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19 marzo 2015

- PITAGORA O NEWTON Nelle radici della massoneria.





Il pitagorismo, uno dei fondamenti del pensiero massonico
Se l’indiscussa presenza di un filone pitagorico nella Massoneria non può ovviamente essere ricondotta ad un filo ininterrotto che dalle società pitagoriche giunge sino alla istituzione liberomuratoria, altrettanto superficiale sarebbe identificare le similitudini nella sola matrice iniziatica comune tanto alla Massoneria quanto alle società pitagoriche. Si tratta piuttosto del recupero, da parte massonica, di una tradizione esoterica ed iniziatica (in questo simile al recupero di tante altre tradizioni, da quelle gnostiche a quelle templari, da quelle ermetiche rinascimentali a quelle alchimistiche, e così via), teso a formare un corpus sincretico di discipline poste a fondamento della ricerca libero muratoria. Il manoscritto che Locke recuperò dalla biblioteca Bodleyana nel 1696, e che la tradizione attribuisce al re Enrico VI d’Inghilterra (1421-1471), indica chiaramente la matrice pitagorica della Massoneria. Si narra nel manoscritto che un tal Peter Gower (nome foneticamente equivalente alla lettura inglese di “Pitagora”), viaggiò nelle terre in cui i Fenici (indicati nel manoscritto come Veneziani) avevano fondato Logge massoniche, ed in particolare in Egitto e Siria; poi, iniziato egli stesso alla Massoneria, avrebbe fatto ritorno a Crotone per innalzare le colonne di una Loggia. È palese l’intento mitopoietico di questa narrazione, ma ciò non toglie che essa equivalga ad un riconoscimento del pitagorismo come uno dei fondamenti del pensiero massonico. Non stupisce che Arturo Reghini, nel tentativo di dare dignità e autonomia alla Massoneria italiana, abbia riconosciuto nella cosiddetta Scuola Italica (leggasi pitagorica) una matrice fondamentale del pensiero libero muratorio; peraltro, egli sottolineò anche che – fuori della mitologia – il legame tra pitagorismo e Massoneria non poteva essere quello di una ininterrotta derivazione storica, quanto piuttosto quello di una “filiazione spirituale”. Quel ramo della Massoneria che si riconosce in questo legame di filiazione spirituale è in Italia ancora oggi vivo e fecondo, specialmente all’interno del Rito Simbolico Italiano (e in misura minore nel Rito di Memphis e Misraim, che tende a riconoscere una più ampia filiazione di origine “mediterranea”). D’altra parte alcuni simboli di chiara ispirazione pitagorica sono presenti nella tradizione massonica: il pentalfa soprattutto, e poi la tetraktis. Come ricorda Davide Arecco, anche “l’arciprete Domenico Angherà nella prefazione del 1874 alla ristampa degli Statuti Generali della Società dei Liberi Muratori del Rito Scozzese Antico e Accettato (…) afferma categoricamente che l’Ordine massonico è la stessa, stessissima cosa dell’Ordine pitagorico. (…) In particolare l’arte geometrica della Massoneria deriva, direttamente od indirettamente, dalla geometria ed aritmetica pitagoriche; e non più in là, perché i pitagorici furono i fondatori di queste scienze liberali”[1].
La  ratio  determina e sostiene anche l’etica
L’influenza pitagorica sulla Massoneria si evidenzia nel valore simbolico dato ai numeri e alle figure geometriche: ciò che nel pitagorismo era il significato del numero come principio stesso della realtà, così che la legge di formazione dei numeri diventava legge di formazione del mondo fisico e per estensione anche legge di formazione delle norme etiche ed estetiche (insomma, il numero come arché, natura ultima del tutto, punto di partenza di ogni cosa, fisica o morale che fosse), in Massoneria diventa il riconoscimento che simboli, numeri e figure possono assumere una valenza evocativa ed (intellettivamente) energetica, e in maniera del tutto simile a quanto affermato dai pitagorici, la consapevolezza che questa riflessione deve anche condurre a conseguenze etiche.  Vi è poi, ad accomunare pitagorismo e Massoneria, anche un aspetto religioso e mistico in senso lato: religioso, nel senso etimologico di creare un vincolo (da re-ligare, unire insieme), che si estrinseca nella fratellanza degli adepti; e mistico nel senso etimologico di mystikos, ossia relativo ai misteri. È evidente, soprattutto nella Massoneria inglese del periodo di transizione tra Logge operative e Logge speculative (dalla fine del XVII all’inizio del XVIII secolo) la diretta influenza di opere neopitagoriche (ad esempio la Introductio arithmetica di Numenio di Apamea e l’Enchiridion harmonices di Nicomaco di Gerasa[2]) che fanno da fondamento ad una mistica del numero e dell’armonia. Non c’è dubbio che, in questa fase storica, il ricorso ad argomenti di tipo religioso (in senso lato) tendeva ad ovviare ad un apporto ancora troppo scarso da parte della scienza, alla quale evidentemente la Massoneria non dava ancora troppo credito.  In particolare, in questo periodo, lo studio dei numeri sacri non poteva che avere come strumento privilegiato l’aritmogeometria dei pitagorici, tanto sul piano strettamente matematico quanto su quello della aritmetica formale (secondo la definizione che ne aveva dato Pico della Mirandola), ovvero della aritmetica simbolica. Infine, nel processo di appropriazione dell’eredità pitagorica da parte della Massoneria, non poteva rimanere escluso il grande filone della musica, come espressione più evidente della teoria pitagorica dell’armonia; un esponente di questa ricerca fu il musicista Francesco Saverio Geminiani, il primo italiano iniziato in Massoneria[3].
Dopo Pitagora, Newton
Dalla scienza l’etica
La religiosità dei pitagorici – una religiosità non formale, che risponde ad una richiesta di comprensione da parte dell’uomo di cogliere l’essenza dell’ordine universale – è in fondo la stessa religiosità che impregna tutto il pensiero di Newton. Non stupisce quindi che, quando l’influenza della matrice pitagorica inizia a perdere vigore nella Massoneria inglese settecentesca a vantaggio dell’introduzione di tradizioni ermetico-alchimistiche e rosacrociane[4], il newtonianesimo tende a prendere il posto fino ad allora occupato dal pitagorismo. D’altra parte l’elemento alchemico che pare fare il proprio ingresso tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo nelle Logge che cominciano ad accettare persone non lavorativamente coinvolte nel mondo dei costruttori (basti qui ricordare l’alchimista Elias Ashmole) non era materia estranea al pensiero newtoniano, in cui convivono istanze preilluministiche e deiste, a fianco di influenze ermetiche, alchimistiche, cabalistiche e forse rosacrociane. Ancora nel novecento il Reghini ha strenuamente sostenuto come, nella storia dell’istituzione liberomuratoria, le due anime – pitagorica ed ermetica, arricchita dalla più tarda componente alchimistica – abbiano convissuto senza che i nuovi innesti di tradizioni esoteriche abbiano posto in posizione di subalternità la componente italico-pitagorica[5]. Questo giudizio – che in senso stretto appare afflitto da una pregiudiziale neopitagorica, essendo innegabile una sostanziale scomparsa
della componente italica dalla massoneria inglese intorno alla metà del Settecento – trova però forse nel doppio volto del newtonianesimo una sua indiretta conferma[6]. D’altra parte, anche il celebre discorso di Ramsey del 1740, con cui si proponeva una filiazione diretta della Massoneria dall’Ordine Templare, riconduce a tradizioni di stampo chiaramente – anche se non esplicitamente – pitagorico: basti pensare a tutta una tradizione che rimanda a segreti templari circa numeri, pesi e misure relativi alla costruzione del tempio di Salomone.
La polisemia del messaggio newtoniano
Fatto si è che quando il pensiero newtoniano inizia la sua influenza sulla Massoneria, esso la esercita in molti modi differenti, a conferma di una matrice sincretica della filosofia di Newton che trova la propria immagine speculare nel sincretismo che è una delle cifre caratteristiche del pensiero liberomuratorio. Così, il newtonianesimo lascia varie impronte sul pensiero massonico: la prima, molto più visibile ed esplicita – ma incompleta e parzialmente distorta – è quella di un contributo pre-illuministico che raccoglie solo la parte deistica[7] (impronta che ebbe il suo massimo fulgore in alcune Logge dei Paesi Bassi) ed empirista: basti pensare all’emblematica figura di John Theophilus Desaguliers (il terzo Gran Maestro della Gran Loggia Unita d’Inghilterra), grande sperimentatore newtoniano, membro della Royal Society dal 1714[8]. D’altra parte è innegabile che, via via che il newtonianesimo ispirava il pensiero illuminista, anche il suo contributo alla filosofia massonica si spostò verso tendenze utilitaristiche, in ogni campo del sapere.
Un senso univoco nella polisemia
L’altra impronta è quella, altrettanto incompleta e parziale e certamente meno esplicita della precedente, di un lascito mistico ed esoterico del Newton alchimista e cabalista. Ma forse, come accennato, il volto più vero del contributo newtoniano alla filosofia massonica è quello che emerge dai suoi manoscritti inediti, per lo più di stampo alchemico ed esoterico: quello che esprime il concetto di una sola verità che però è raggiungibile attraverso una molteplicità di strade differenti. Il linguaggio delle profezie bibliche e quello dei  segreti alchemici, il linguaggio della matematica per interpretare la Natura e quello degli arcani segreti numerologici: tutti provengono direttamente da Dio, tutti inevitabilmente devono condurre alla Verità.
Nel Trattato dell’Apocalisse scriveva:
“La verità deve essere sempre trovata nella semplicità e non nella molteplicità e nella confusione delle cose. (…) Il mondo che a occhio nudo mostra la più grande varietà di oggetti appare molto semplice nella sua costituzione interna quando sia osservato con intelletto filosofico. (…) È per la perfezione dell’opera di Dio che tutto è compiuto con la più grande semplicità. Egli è il Dio dell’ordine e non della confusione”. Molte vie, una sola Verità, insomma. Si scorge facilmente, in questo pensiero, un lascito fondamentale per il sincretismo della ricerca massonica. Non solo: l’insegnamento di Newton mostra chiaramente al Massone (forse a quello di oggi più ancora che a quello di ieri) la possibilità di far convivere gli aspetti più razionali e illuministici con quelli più attinenti alle tradizioni esoteriche, talvolta confinanti con derive irrazionalistiche.
Ecco l’Utopia, o il sogno, della Legge dell’Armonia
Se dovessimo sommariamente tracciare un parallelismo tra i contributi del pitagorismo e del newtonianesimo sulla Massoneria, le direttrici fondamentali potrebbero essere identificate in primo luogo nella affannosa ricerca della legge che governa il nostro Universo e che, determinando l’armonia di questo suggerisca una analoga legge dell’armonia anche per la convivenza tra gli uomini. In secondo luogo, tanto il pitagorismo quanto il newtonianesimo mostrano un’ispirazione simile quanto al tentativo di esplorazione della dimensione del sacro, dove persino alla matematica e alla scienza[9] finisce per essere associata una mistica (nel già visto senso etimologico di relativo ai misteri) di matrice religiosa. Alcune famose citazioni su Newton (riferite al Newton scienziato, si badi bene) rendono chiaramente ragione di questo aspetto: “Più vicino agli Dei nessun mortale può avvicinarsi” (Edmund Halley); “La Natura e le sue leggi erano nascoste nel buio della notte. Dio disse, sia Newton! E tutto fu luce” (Alexander Pope);
“Il catechista annuncia Dio ai fanciulli, Newton lo spiega ai sapienti” (Voltaire).  
Forse l’esponente della Massoneria che meglio nella storia ha incarnato tanto l’anima pitagorica quanto quella newtoniana è il già citato John Theophilus Desaguliers (1683-1744): è lui (insieme a John Payne, Anthony Sayer e James Anderson) a porre le basi della Gran Loggia Unita d’Inghilterra su di un indirizzo nettamente pitagorico, ma è sempre lui ad essere – oltre che amico personale di Newton – uno dei maggiori esponenti del newtonianesimo empirista. In lui pitagorismo e newtonianesimo convivono, e come in Pitagora il numero diviene fondamento di tutta la realtà – mondo fisico, etica, politica –, così nelle opere di ispirazione newtoniana di Desagulier sono le scoperte scientifiche di Newton a porre  “le fondamenta per una filosofia naturale che riconduceva le origini dell’Universo e della stessa società civile non a un principio metafisico, ma a un movimento razionale impresso in origine da un dio architetto, che poteva spiegare tanto i cambiamenti nella natura quanto quelli dei sistemi politici”[10].
Marco Rocchi
R\L\ Antonio Jorio 1042 GOI, Pesaro




