8 settembre 2015
17 maggio 2015
- Solstizio d'Estate 2015 - Opus minimum
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19 marzo 2015
- PITAGORA O NEWTON Nelle radici della massoneria.
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1 gennaio 2015
- La Voce del Tempio.
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21 aprile 2014
- Isaac Newton ultimo magus.
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20 marzo 2013
- Gnosticismo e psicanalisi.
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3 dicembre 2012
- Mostra Foto Grafica
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1 dicembre 2012
- Opus Minimum - Volume 2012 -
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24 giugno 2012
- Isaac Luria
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7 febbraio 2012
- Identità Del Grande Oriente D’Italia
La Massoneria del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani è un Ordine iniziatico i cui membri operano per l’elevazione morale e spirituale dell’uomo e dell’umana famiglia.
La natura della Massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in Massoneria se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell’Essere Supremo.
La Massoneria non è una religione né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di nessun tema teologico, non consente ai propri membri di discutere in Loggia in materia di religione.
La Massoneria lavora con propri metodi, mediante l’uso di Rituali e di simboli coi quali esprime ed interpreta i princìpi, gli ideali, le aspirazioni, le idee, i propositi della propria essenza iniziatica.
Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l’amore per il prossimo e cerca tutto ciò che unisce fra loro gli uomini ed i popoli per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale.
La Massoneria afferma l’alto valore della singola persona umana e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della Verità. Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale.
I Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata ma non segreta
Il Massone è tenuto ad osservare scrupolosamente la Carta Costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita e le leggi che ad essa si ispirino.
La Massoneria non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare o anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l’ordine liberamente e democraticamente costituito della società.
La Massoneria è apolitica. Essa impone ai suoi membri i doveri di lealtà civica, riserva loro il diritto di formarsi la propria opinione riguardo agli affari pubblici, ma né in Loggia né in qualsiasi altro momento dell’attività massonica è consentito loro discutere in materia di politica.
I Massoni hanno stima, rispetto e considerazione per le donne. Tuttavia, essendo la Massoneria l’erede della Tradizione Muratoria operativa, non le ammette nell’Ordine.
Ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato Solenne Promessa sul Libro della Legge da esso ritenuta Sacra.
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29 settembre 2011
- Bruno filosofo ermetico
Ombra profonda siamo, e voi non tormentateci, o inetti : un’opera tanto importante non si rivolge a voi, ma ai dotti.
Sia poi nel discorso introduttivo di Hermes che, come manifesto programmatico dell'Arte della memoria dice:
Quest'arte non serve soltanto ad acquisire una semplice tecnica mnemonica, ma avvia e introduce anche alla scoperta di numerose facoltà. Di conseguenza, coloro ai quali sarà concesso di apprendere i più profondi principi dell’Arte, conformemente alla sua maestà, ricordino: di non divulgarla senza distinzione a chiunque, senza una selezione, ed elargiscano i suoi canoni esplicitamente ai singoli, in modo più intenso o più dilazionato a seconda dei meriti e delle facoltà ricettive di coloro ai quali deve essere comunicata. Inoltre, sappiano coloro cui è giunta questa arte: il nostro ingegno non è tale né da essere legato a una determinata corrente di filosofia altrui né da disprezzare universalmente qualunque altro indirizzo filosofico. Davvero non c'è nessuno che non teniamo in gran conto tra coloro che si sono appoggiati al proprio ingegno per giungere alla contemplazione delle cose e che hanno costruito qualcosa con arte e metodo. Non trascuriamo i misteri dei Pitagorici, né sminuiamo la fede dei Platonici e non disprezziamo neppure i ragionamenti dei Peripatetici, quando si fondano su una premessa reale.
