fu, come già abbiamo visto, una scoperta di Eraclito, ma una formidabile intuizione pitagorica. Ricordiamo poi il valore del ratto, che, sul piano psicologico, va inteso come « rottura degli schemi » rifiuto della banalità organizzata, ricerca di una soluzione individuale al dramma dell'esistenza. E mi sembra che, oltre a ciò, il ratto possa anche alludere al rapporto anima-animus, rappresentando una volontà di unione mistica tra le componenti maschili e femminili dell'individuo. La strada verso l'armonia e la realizzazione del Sé, si snoda poi attraverso la presa di coscienza delle varie funzioni atte ad affrontare e risolvere i problemi del vivere, ma la discesa nell'inconscio è l'elemento decisivo, la condizione imprescindibile per la completa rinascita e trasformazione dell'uomo. Questa rinascita è illustrata dal ratto di Ganimede e dall'ultimo episodio della vita di Saffo.
Ganimede e Saffo
II quadro centrale della basilica ci mostra la elevazione di Ganimede all'Olimpo. Come narra Omero nell'Iliade, Ganimede era un bellissimo fanciullo, che, a causa delle sue attrattive, fu rapito direttamente in cielo per fare da coppiere agli dei. Ganimede è uno dei pochissimi esseri umani innalzati alla immortalità. Il fatto che questo quadro occupi la posizione centrale non è certo un caso: esso doveva, in un certo senso, raccogliere e sintetizzare il significato di tutte le altre illustrazioni. Tale compito va naturalmente attribuito anche agli stucchi dell'abside, che, come nelle chiese cristiane, aveva la funzione di riassumere i concetti più alti da ispirare ai fedeli. In quest'abside appare una figura femminile sul ciglio di un promontorio. Sulla testa ha un velo gonfiato dalla brezza marina. Sembra che la fanciulla stia per tuffarsi nelle onde lievemente agitate del mare. Nella mano sinistra ha una cedra. Eros la spinge premendole col braccio le spalle. Nel mare un tritone stende un velo per riceverla, mentre un altro tritone suona la buccina. Su uno scoglio siede un giovane pensoso, con la guancia al palmo della mano. In alto si vede Apollo che impugna l'arco rituale. Lo stucco si riferisce all'ultimo episodio della vita di Saffo, così come è stato tramandato dalla leggenda: respinta da Faone per la sua bruttezza fisica, Saffo si uccide lanciandosi in mare dalla rupe di Leucade. Viene subito in mente una considerazione: suscita meraviglia il fatto che i pitagorici abbiano posto in risalto un episodio tanto in contrasto col loro ideale di vita: il pitagorismo, analogamente all'idealismo cristiano, interpreta la vita umana come un perfezionamento in vista dell'immortalità, per cui non è consentito all'uomo di accorciare la durata della prova e scrollarsi di dosso il fardello. L'episodio di Saffo può essere compreso soltanto se non lo si valuta come il dramma di una morte volontaria, ma come un rito di rigenerazione che Saffo affronta con grande fede: il salto nel mare è simbolo di rinnovamento, e in questo senso si ritrova in altri racconti mitologici. Negli inni di Callimaco, ad esempio, leggiamo che Britomarte, inseguita da Minosse, riuscì a sfuggirli gettandosi in mare, e che, dopo quell'atto fu trasformata in Dea da Minerva. Apollodoro mitografo ci parla di Ino, resa folle da Giunone: dopo aver ucciso il proprio figlioletto, si lanciò in mare e divenne una divinità marina. Quando Teseo arrivò a Creta, dovette dimostrare di essere figlio di Posydone: Minosse buttò in mare un anello e gli chiese di ripescarlo. « Senza esitare Teseo si tuffò allora nel mare; un branco di delfini lo scortò fino al palazzo delle Nereidi, dove Teti gli regalò una corona ingioiellata, dono nuziale di Afrodite che più tardi cinse il capo di Arianna; altri dicono che Anfitrite, la dea del mare, gli consegnò la corona e ordinò alle Nereidi di nuotare tutt'attorno per trovarle l'anello. In ogni