 2) Davide Arecco, Massoneria inglese e tradizione pitagorica 1696-1748, in “Arkete” 2(2), 2001, pp.78-94.
3) Arecco, op. cit.
4) Fu iniziato nel 1725 presso la Loggia di soli musicisti Philo-Musicae et Architecturae Societas Apollini di Londra. Fu egli il primo Massone italiano, mentre Antonio Cocchi – spesso citato come tale – fu più precisamente il primo Massone italiano ad essere iniziato in Italia, nel 1732, in una Loggia di obbedienza inglese attiva a Firenze.

5) Si legge in Arecco, op.cit.: “È proprio l’innesto nell’originario corpus muratorio di elementi, anche consistenti, provenienti dalla tradizione alchimistica orientale ed occidentale, segnatamente ermetica prima e soprattutto rosa†crociana poi, a far diminuire il peso e l’importanza storica entro l’ambito massonico dell’auctoritas italica, affiancandogli fonti di ispirazione che ne relegano il ruolo da istanza primaria quale in origine era stata a dato sempre più periferico”.

6) Arturo Reghini, La tradizione pitagorica in Massoneria, Gherardo Casini Editore, Sant’Arcangelo di Romagna, 2010.

7) A questo proposito è emblematico il titolo dell’opera più importante sul Newton esoterico: Betty Jo Teeter Dobbs, Isaac Newton scienziato e alchimista, il doppio volto del genio, Edizioni Mediterranee, Roma, 2002.