“Quando l'orecchio del discepolo è pronto a ricevere la parole, giungono le labbra del Maestro a pronunciarle”
Con la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492 e con la rivoluzione
copernicana del 1530, il mondo occidentale si trovò a fare i conti con una nuova realtà. Erano crollati muri e barriere che si credevano invalicabili e definiti per sempre; tutto tornò in discussione, il predominio del papato subiva la riforma luterana dopo quella anglicana, il mondo diventava più ampio e si preparava una nuova era, quella della modernità. Bruno comprese ed accettò il sistema copernicano, ma alzò la testa verso le stelle, verso l'universo infinito e nella “Cena de le Ceneri” portò la sua critica a Copernico. La Cena de le Ceneri è il primo dei sei dialoghi italiani seguito dal “De la causa, principio et uno” e il “De l’infinito universo et mondi”, come primo trittico sul concetto di infinito universo e lo “Spaccio de la bestia trionfante”, la “Cabala del cavallo pegaseo” e “De gli eroici furori” per indicarne la riforma etico, morale e sociale che tale percezione comporta passando attraverso la tecnica cabalistica come chiave di lettura dell’intellegibile, per la liberazione dell’animo umano nei furori. Bruno li scrisse e pubblicò tutti a Londra, nell’arco di due soli anni dal 1584 al 1585, e in italiano, come il precedente “Il Candelaio”, commedia anch’essa in volgare per rivolgersi ad un pubblico più vasto e lanciando semi da fare attecchire e germogliare negli animi più predisposti, capaci poi di seguirlo nelle opere latine dove affina e da metodologie operative al suo pensiero. Ne ”La cena delle ceneri”, Bruno getta le basi della sua “nova filosofia”e racconta di come si scontrò coi dottori di Oxonia per la sua critica all’eppur nuova e straordinaria teoria copernicana. Ma la sua non era critica, era solo un completarla, intuiva l’Universo infinito senza centro…. o con infiniti centri. Copernico s’era limitato a sostituire il geocentrismo con l’eliocentrismo, aveva intuito, ma non fino in fondo, aveva calcolato, ma nei limiti dei calcoli, non aveva immaginato equazioni più profonde. Bruno intuì l’universo, infinito, senza limiti e con innumerevoli mondi: da questa intuizione inizia il suo percorso, come nuova condizione umana ad una nuova concezione del mondo. Il presupposto fondamentale di tutta la filosofia bruniana è che: una volta ammesso che Dio è infinito, e questo lo ammettevano anche prima di Bruno, e una volta ammesso, soprattutto con Bruno e proprio nella Cena, che anche la natura è infinita, due infiniti non possono concettualmente coesistere rimanendo separati e distinti, ma due infiniti non sono che un medesimo infinito. E il sapiente, il filosofo, il mago, colui che cerca, cerca la natura, ma nel cercare nella natura, cerca anche Dio, Dio che è fatto natura. (Emblema Atalanta Fugiens) Bruno parla di “profonda magia”, cioè di quella magia che è un sapere tanto forte da essere in grado di penetrare nelle segrete singolarità della realtà naturale e nella Cena delle ceneri fa precisazioni importanti, ispirato da un punto di vista speculativo dal pensiero di Plotino, in termini di filosofia religiosa, il problema del rapporto tra Dio e Natura: Dio è trascendente, rispetto alla natura, che agostinianamente ha creato rimanendo al di la di essa, oppure: Dio è immanente nella natura, cioè è l’attività produttrice che è come il motore interno della natura, ma non se ne distacca. E nella Cena delle Ceneri, per trovare una via d’uscita dallo scontro con la filosofia trascendentistica dominante, Bruno adopera l’idea plotiniana del duplice atto. Infatti parla delle due Sofie: una, la sapienza di Dio, trascendente, e la sapienza, viceversa terrena, immanente nella natura; e dice che all’uomo è dato di conseguire soltanto la seconda, la sofia terrena, in cui la verità è immanentizzata nella natura; quell’altra Bruno non la nega ma riconosce che è preclusa alla capacità dell’uomo. Ma in quella che Bruno chiama sofia terrena, cioè la conoscenza della natura, è una conoscenza in cui, che cosa si conosce? Che cos’è che costituisce il vero e proprio contenuto di questo conoscere? La verità è l’idea, ma l’idea noi non la vediamo e tocchiamo; piuttosto noi vediamo e tocchiamo le cose sensibili che sono, platonicamente “ombre delle idee”, come Bruno titola appunto la prima delle sue opere. Ad una nuova visione del cosmo deve necessariamente corrispondere una nuova visione dell’uomo. Con queste parole poste all’inizio della cena delle ceneri, Bruno annuncia la nuova era, che apre lui stesso, lui che