caso Teseo emerse dal fondo del mare reggendo sia l'anello che la corona ». Ora è senza dubbio interessante il fatto che Teseo dopo l'immersione nel mare, riporta non solo l'anello, ma anche una splendida corona. Jung ha rilevato che la corona è per eccellenza il simbolo dell'avvenuto raggiungimento di qualche alto obiettivo: chi conquista sé stesso, ottiene la corona della vita eterna. Mi sembra utile a questo punto ricordare una recente scoperta archeologica di Mario Napoli: la «Tomba del tuffatore», rinvenuta a Paestum il 3 giugno 1968. Una pregevole e plastica pittura, raffigurante un giovane teso nel tuffo, adorna la quinta lastra di questa tomba. Tra le varie interpretazioni proposte, la più convincente appare quella che si richiama ai riti di purificazione connessi alla conquista dell'immortalità. Dice Napoli: « Da quanto si è detto, apparirà chiaro che siamo presi dal forte sospetto che la Tomba del tuffatore possa essere compresa solo in chiave pitagorica. L'argomento meriterebbe una più approfondita indagine... Ma è certo che il tuffo può essere spiegato solo come allegoria della liberazione dell'anima dal peso del corruttibile corpo, per la sopravvivenza della purificata anima al di là della morte ». E' anche da riferire l'autorevole testimonianza di Carcopino: « Se noi guardiamo attentamente la Saffo della basilica, non possiamo scorgere nessuna agitazione nel suo atteggiamento; Saffo è l'esempio classico di una rigenerazione sacramentale e morale che trasforma gli iniziati » . Ma che cosa significa tutto questo in termini psicologici? Jung afferma che ogni vita, in fondo, è un processo che tende alla realizzazione della totalità, del Sé, tende insomma all'« individuazione »; e questo processo implica un rinnovamento, una « trasformazione ». Si può affermare che il vero scopo della psicologia analitica è appunto quello di provocare, in un modo o nell'altro a seconda del livello del paziente, un processo che conduce a irreversibili trasformazioni della personalità. Dice Jung: Le collettività sono somme di individui e i loro problemi somme di problemi individuali... Tali problemi non sono mai risolvibili con artifici legislativi. Per risolverli occorre un generale mutamento nei modi di concepire e affrontare i problemi dell'esistenza, mutamento che non comincia con la propaganda, coi raduni di massa o con la violenza: esso deve cominciare nei singoli, e deve consistere in una trasformazione delle loro tendenze e avversioni personali, dei loro modi di vedere le cose, dei loro valori; soltanto la somma di tali trasformazioni individuali condurrà ad una soluzione collettiva ». In un altro scritto Jung è ancora più esplicito, coinvolgendo nel processo di trasformazione anche la personalità dello psicoterapista: « Le personalità del medico e del paziente valutate « insieme » sono spesso molto più importanti — per una buona riuscita della terapia — di quanto il medico dica e pensi... L'incontro di due personalità è come l'unione di due differenti sostanze chimiche: se c'è qualche combinazione, ambedue sono trasformate. In ogni reale trattamento psicologico il medico è impegnato a influenzare il paziente; ma questa influenza può soltanto aver luogo se il paziente ha una reciproca influenza sul medico. Non si può influenzare se non si è influenzabili ». La conclusione del lungo iter pitagorico è dunque rappresentata dall'immortalità a cui viene elevato Ganimede, e dal rito di « rinascita » vissuto da Saffo. Mi sembrano a questo punto evidenti le notevoli convergenze tra il concetto di trasformazione insito nelle teorie pitagoriche e lo stesso concetto cosi come viene illustrato da Jung. Si pensi soprattutto all'importanza che i circoli pitagorici dettero alla realizzazione pratica e terrena dei precetti psicologici che essi venivano imparando dalle testimonianze