8) Newton non fu mai un deista in senso stretto – anche se il suo arianesimo vi si avvicinava molto – soprattutto per la sua profonda convinzione in un intervento diretto di Dio nel mondo, e nel conseguente rifiuto di un Dio descritto come un “latifondista ozioso” che si disinteressa del destino dell’uomo e dell’intero universo, privandolo della sua Provvidenza. Cfr. Dobbs, op.cit. e Marco Rocchi, Santinelli, Newton e l’alchimia: un triangolo di luce, Argalia Editore, Urbino, 2010.

9) A proposito della Royal Society, gioverà qui ricordare che, stando alle parole di un autorevole membro, Johh Wallis, i membri si riunivano “prescindendo dalle questioni di teologia e di politica”; cfr. Francis R. Johnson, Gresham College, precursor of the Royal Society, in “Journal of the History of Ideas”, 1(4), 1940, pp.413-438.

10) Non stupisce dunque che lo stesso Newton, nei suoi Scolii classici, faccia riferimento ad una prisca sapientia, che avrebbe accomunato filosofi egizi, ionici ed italici nella conoscenza delle leggi che descrivono la gravitazione.

11) Davide Arecco, Massoneria e scienza nella Londra di Giorgio I, in “Atrium” 3, 2003, pp.34-47.









1 gennaio 2015

- La Voce del Tempio.



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21 aprile 2014

- Isaac Newton ultimo magus.


Non so cosa possa sembrare al mondo, ma a me stesso sembra di essere stato solo come un ragazzo, che gioca sulla riva del mare e che si diverte a trovare di quando in quando un ciottolo più liscio o una conchiglia più bella del solito, mentre il grande oceano della verità si stende tutto sconosciuto davanti a me”.
(Isaac Newton)
Chi era veramente sir Isaac Newton? Molti di noi conservano l’immagine che di lui ci hanno consegnato gli studi liceali, quella del ricercatore razionale, arido e un po’ misantropo, il fondatore del modello di scienziato modernamente inteso, tutto formule matematiche ed esperimenti rigorosi. Altri lo ricordano sotto la sbrigativa formula dell’ ”Hypothesis non fingo”, che immortalava la sua propensione alla pura descrizione dei fenomeni che osservava e la sua presunta diffidenza verso ogni commistione della scienza con la cultura generale, con la filosofia o, peggio, con la religione.
E se invece fosse stato, come dicono alcuni, un profondo conoscitore di culture iniziatiche, un esperto di segreti alchemici?
E come potrebbero conciliarsi in una stessa persona il volto del grande iniziato con quello del grande scienziato razionale?
Ma stiamo ai documenti. Che il professor Newton fosse un avido divoratore di testi alchemici e iniziatici è un fatto: lesse l’antologia sugli alchimisti inglesi scritta dal suo amico Elias Ashmole, studiò i testi rosicruciani di Michael Meier e quelli dell’alchimista francese Pierre Jean Fabre. Ma soprattutto fu membro e, per lungo tempo, presidente della prestigiosa Royal Society di Londra, un’associazione culturale che raccoglieva il fior fiore del mondo scientifico inglese, che fu la culla delle più avanzate ricerche scientifiche, ma che ospitava anche molti esponenti di punta della cultura iniziatica dell’epoca. E per molto tempo su questo argomento non si seppe altro. Non dimentichiamoci che quelli erano tempi assai difficili per gli uomini di scienza e, come ci raccontano le cronache dell’epoca, dai pulpiti dei predicatori e dalle pagine dei giornali si tuonava spesso contro i membri della Royal Society, la folla nelle strade li dileggiava, persino Oxford e Cambridge consideravano le loro teorie troppo “avanzate” e spesso non osavano ospitare i loro corsi. Non parliamo poi delle autorità ecclesiastiche anglicane che, in quanto a tendenze inquisitorie non erano da meno rispetto alla tanto odiata Chiesa cattolica romana.
Tuttavia altre notizie ci sono arrivate in tempi molto più recenti e dalla fonte più inaspettata: una cassa di documenti che l’’insigne economista inglese John Maynard Keynes acquistò da Sotheby’s nel 1936. Dentro quella cassa egli trovò una raccolta di carte segrete, scritte di pugno da sir Isaac, tenute accuratamente nascoste per secoli ai rigori della censura religiosa e di quella, ancor peggiore, della scienza ortodossa. Questa preziosa raccolta era stata rifiutata qualche anno prima dall’Università di Cambridge perché ritenuta di nessun valore scientifico. Dalle carte autografe del professore, che contenevano oltre un milione di parole sull’alchimia emerge tutta la sua passione per la cultura alchemica, come del resto per lo studio della Bibbia. Grazie a questi documenti, oggi sappiamo con certezza che le ricerche di Newton nel campo dell’alchimia esercitarono un influsso fondamentale sulle sue scoperte scientifiche con cui egli cambiò il mondo. Come nella migliore tradizione alchemica, i suoi studi iniziatici e scientifici furono indistricabilmente legati. Del resto, un discorso identico può essere fatto anche per Boyle, che praticava l’alchimia tanto quanto la chimica e si servì di molti aspetti della prima per far progredire le frontiere teoriche della seconda.
La cosmogonia alchemica rappresentò per Newton una potente fonte di ispirazione: è dalla configurazione del Tempio di Salomone che egli sviluppò le leggi di gravitazione (e non perché gli cadde una mela sul naso…). Newton descrive il centro del Tempio come un focolare per offrire sacrifici, perpetuamente acceso e attorno al quale i credenti si riuniscono. L’immagine di un focolare al centro e dei discepoli disposti attorno fu quella su cui si basò per sviluppare il concetto di gravitazione universale. Anche la teoria dell’attrazione a distanza nacque da ispirazioni alchemiche: per formularla, probabilmente egli mutuò il concetto di “spirito” che, secondo la dottrina degli alchimisti,  è principio di attrazione. Newton annota la seguente frase tratta da Sendivogius:”…il mercurio attrae i semi di antimonio e il magnete attrae la siderite. E la “nostra acqua” viene attratta dal piombo per forza della siderite che si trova nel ventre di Ares (il ferro)” .
Ed è dall’etica alchemica che Newton attinge quella dedizione e quel rigore morale che hanno caratterizzato la sua personalità: “Io tengo l’argomento costantemente di fronte a me finché, a poco a poco, le vaghe luci dell’alba lentamente si aprono nel pieno chiarore del giorno”.
Newton è anche un profondo conoscitore della scuola pitagorica e, nei suoi Principia mathematica, compie un esplicito tentativo di riscoprire l’aspetto esoterico della cosmologia pitagorica, nascosto sotto i “discorsi volgari” della musica delle sfere. In realtà, il grande “philosophus naturae”, come egli stesso si definiva, riteneva che la conoscenza fondamentale del mondo, la cosiddetta prisca sapientia, fosse già stata rivelata da Dio ai primi uomini e incisa su due colonne, riscoperte dopo il diluvio universale da Pitagora ed Ermete Trismegisto, che ne inglobarono la verità nelle proprie filosofie esoteriche.
Sono illuminanti, per la comprensione della reale personalità di Newton, le parole che pronuncia Keynes nel 1942, in occasione di una conferenza al Royal Society Club: “Nel diciottesimo secolo, e poi da allora in avanti, Newton prese ad essere considerato come il primo e il più grande degli scienziati dell’età moderna: un razionalista, uno che ci insegnò a pensare seguendo i principi del ragionamento freddo e imparziale. Io non lo vedo in questa luce. Credo che nessuno di coloro che hanno meditato sui materiali contenuti in quella cassa, da lui stesso riempita quando lasciò Cambridge nel 1696 – materiali che, sebbene in parte dispersi, sono giunti fino a noi – possa considerarlo in quel modo. Newton non fu il primo scienziato dell’età della ragione. Piuttosto fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei babilonesi e dei sumeri, l’ultima grande mente soffermatasi sul mondo del pensiero e del visibile con gli stessi occhi di coloro che cominciarono a costruire il nostro patrimonio intellettuale poco meno di diecimila anni fa.”
In realtà, Newton e altri grandi della scienza animano un momento storico che credo vada analizzato attentamente per comprendere quanto sia stato importante l’influsso dell’alchimia e, più in generale, delle dottrine esoteriche nella nascita della scienza moderna, la fase a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. Questa epoca rappresenta una sorta di cerniera fra il vecchio e il nuovo, poiché in essa hanno operato uomini impregnati di una cultura scientifica proveniente dal medioevo e da prima ancora. Questi stessi uomini hanno fondato la scienza moderna e hanno aperto la  porta alla prima grande irruzione del nuovo pensiero scientifico nella storia del mondo occidentale: la rivoluzione industriale. E’ questa l’epoca in cui Galileo inizia a tradurre i fenomeni scientifici in linguaggio matematico, quello che lui chiama “la lingua di Dio” e, riprendendo l’insegnamento di Leonardo, comincia a rivolgere precise domande alla natura usando gli esperimenti. E’ l’epoca in cui Francis Bacon  rifonda il ragionamento induttivo aristotelico ripulendolo dalla sua impostazione dogmatica. E’ l’epoca in cui Newton e Boyle unificano in sé le idee di Galileo e Bacone e fondano la scienza moderna. Dirà Newton di sé: “Se io ho visto più lontano è perché mi sono levato sulle spalle di Giganti”.
In quest’epoca, l’influsso delle correnti iniziatiche ha esercitato un ruolo fondamentale nello sviluppo del pensiero scientifico, che non può essere ignorato ma che è ora di iniziare a studiare con grande attenzione.