“ha disciolto l'animo umano e la cognizione,
e……. ch'ha varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s'avesser potuto aggiungere, sfere, per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari; cossì al cospetto d'ogni senso e ragione, co' la chiave di solertissima inquisizione aperti que' chiostri de la verità, che da noi aprir si posseano, nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi e ……. Far quel progresso col spirto che non può far l’ignobile e dissolubile composto, “
ignobile e dissolubile composto che è il corpo umano appesantito dalla materia. Bruno s’erge come uomo cerniera fra il vecchio e nuovo mondo che s’apriva col ‘600, ultimo della tradizione rinascimentale che con immagine plotiniana, traboccava, aprendo la via al secolo dei lumi. La sua nuova visione dell’universo dentro il quale l’uomo si inserisce e si ritaglia un proprio spazio, fatto a misura di ciò che realmente è, per quello che vale e per come può incidere nella realtà che lo circonda, che è a sua perfetta somiglianza: ciò che è percepisce, come se si specchiasse in se stesso. Vedeva il rapporto uomo – natura come immagine riflessa da uno specchio: quello che esiste oltre lo specchio non è altro che ciò che gli mostra. La natura si riflette in noi come noi in lei, in una vicissitudine dove l’uomo diviene sempre centro di quell’universo che da lui si propaga. Dal macro al micro cosmo, l’uomo si pone quindi in modo nuovo, come uno degli infiniti punti e quindi sempre centro per suo volere, potere ed azione: “Se l’universo è infinito, ogni punto è centro dell’universo” La dimensione della visione del reale si sposta quindi dall’orizzontale al verticale. Posto che la percezione sensoriale non rappresenta che uno degli infiniti modi con cui si può percepire la realtà e posto che il nostro “punto di osservazione” dipende esclusivamente da come siamo “NOI” e da come osserviamo il mondo e che da questo punto d’osservazione noi agiamo, interveniamo sul divenire, interagiamo con esso, con l’intensità della nostra energia data dal modo e dal mondo in cui viviamo e da cui percepiamo la realtà, quel che di essa assorbiamo e di cui ci alimentiamo, e come con essa interagiamo. Passare dall’orizzontale al verticale, significa quindi “porsi” ad un determinato livello o piano geografico, geometrico o geodetico di vibrazione, assorbendo l’energia che poi il reale ci restituisce.
“La costruzione d’una natura padroneggiabile dalla mente perché la mente possa ricevere
a sua volta ritmo e proporzione dalla natura”
Con la sua sfolgorante visione, Bruno apre le porte al mondo moderno, mondo della ragione, della scienza, della ricerca e della conoscenza che vede nell’uomo non tanto il centro dell’universo come scopo del creato per intervento divino, ma la centralità dell’uomo nell’universo, come una delle tante manifestazioni della natura, capace di percorrere la strada che lo porta sempre più ad una dimensione finanche “divina” del tutto. Proprio come Pico aveva magnificamente espresso sul finire del XV° sec.
" Non ti diedi, Adamo, una stabile dimora, ne un’immagine propria, né alcuna peculiare
prerogativa, perché tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà, quella dimora, quell’immagine, quella prerogativa che avrai scelto sicuramente. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz'essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell'arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perché potessi così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto del tutto né celeste né terreno, né mortale, né immortale perché tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine."