del maestro. E qui vale forse la pena rammentare che anche la psicologia analitica, secondo noi, non può prescindere dall'esperimentazione dell'archetipo nella vita di tutti i giorni. Non è sufficiente a parer nostro ciò che dice la Jacobi, quando afferma che la individuazione porta al singolo quella tolleranza e quella bontà di cui è capace soltanto chi ha indagato le proprie oscure profondità e le ha consciamente vissute. Bontà e tolleranza sono soltanto tali quando si è nella mischia sino al collo e non nel ritiro di previlegiate situazioni. Nell'espressione di Jung « L'individuazione è un migliore e più completo adempimento delle finalità collettive dell'uomo », noi intravediamo quanto a cuore stesse a Jung che l'analisi ed il lavoro psicologico non estraniassero l'individuo dalle sue responsabilità verso l'ambiente di cui, volente o nolente, è partecipe. L'uomo ha un unico scopo nella vita, la fedeltà a sé stesso. Ma tale fedeltà si realizza sempre e solo su due fronti, interno ed esterno. Nel momento della trasformazione interiore, prima o poi ci si scontra con un ordine sociale collettivo che vede le innovazioni come elementi di estrema rovina. A noi sembra evidente che il contrasto individuo collettivo sia risolvibile prendendo in considerazione ambedue le modalità, mentre ci appare del tutto irrisoria l'enfasi che generalmente viene data all'uno o all'altro aspetto dagli psicologi o dai sociologi. I due momenti sono talmente intricati da essere, in pratica, inseparabili. Ed a questo proposito è iiluminante quanto scritto da Ernst Bernhard: « Una delle mie idee essenziali, che voglio realizzare con la mia mitobiografia, è quella della così detta presa di coscienza collettiva. Sono oggi del parere che la presa di coscienza collettiva individuale non è affatto possibile e non dovrebbe essere possibile senza una simultanea presa di coscienza collettiva. Poiché esse devono integrarsi reciprocamente... (infatti) in ogni analisi, in ogni situazione di presa di coscienza, deve sempre venire insieme elaborato il collettivo, e si dovrebbe sempre fare il tentativo di una presa di coscienza collettiva poiché questo risparmia una fatica immensa al singolo. Se i genitori restano inconsci, tocca ai figli far tutto, e così se il collettivo resta inconscio, devono far tutto i singoli. Naturalmente i singoli influenzano per così dire il collettivo, ma ciò che avviene nel singolo è già il collettivo ». D'altra parte ci sembra anche che l'umanità abbia di continuo oscillato fra i poli opposti del rifiuto assoluto della vita in terra ed il desiderio di creare in questo mondo un'esistenza più sopportabile e degna di questo nome. Ambedue le posizioni, comunque, offrono all'individuo una soluzione metafisica del proprio problema individuale rimandando a Dio o alla società le responsabilità dei propri destini. Possiamo definire queste posizioni come dei tentativi « paranoici » di comprensione della realtà. Di fatti l'individuo viene privato, nell'uno o nell'altro caso (Dio o società) delle sue capacità introspettive per cui, come ha notato Jung in un commento al Briccone divino l'etica di un tale individuo « è soppiantata dalla conoscenza di ciò che è permesso o proibito o comandato ». E' preoccupante notare lo sforzo demagogico corrente perché si dimentichi l'importanza dell'impegno individuale. Ciò è tanto più sconfortante se si pensa che una corretta interpretazione del marxismo evidenzia la necessità di modificare i rapporti fra gli uomini proprio perché i singoli si realizzino con maggiore « interezza » e responsabilità.
Aldo Carotenuto
Pubblicato da
Nicola Ferraro
alle
19:38
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Etichette: Alchimia, Ermetismo, Esoterismo, Filosofia, Massoneria, Pitagora, Pitagorismo, Simboli
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