- Paolo Maggi  - Elogio dell’Induzione… e della Magia -

20 marzo 2013

- Gnosticismo e psicanalisi.




Diciamoci la verità: pochi argomenti sono così ostici come la dottrina gnostica per chi, pieno di lodevoli propositi, si impegna nello studio delle culture iniziatiche. Una delle principali difficoltà di questo argomento è il fatto che lo gnosticismo non è affatto un fenomeno unitario. Le sue radici sono varie: vi confluisce la tradizione misterica, l’ermetismo d’origine egiziana, la qabbala, il giudaismo alessandrino... Peraltro le dottrine gnostiche si sviluppano in un arco temporale assai ampio che va da I secolo, sino al IV secolo dopo Cristo, in altre parole esse nascono già a pochi anni dalla morte di Cristo, in un’epoca in cui ancora sono vivi e operano gli apostoli! Ha ragione chi dice che esistono tante gnosi quanti sono stati gli gnostici. E questo non facilita affatto il nostro compito. Come sappiamo, lo gnosticismo parte dal presupposto che la comprensione dei misteri divini è concessa ad una ristretta cerchia d’iniziati, che la conoscenza è un processo individuale e non il frutto di una rivelazione divina, che essa è indipendente dall’esperienza sensibile e che l’uomo saggio deve astrarsi dal mondo materiale. Ma non è mia intenzione produrre altra carta scritta ai danni del povero malcapitato che si accinge ad affrontare lo spinoso argomento. Piuttosto vorrei esplorare un’altra interpretazione dello gnosticismo, che a me piace più di ogni altra: è un’interpretazione che non ha nulla di storico o di teologico, ma che è esistenziale, che coinvolge la vita, il destino, l’essere stesso dell’uomo nella sua interezza. In altre parole, un’interpretazione psicologica. E’stato detto più volte che dietro ogni gnostico si cela un pessimista. Qualcuno ha coniato anche la definizione di “pessimismo gnostico”. Non vi è niente di più vero. Secondo l’interpretazione psicologica dello gnosticismo, sviluppata soprattutto da Henry-Charles Puech, lo gnostico è, in realtà, un uomo che ha preso coscienza del male di cui è intessuto il mondo e la storia degli uomini e ciò gli provoca un profondo disagio. Egli non si sente di accettare tutto questo: si sente straniero alla logica del mondo che lo circonda, sente di essere “in questo mondo” ma non “di questo mondo”: si sente una sorta di “angelo caduto” che non può che provenire da una realtà diversa da quella che vede e, quasi sempre, subisce. Egli percepisce che “non può essere tutto qui”. Da questa sensazione di grande disagio e insoddisfazione nascono i tre interrogativi centrali dello gnostico: “chi sono, da dove vengo, dove vado?” E la risposta non può che venire da una conoscenza che è spirituale. E la risposta non può venire che dal profondo di sé. Lo gnostico, qualunque sia la sua provenienza e il suo nome, ha cercato di dare una risposta ad un interrogativo centrale lasciato aperto, allora come ora, dalle Sacre Scritture. Il grande interrogativo, quello più drammatico è quello noto con il nome di “teodicea”: il rapporto tra Dio e il male. Gli gnostici si pongono un dilemma centrale: se Dio è infinitamente buono, perché ha creato il male? Perché dobbiamo assistere quotidianamente alla vittoria nel mondo della sofferenza, del dolore, della malattia, della morte inaccettabile di bambini o di innocenti? Come può un’entità infinitamente buona e giusta aver voluto tutto questo? Il termine teodicea è stato introdotto da Leibnitz, ma questi interrogativi, come dicevamo, hanno cominciato ad animare il dibattito teologico già all’indomani della morte di Cristo e sono rimasti sempre degli enigmi. Gli esempi, in ogni tempo, non mancano, e ognuno di noi potrebbe trovarne di nuovi. Il primo novembre 1755, il giorno dei Santi, un tremendo tsunami si abbatte su Lisbona. Un’onda alta sedici metri semina morti e rovina. Tra l’altro, uccide numerosi fedeli riuniti in preghiera nella cattedrale. Due bambini sono schiacciati sotto il crocifisso. Il fratello Voltaire è molto colpito da questo avvenimento e ad esso dedica il Poema sul disastro di Lisbona. “Bisogna ammetterlo” dirà, “il male è sulla terra”. Tutti noi siamo stati peraltro testimoni oculari, attraverso le immagini dei video, dello tsunami del 2004. Si potrebbe anche ricordare l’Olocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Dove era Dio, mentre i bambini più “fortunati” venivano avviati a migliaia nelle camere a gas e i meno fortunati sottoposti a torture in deliranti esperimenti medici? Molti di noi ricordano ne I fratelli Karamazof la ribellione di Ivan a Dio per la sofferenza di un bambino innocente. Il filosofo Hans Jonas ci riporta ad un interrogativo tremendo per la sua centralità e molto intessuto di gnosticismo: se è vero che Dio è onnipotente non è completamente buono, se è buono, allora egli è impotente su questa terra. Non si sfugge. La teodicea è un grande enigma, tuttora al centro delle riflessioni dei teologi, anche se le Chiese sono assai prudenti nel dare pubblicità a questo delicato tema. Gran parte della riflessione gnostica tenta invece di dare una aperta risposta a tale dilemma. Nel 1974 Ernest Becker vince il premio Pulitzer con il libro The denial of death (La negazione della morte). Con quest’opera egli, nei fatti, fonda una nuova corrente della psicanalisi. E’una corrente che ribalta completamente la dottrina freudiana della sessualità e rifonda la psicanalisi sulla base di una teoria unitaria che collega medicina, filosofia e spiritualità. Nello stesso anno della pubblicazione del libro Becker, a soli 50 anni, muore. La teoria psicanalitica dell’autore ha impressionanti analogie con il pensiero gnostico. Secondo Becker, nel corso del suo sviluppo mentale il bambino prende lentamente coscienza del fatto che il suo corpo è fragile: capisce che dovrà provare il dolore, dovrà ammalarsi, soffrire e, soprattutto, di dover dipendere dagli altri. Più in là negli anni si fa strada nella sua mente una drammatica consapevolezza: quella che esiste la morte: il bambino realizza che tutti gli esseri viventi intorno a lui sono destinati all’annullamento: le piante, gli animali e anche i suoi familiari, primi fra tutti i più vecchi tra loro. Ma non solo loro. Egli capisce di essere rinchiuso in un corpo abbandonato e inerme, destinato alla stessa fine. Egli giunge poco alla volta alla drammatica consapevolezza che Madre Natura è una divinità brutale che distrugge tutto quello che crea. Ma nello stesso tempo, se non prima della scoperta di vivere all’interno di un corpo condannato a soffrire e a perire, il bambino prende coscienza di possedere un bene prezioso; la sua mente, il suo