Roberto Momi
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6 agosto 2011
- L'ALBERO DELLA VITA
L’Albero della vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabalà. È un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate sefirot, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro. Il pilastro centrale è più lungo degli altri due. Le sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri livelli all’interno della divinità. Inoltre esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana. Sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Esse sono collegate da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e dodici diagonali. Ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell’Alef Bet ebraico. L’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di salita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela. È anche la “scala di Giacobbe” (v. Genesi 28), la cui base è appoggiata sulla terra e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione, salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la consapevolezza degli essere umani. Tramite l’Albero della Vita ci arriva il nutrimento energetico presente nei campi di luce divina che circondano la creazione. Tale nutrimento scorre e discende lungo la serie dei canali delle sefirot, assottigliandosi e suddividendosi, fino a raggiungere le creature, che ne hanno bisogno per sostenersi in vita. Lungo l’Albero della Vita salgono infine le preghiere e i pensieri di coloro che cercano Dio, e che desiderano esplorare reami sempre più vasti e perfetti dell’Essere. I tre pilastri dell’Albero della Vita corrispondono alle tre vie che ogni essere umano ha davanti: l’amore (destra), la forza (sinistra), e la compassione (centro). Solo la via mediana, chiamata anche “via regale”, ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza il pilastro centrale, l’Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male. I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sorgono tutte le altre coppie d’opposti presenti nella creazione. L’insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell’Albero della Vita è quello dell’integrazione delle componenti maschile e femminile, da effettuarsi sia all’interno della consapevolezza umana che nelle relazioni di coppia. L’Albero della Vita è il progetto seguito da Dio per creare il mondo. Le sefirot sono l’origine d’interi settori dell’esistenza, sia nel mondo fisico sia in quello spirituale. Un esempio di ciò, nel mondo fisico, ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c’è il Sole, che rappresenta la sefirà chiamata Keter o “Corona”, la più alta dell’albero, dalla quale proviene la luce che riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianeti che gli girano intorno rappresentano le altre nove sefirot, secondo una semplice corrispondenza lineare, da Mercurio - Chokhma a Plutone - Malkhut. Sul piano psicologico, le dieci sefirot sono dieci stati della psiche umana. Dopo le prime tre sefirot vi sono sei stati emotivi della psiche, tre più intimi e tre più rivelati, più vicini all’esperienza fisica. Tutti e sei sono generati dall’opposizione fondamentale tra Chesed (Amore) e Ghevurà (Forza), comprensibili anche come attrazione e repulsione. Infine l’ultima sefirà Malkhut (Regno), corrisponde ad uno stato psicologico rivolto soprattutto alle contingenze del mondo fisico e alle sue necessità. Sul piano più spirituale le dieci sefirot diventano le “dieci potenze dell’anima”, dieci luci sorgenti d’energia che sanno connettersi con esse, nel loro cammino di ritorno all’Albero della Vita. L’Albero della Vita assume notevole importanza in tutte le tradizioni esoteriche; a noi ora interessa l’Albero della Vita secondo la Cabala che porta il nome Albero sefirotico composto da dieci rami, o emanazioni divine, chiamate sefirot e da ventidue sentieri o canali. Lo Zohar sottolinea che l’En Sof anima tutto il mondo sefirotico, perché, non si può pensare che le singole sefirot siano slegate l’una dall’altra. In quanto organismo di Dio, le sefirot sono tutt’uno indissociabile: Non sono “luoghi” del divino, ma “modi” in cui il divino si manifesta agli uomini. Secondo alcuni cabalisti (quelli della Cabala Luriana) questa visione appare più compiutamente strutturata e si presenta come concezione dell’Adam Qadmon, l’uomo primordiale ben distinto dall’Adam Rishon, il primo uomo. L’Adam Qadmon è la prima manifestazione dell’En Sof, la sua anima vitale (Nefesh) è costituita dalla disposizione concentrica delle sefirot, mentre il suo spirito (Ruah) è costituito dalla loro più comune disposizione verticale. Proiettato sull’Adam Qadmon, l’albero sefirotico si presenta come tripartito: la prima, la seconda e la terza sefirà corrispondono alla funzione cognitiva dell’Uomo; la quarta, la quinta e la sesta corrispondono alla parte emotiva; la settima, l’ottava e la nona corrispondono infine alla parte istintuale.Binah e Hochma sono