Io. Egli non è come gli oggetti e gli animali che ha intorno. E’ diverso, migliore, dal resto del mondo che lo circonda. Grazie alla sua mente il bambino può comprendere la realtà in cui vive, può fare mille cose, può dipingere, costruire, persino sfuggire alle punizioni dei genitori. Dentro di lui c’è un ché di divino... E allora, il bambino si chiede: come è possibile che una cosa così nobile e preziosa, come la mia intelligenza, sia racchiusa in un corpo così fragile, così dipendente dai bisogni materiali e dall’aiuto degli altri, senza il quale si è persi? Come è possibile che questo corpo, destinato alla rovina e alla morte debba trascinare con sé, nel baratro, la mia mente, il mio Io? Da questo drammatico contrasto tra la nobiltà di quello che il bambino sente dentro di sé e la fragilità della materia con cui è costruito il suo corpo nasce, già durante la sua infanzia, la consapevolezza di essere, come dice Becker, “un Dio seduto sul proprio ano”. Questa teoria supera e assorbe in sé la teoria freudiana sulla sessualità: le repressioni che il nostro inconscio esercita sugli istinti sessuali altro non sarebbero che la repressione inconscia di tutto ciò che ci ricorda che siamo, come ogni altro animale, destinati a tre compiti fondamentali: nascere, riprodurci e morire. E allora come fare, quando si arriva a questa consapevolezza? Come riuscire a sostenere il peso di tutta una vita dopo aver fatto la drammatica scoperta che tutta la bellezza, tutta la nobiltà della nostra mente è racchiusa in un corpo corruttibile, destinato inesorabilmente alla morte? “La condizione umana - dice Becker - è un peso troppo grande per essere sostenuto da un animale”. L’unica strada consiste nel trovare il modo di negare la morte, nell’opporsi ad essa, nel contrapporre al progetto universale in cui l’unico nostro ruolo è quello di nascere, riprodursi e togliersi rapidamente di mezzo, un progetto in cui è l’uomo al centro del suo destino. La posta in gioco è altissima: chi non riesce a dare un senso alla propria vita, a sfuggire quell’ immane tritacarne che è il progetto universale cade, secondo Becker, nell’alienazione, nella malattia mentale. Ma non mi soffermerò sugli aspetti più squisitamente psicanalitici della teoria. I sistemi per difenderci dall’ansia devastante che ci deriva dal terrore della morte sono diversi. E collocati strategicamente su tre livelli. Il primo livello è quello dell’inconscio. Il nostro inconscio ci racconta “preziose bugie” che ci nascondono in ogni momento della nostra vita l’ineluttabile prospettiva della sofferenza e della morte. Una seconda e più complessa linea difensiva è rappresentata dalla società, che fornisce l’opportunità di inserirci in un sistema culturale che ci consente di partecipare a un progetto politico o sociale che durerà nel tempo, oltre la nostra vita e darà un senso ad essa. L’uomo ha di volta in volta ottenuto surrogati di immortalità sacrificando la sua vita per conquistare un impero, per edificare un tempio, per scrivere un libro, per costruire una famiglia, per accumulare una fortuna economica, o per affermare un’ideologia. Ma queste due prime linee di difesa sono fragili: l’inconscia fuga dalla morte ha presto fine quando ci rendiamo inevitabilmente conto che tutto ciò che ci sforziamo di negare e lì, inesorabile, ad attenderci. Anche i progetti “eterni” che la cultura ci fornisce durano assai poco: potremo gridare quanto vogliamo che Dio è dalla nostra parte, dalla parte della nostra religione, della nostra ideologia: ci troveremo ben presto di fronte ai nostri avversari che corrono contro di noi gridando a squarciagola la stessa cosa. E allora, secondo Becker, la terza via, l’unica praticabile, è quella indicata dal filosofo, che Becker considera un grande precursore della psicanalisi: Sören Kierkegaard. E’il ritorno ad una spiritualità, che non è identificabile con una religione positiva, ma che nasce da un rapporto diretto e personale con il Dio. Le teorie psicanalitiche di Becker hanno avuto grande attenzione da parte degli esperti, ma pochissimo successo di pubblico (i suoi libri, per esempio, non sono mai stati tradotti in Italia) ed è facile prevedere che non lo avranno mai perché la sua ricetta è assai amara: bisogna avere il coraggio di “guardare in faccia la morte” senza nasconderla a noi stessi. L’unica reale consolazione ci può venire dal guardare al di là di essa, alla ricerca di un’unione con un Dio che, inevitabilmente, non può condividere le logiche di una Madre Natura che, come dice lui, è “una brutale megera dai denti e dagli artigli rossi di sangue, che distrugge tutto quel che crea”. Noi viviamo in un mondo nel quale l’attività quotidiana di ogni essere vivente è quella di “sbranare le altre creature con denti di ogni tipo, masticando e triturando tra i molari carne e ossa, inghiottendole con gusto e bramosia, per poi inglobare l’essenza delle vittime nella propria organizzazione e infine espellendo i residui con gas di immondo fetore”. Dunque il Dio di Becker, il Dio da cui l’uomo può trarre consolazione, è un Dio distinto e contrapposto a Madre Natura. E anche in questo la psicanalisi di Becker ricorda il pensiero gnostico. Infatti, secondo gran parte del pensiero gnostico l’enigma postoci dalla teodicea si può comporre solo se postuliamo la coesistenza di due distinte divinità: una, in definitiva, vittoriosa e maligna, l’altra benigna ma lontana. Ed è sul terreno dualistico che si accendono le costruzioni gnostiche più ardite, se la presenza di due divinità ci consente di interpretare l’esistenza del male, la dinamica tra le due divinità assume i caratteri più diversi: di volta in volta il Dio è un combattente eroico, ma sconfitto dagli arconti malvagi, altre volte è un re fannullone, lontano dal dramma della vita, oppure il Dio del Nuovo Testamento contrapposto a quello del Vecchio, e così via. Le costruzioni gnostiche sono complicate, spesso astruse, a volte francamente incomprensibili. Ma non bisogna mai intenderle in senso letterale: dietro la loro complessa simbologia si nasconde il tentativo di separare nettamente le logiche del mondo materiale, dominato dal dolore e dalla morte, da quelle del mondo dello spirito e dell’Io, categorie in cui possiamo proiettare tutte le nostre speranze e nella cui prospettiva possiamo sentirci dei “liberati in vita”. In definitiva, le nuove e ardite teorie della psicanalisi fanno ritornare di sconcertante attualità il pensiero di questi nostri antichi Fratelli, spesso un così difficili da studiare e da capire.
PAOLO MAGGI
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3 dicembre 2012

24 giugno 2012

- Isaac Luria


Introduzione
Il Rabbino Qabbalista Isaac Luria è considerato il più grande e celebre studioso del pensiero mistico ebraico. Sebbene il suo diretto contributo letterario sia stato estremamente esiguo (egli non scrisse che poche opere), per onorarne la fama venne dato il suo nome alla scuola qabbalistica di Safed. Il principale divulgatore delle sue teorie fu Hayim Vital, che ebbe la pretesa di essere riconosciuto come l’interprete ufficiale del sistema lurianico, sebbene fosse da alcuni contestato. Nella lingua ebraica egli veniva chiamato Yitzhak Lurya יִצְחַק לוּרְיָא, Yitzhak Ben Shlomo Ashkenazi, ed anche Yitzhak Ashkenazi. Era anche conosciuto come Ari אֲרִי e He-Ari (“Il Leone”) dall’acronimo di Ashkenazi Rabbi Itzhak (“l’Ashkenazita Rabbi Yitzhak"), così Arizal con “ZaL” divenne l’acronimo di Zikhrono Livrakha (“di benedetta memoria” o letteralmente “lasciate che la sua memoria sia benedetta”), una comune onorificenza ebraica per un defunto, e conosciuto anche come Ari Ha-Kadosh ("il Santo Ari").
La giovane età
Egli nacque a Gerusalemme nel 1534 dove il padre, un Ashkenazi dell’Europa centrale, era emigrato dopo il matrimonio con una sefardita e morì a Safed, nella Palestina dell’Impero Ottomano, il 25 luglio 1572 (5 Av 5332). Ancora bambino perse il padre e la madre decise di trasferire la famiglia in Egitto, così che il giovane Isaac potesse essere educato dallo zio Mordecai Francis (fratello della madre), un ricco agricoltore che viveva a Il Cairo, e che lo affidò a sua volta ai migliori insegnanti ebrei. Luria si dimostrò un diligente studente della letteratura rabbinica; sotto la guida del Rabbino Bezalel Ashkenazi (meglio conosciuto come autore di Shittah Mekubetzet), divenne abile nel ramo dell’apprendimento ebraico, sebbene fosse ancora piuttosto giovane. Studiò in una Yeshiva sotto la direzione di David Ben Solomon Ibn Abi Zimra. E, secondo la sua stessa testimonianza, Luria avrebbe anche studiato con il qabbalista Kalonymos.
All’età di 15 anni sposò la cugina e, potendo godere di ingenti mezzi finanziari, fu in grado di continuare i suoi studi. Sebbene inizialmente avrebbe potuto intraprendere la carriera negli affari, egli si rivolse presto verso l’ascetismo ed il misticismo. All’incirca all’età di 22 anni, egli divenne assorto nello studio dello Zohar, una grande opera della Qabbalah che era stata recentemente stampata per la prima volta, e di grandi opere qabbalistiche anteriori abbracciando la vita da recluso. Si ritirò sulle rive del Nilo, e per 7 anni si isolò solo con sé stesso, dando tutto di sé sino alla meditazione. Luria faceva visita alla propria famiglia solo durante lo Shabbat, parlava molto raramente, e sempre in ebraico. I Chassidim gli attribuiscono frequenti colloqui col Profeta Elia durante questa vita ascetica, per la quale fu avviato a sublimi dottrine.
La sua dottrina
La sua concezione del mondo era enormemente influenzata dalle questioni che preoccupavano la comunità dell’epoca traumatizzata a causa delle espulsioni dalla Spagna e dalle azioni dell’Inquisizione. Isaac Luria addusse spiegazioni sorprendenti ma logiche ed intravide il fine della sofferenza del popolo ebraico, il che spiega il successo delle sue tesi e la velocità con la quale si propagarono.
In merito ai massacri, riteneva che la morte fisica non è più di una tappa e che la vita di ognuno sulla terra ha un obiettivo. Spiegò che le mancanze degli uomini macchiavano il Messia e ritardavano la sua venuta. Successivamente un rito di purificazione permetterebbe di accelerarla.
I suoi discepoli
Nel 1569, l'Arizal si spostò verso la Palestina; e dopo un breve soggiorno a Gerusalemme, dove il suo nuovo sistema qabbalistico sembrava aver riscosso scarso successo, seguendo un richiamo interiore, si spostò verso Safed dove ottenne un rapido successo come poeta mistico, iniziò ad insegnare in accademia ed a predicare nelle sinagoghe. Si interessò in particolar modo alle idee del Rabbi Moses ben Jacob Cordovero, e studiò la Qabbalah con lui fino alla sua morte. A Safed formò anche un circolo di qabbalisti ai quali impartì le dottrine per mezzo delle quali egli sperava di stabilire un nuovo punto di partenza per il sistema morale del mondo. A questo circolo appartenevano lo stesso Rabbi Moses ben Jacob Cordovero, Rabbi Shlomo Alkabetz, Rabbi Joseph Caro, Rabbi Moses Alshech, Rabbi Eliyahu de Vidas, Rabbi Joseph Hagiz, Rabbi Elisha Galadoa e Rabbi Moses Bassola. Luria organizzò a Safed la vita dei suoi discepoli i quali si stabilirono in quartieri isolati. Essi si incontravano ogni venerdì, ed ognuno confessava all’altro i propri peccati. Ben presto Luria ebbe due classi di discepoli:  i “novizi”, ai quali spiegava la Qabbalah scolastica, e  gli “avanzati” che divennero i custodi del segreto del suo insegnamento e delle sue formule di invocazione e congiura. L’Ari era estremamente venerato dai suoi discepoli, che gli riconobbero numerosi miracoli e lo consideravano un santo (e-lohi “il divino” è un termine onorario riservato a lui soltanto). Il più rinomato fra gli studenti avanzati fu Rabbi Chaim Vital di Calabria che, secondo il proprio maestro, possedeva un'anima che non era stata macchiata dal peccato del primo uomo (Adamo). In sua compagnia Luria visitò la tomba di Rabbi Shimon bar Yochai e di altri eminenti maestri. Si dice che su queste tombe non ci fossero nomi – l’identità di ogni tomba era sconosciuta – e fu grazie alle visioni del profeta Elia che ogni tomba fu riconosciuta. Il circolo qabbalistico dell'Arizal fu gradualmente ampliato e divenne una congregazione a sé e nella quale le sue dottrine mistiche venivano considerate supreme ed influenzavano tutte le cerimonie religiose. Durante lo Shabbat l'Arizal si vestiva di bianco ed indossava una veste quadruplicata a significare le quattro lettere del Nome Ineffabile. La mattina dello Shabbat, per raccogliere lo spirito etereo della regina dello Shabbat, organizzava processioni nei campi vicini, e poi forniva spiegazioni di carattere generico sulla sua dottrina.
I suoi insegnamenti
L’Ari era solito realizzare le sue conferenze estemporaneamente e, con l’eccezione di diversi lavori e qualche poema qabbalistico in Aramaico per la tavola dello Shabbat, non scrisse mai molto. Il vero esponente del suo sistema qabbalistico fu Chaim Vital di Calabria. Egli conservò tutti gli appunti delle conferenze che i discepoli dell'Arizal fecero; e da questi appunti furono prodotte numerose opere, la più importante delle quali fu Etz Chayim (L’Albero della Vita) in otto volumi. All’inizio quest’opera venne diffusa in copie manoscritte; ed ognuno dei discepoli dell'Arizal doveva impegnarsi, a pena della scomunica, che non venissero fatte copie non autorizzate destinate ad un paese straniero; così che per un periodo tutti i manoscritti rimasero in Palestina. Più tardi, ad ogni modo, una copia fu portata in Europa e venne pubblicata a Zolkiev nel 1772 da Isaac Satanow. In quest’opera sono esposte sia la parte teorica che la meditazione devozionale della Qabbalah basata sullo Zohar.
Gli insegnamenti sulle Sefirot
La funzione caratterizzante del sistema dell'Arizal nella parte teorica della Qabbalah e la sua definizione delle Sefirot è la sua teoria degli agenti intermedi, che lui chiamava Partzufim. Prima della Creazione del mondo, egli disse, l’Ein Sof (Senza Fine) riempì lo spazio infinito. Quando il Creatore decise la Creazione, la ideò secondo le Sue caratteristiche, che quindi appartengono ad altri esseri, e di conseguenza dovrebbero manifestarsi nella loro perfezione. L’Ein Sof si ritirerà nella natura del Creatore o, per usare un termine qabbalistico, il Creatore “restringerà” (Tzimtzum) Sé stesso. Da questa “restrizione” scaturirà la “luce infinita”. Quando a sua volta la luce si “concentrò” nel centro apparve uno spazio vuoto circondato da dieci cerchi o vasi (kelim) chiamati Sefirot (“Numeri Cerchiati”) per mezzo dei quali le infinite realtà, formando un’unione assoluta, possono apparire nella loro diversità; nel “mondo finito” non c’era nessuna reale esistenza di sé.