poste in cima alle due colonne laterali. Quella di sinistra è denominata Binah, ed è chiamata colonna della Severità, e la colonna destra è denominata Hochma ed è chiamata Grazia, la colonna centrale, che parte da Keter, è chiamata Mitezza ed è la colonna dell’Equilibrio. Le due colonne laterali sono anche i pilastri che sorgevano all’entrata del tempio del re Salomone e, che sono rappresentate in tutta la legge dei Misteri, quindi sono le colonne chiamate Jakin e Boaz.Tuttavia Tiferet è la sefirà più elevata su cui può giungere la normale consapevolezza dell’uomo. Filippo disse a nostro Signore, questo è importante ricordarlo: “Mostraci il Padre”, Gesù rispose: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Quello che la mente umana può conoscere della sefirà Keter, che è il Padre, è il riflesso che è Tiferet, il Figlio, il centro, il Cristo. Ed è su di essa che voglio soffermarmi.Tiferet che è posta al centro dell’albero della Vita ed è la sesta sefirà o sesta emanazione ossia il sesto sentiero chiamato anche “Intelligenza Mediatrice”.Molti sono gli appellativi dati a Tiferet, dei quali i più significativi sono: Volto minore, Melech, cioè Re, Adamo, il Figlio, l’Uomo.Tiferet rappresenta nel macrocosmo innanzitutto la “visione dell’armonia delle cose”, espressa dalla sua posizione al centro dell’Albero, punto di equilibrio e di collegamento delle altre sefirot; nel Microcosmo, invece, Tiferet corrisponde al petto.In Tiferet sono insiti una virtù e un vizio. La virtù è quella della devozione alla Grande Opera, alla quale abbiamo giurato di dedicare tutte le nostre forze; essa è un elemento essenziale nella strada iniziatica, poiché porta alla consapevolezza superiore. Il vizio è l’orgoglio, del quale il massone non deve mai essere schiavo.Molteplici sono i simboli dati a questa sefirà, tra i quali ricordiamo: la croce rosata, la croce del Calvario, la piramide tronca e il cubo. Quest’ultimo è la più semplice forma di solido, e come tale è simbolo adatto a Tiferet, perché in esso avviene la prima prefigurazione della forma.Se guardiamo l’Albero dalla sua sefirà più bassa, cioè da Malkhut, che corrisponde alla nostra Terra, Tiferet è considerata Keter, ossia Corona; mentre se l’Albero è osservato dalla sefirà più alta, ossia da Keter, che corrisponde all’universo, Tiferet diventa Yessod, cioè fondamento.Tiferet è il punto di trasmutazione tra i piani superiori cioè quelli della forza spirituale e i piani inferiori, ossia quelli della forma. È il punto di mediazione tra il micro e il macro cosmo. In Tiferet si riflette la scintilla divina di Keter, incarnandosi in una forma accessibile alla consapevolezza umana.Keter è metafisico, incomprensibile ed inafferrabile alla dimensione puramente umana, mentre Yesod è psichico e solitamente l’uomo rimane legato ad esso. Il vero iniziato invece tende nella sua realizzazione a Tiferet, diretta emanazione di Keter. Tiferet è mistica, intendendo il misticismo come tensione ad una realtà superiore, nella quale i simboli sono ormai svelati e di conseguenza interamente vissuti, affinando l’intelligenza del cuore, che si sviluppa attraverso l’intuizione e che ci consente di giungere ad una conoscenza superiore. Tiferet non è perciò un fattore isolato, ma un nesso, un punto di incontro, il centro di energia e trasmutazione.Nella Bibbia, che è anche un libro ricco di tradizioni e di misteri cabalistici, l’equilibrio, l’armonia e l’amore universale vengono sempre raffigurati in Tiferet. La quale è chiamata dai cabalisti anche Shemesh, cioè Sole, ed è interessante notare che tutti gli dei-Sole sono dei guaritori, e tutti gli dei-guaritori sono dei-Sole. L’Arcangelo di Tiferet è Raffaele, “lo spirito che sta nel Sole”, che è anche l’Angelo della guarigione.Tiferet è detta anche la sfera dei Sommi Maestri, essa non rappresenta più un Tempio fatto di uomini, bensì la Grande Loggia, quella ideale, la dimora degli Eletti, che secondo la tradizione è composta dai Maestri Invisibili, dagli Illuminati che hanno sulla Terra i loro esecutori. L’Iniziato che agisce secondo il piano divino diventa consapevole dei misteri superiori e viene quindi guidato dai Maestri Illuminati.A questo punto Fratelli miei, il mio augurio è che la nostra Rispettabile Loggia possa lavorare, tenendo sempre presenti quei simboli che più caratterizzano Tiferet, primo di tutti lo splendore e la bellezza, cioè la “visione dell’armonia delle cose” che è un fattore indispensabile al nostro lavoro come costruttori. Ci guiderà la virtù insita in Tiferet, cioè la devozione alla Grande Opera, però cercando al tempo stesso di non essere sopraffatti dal suo vizio, l’orgoglio, camuffato sotto le sembianze di una falsa dignità, di un malinteso amor proprio. Cerchiamo dunque di combattere il vizio e il personalismo, potenziando invece le virtù della bellezza, dello splendore e dell’armonia.RITO SIMBOLICO ITALIANO S. C.
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