Tuttavia, la luce infinita non ha completamente svuotato il centro; un sottile raggio di luce ha attraversato i cerchi ed è penetrato nel centro. Ma mentre i tre cerchi esterni, formati da materia pura, per la loro vicinanza con l’Ein Sof, sono stati in grado di sopportare la luce, i cerchi più interni non riuscirono a fare questo e scoppiarono. Fu necessario, pertanto, rimuoverli dall’esposizione alla luce. Per questo scopo le Sefirot, furono trasformate in “cifre” (parzufim, dal Greco πρόσωπον = "viso").
La prima Sefirah divenne Keter ("La Corona"), e fu trasformata nella potenziale esistenza delle tre teste del Macroprosopon (Erech Anpin); la seconda Sefirah divenne Chochmah (“La Saggezza"), nel principio attivo maschile chiamato "Padre" (Abba); la terza Sefirah, divenne Binah ("La Comprensione"), nel principio passivo femminile chiamato "Madre" (Imma); le sei Sefirot, scoppiate, nel "figlio maschio" (Ze'er) che è il prodotto della parte attiva maschile e di quella passiva femminile; la decima Sefirah Malkut, che è ("La Regalità"), nella “figlia femmina”(Bath). Questo procedimento era assolutamente necessario. Il Creatore, all’inizio, aveva creato queste cifre invece delle Sefirot perché così non vi sarebbe stata alcuna forma di male al mondo e di conseguenza nessuna ricompensa né punizione; la fonte del male è nella rottura delle Sefirot o vasi (Shvirat Keilim), mentre la luce di Ein Sof produce solo ciò che è buono.
Queste cinque cifre si trovano in ognuno dei Quattro Mondi: il mondo degli Emanati (Atzilut), la Creazione (Beri'ah), la Formazione (Yetzirah), ed il mondo delle Azioni (Asiyah) che rappresenta il mondo materiale. Il sistema psicologico dell’Ari, sul quale è basata la sua Qabbalah devota e meditativa, è strettamente connesso con le sue dottrine metafisiche. Dalle cinque cifre, disse, scaturivano cinque anime, Nefesh ("Lo Spirito"), Ru'ach ("Il Vento"), Neshamah ("L’Anima"), Chayah ("La vita"), e Yechidah ("Il Singolare"); la prima di esse divenne la più bassa e l’ultima la più alta. (Fonte: Etz Chayim). L’anima dell’uomo è il collegamento fra l’infinito ed il finito e, come tale, ha un carattere multiforme. Tutte le anime destinate alla razza umana furono create assieme ai vari organi di Adamo. Così come esistono organi superiori ed inferiori, ci sono anche anime superiori ed inferiori, tutto questo in accordo con gli organi alle quali sono rispettivamente assegnate. Così ci sono le anime del cervello, le anime dell’occhio, le anime della mano, e così via. Ogni anima umana è una scintilla (nitzotz) di Adamo.
Il primo peccato del primo uomo causò confusione fra i vari ordini delle anime: il superiore mischiato con l’inferiore; il bene con il male; così che persino le anime pure ricevono una miscela di male o, come le chiamava Luria, gli elementi dei “gusci” (Kelipoth). Dalle classi inferiori delle anime proviene il mondo pagano mentre da quelle superiori venne emanato il mondo del popolo d'Israele. Ma, come conseguenza alla confusione, il passato non è stato del tutto spogliato della sua bontà iniziale ma non è neanche completamente libero dal peccato. Questo stato di confusione, che dà un continuo impulso verso il male, finirà con l’arrivo del Messia, che instaurerà il sistema morale del mondo su una nuova base. Fino all’arrivo di questo momento l’anima dell’uomo, a causa delle proprie mancanze, non può tornare alla fonte e deve vagare non solo attraverso i corpi degli uomini e degli animali ma anche attraverso le cose inanimate come il legno, i fiumi e le pietre.
Il ritorno dell’anima
Alla dottrina del “gilgulim” (reincarnazione delle anime) Luria aggiunse la teoria del riempimento (ibbur) delle anime; che sta a significare, che se un’anima purificata ha trascurato qualche obbligo morale religioso nel proprio cuore, deve ritornare alla vita terrena, e legare la sua anima ad una persona in vita, ed unirsi ad essa per placare tale oblio. Altre volte, l’anima defunta di un uomo liberato dai peccati, discende ancora sulla terra per supportare un’anima debole che si sente inadeguata nel proprio compito. Questa unione, che si può estendere a tre anime in una vita, può solo avere luogo fra anime di carattere omogeneo, fra quelle anime che sono scintille di uno stesso organo di Adamo. La “Diaspora” (dispersione) di Israele avvenne con l’unico scopo della salvezza delle anime degli uomini; prima le anime purificate degli Israeliti soddisfaranno la profezia di diventare "la luce che illumina i popoli”, poi dovranno condurre alla correzione tutte le anime degli uomini delle altre razze, per salvarle dalle influenze demoniache.
Secondo l'Arizal l’uomo porta sulla sua fronte un segno attraverso il quale si può imparare la natura della propria anima: a quale classe e grado appartiene; il rapporto esistente fra lei ed il mondo superiore; gli spostamenti che ha già compiuto; il mezzo attraverso il quale l’anima può contribuire alla costituzione del nuovo sistema morale del mondo; come può essere liberata dalle influenze malvagie. E’ attraverso l’anima che si giungerà all’unione, e questa unione può diventare effettiva tramite formule di congiura.
Shabbetai Tzvi
La Qabbalah lurianica fu accusata da alcuni di essere la causa della diffusione del falso Messiah Shabbetai Tzvi. Tuttavia, rimane la principale scuola del misticismo nel Giudaismo e ha un’importante influenza sul Chassidismo e sui qabbalisti sefarditi. In effetti, solo una piccola parte degli Ebrei mistici di oggi appartengono ad altri rami di pensiero nel misticismo dello Zohar. Alcuni qabbalisti ebrei hanno detto che i seguaci di Shabbetai Tzvi rifiutarono fortemente gli insegnamenti di Luria perché il suo metodo smentiva i loro concetti. D’altro canto i Shabbateani usarono i concetti di Rabbi Luria dei “nitzotzot” intrappolati nei “kelippot” e delle anime pure mischiate con le impure, (vedi sopra) per giustificare alcune delle loro azioni contraddittorie.
L’influenza sulla cerimonia
L'Arizal introdusse il suo sistema mistico negli osservatori religiosi. Per lui ogni comandamento aveva un significato mistico. Lo Shabbat con tutte le sue cerimonie fu visto come l’incarnazione della Divinità nella vita temporale; ed ogni cerimonia avvenuta in quel giorno, veniva considerata come se avesse un’influenza sui mondi superiori. Ogni parola ed ogni sillaba delle preghiere prescritte, contengono nomi nascosti del Creatore sui quali si dovrebbe meditare con devozione mentre le si recitano. Nuove cerimonie mistiche furono ordinate e codificate con il nome di Shulkhan Arukh heAri ("Il Codice della Legge dell’Ari") (confrontare Shulkhan Arukh con Rabbi Joseph Karo).
L’influenza sull’Ebraismo moderno
Gli insegnamenti dell’Ari sono stati ampiamente accettati nell’Ebraismo Ortodosso, sebbene non tutti i gruppi seguano le abitudini che egli iniziò o riprese. Quelle comunità che tendono molto a minimizzare o evitare l’influenza dell’Ari principalmente sono formate da alcuni Litvish e gruppi Ortodossi Moderni, così come una notevole parte degli ebrei Yemeniti Baladi ed altri che seguono una forma di Giudaismo della Torah in linea con le autorità classiche come Maimonide e Gheonim (vedi Dor Daim) e gli ebrei spagnoli e portoghesi.
I discendenti dei tempi moderni
Molti membri della comunità ultra-ortodossa di Safed e di Gerusalemme affermano di poter risalire nel loro lignaggio sino a Luria. Il Movimento Lubavitch considera gli insegnamenti e le pratiche dell’Ari come le principali influenze sulle proprie dottrine e pratiche. Inoltre gli odierni mekubalim mizra`him (qabbalisti orientali) seguendo la tradizione di Rabbi Chayim Vital e l’eredità mistica del Rashash e considerano se stessi legittimi eredi dell’Ari ed anche in linea con i suoi insegnamenti.
wikipedia

7 febbraio 2012

- Identità Del Grande Oriente D’Italia




La Massoneria del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani è un Ordine iniziatico i cui membri operano per l’elevazione morale e spirituale dell’uomo e dell’umana famiglia.

La natura della Massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in Massoneria se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell’Essere Supremo.

La Massoneria non è una religione né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di nessun tema teologico, non consente ai propri membri di discutere in Loggia in materia di religione.

La Massoneria lavora con propri metodi, mediante l’uso di Rituali e di simboli coi quali esprime ed interpreta i princìpi, gli ideali, le aspirazioni, le idee, i propositi della propria essenza iniziatica.

Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l’amore per il prossimo e cerca tutto ciò che unisce fra loro gli uomini ed i popoli per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale.

La Massoneria afferma l’alto valore della singola persona umana e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della Verità. Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale.

I Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata ma non segreta

Il Massone è tenuto ad osservare scrupolosamente la Carta Costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita e le leggi che ad essa si ispirino.

La Massoneria non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare o anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l’ordine liberamente e democraticamente costituito della società.

La Massoneria è apolitica. Essa impone ai suoi membri i doveri di lealtà civica, riserva loro il diritto di formarsi la propria opinione riguardo agli affari pubblici, ma né in Loggia né in qualsiasi altro momento dell’attività massonica è consentito loro discutere in materia di politica.

I Massoni hanno stima, rispetto e considerazione per le donne. Tuttavia, essendo la Massoneria l’erede della Tradizione Muratoria operativa, non le ammette nell’Ordine.

Ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato Solenne Promessa sul Libro della Legge da esso ritenuta Sacra.



29 settembre 2011

- Bruno filosofo ermetico




Per collocare Giordano Bruno nella storia dell’ermetismo e della magia rinascimentale occorre riferirsi in primo luogo alle sue opere mnemoniche, il De umbris idearum, il Cantus Circaeus e il Sigillo dei Sigilli che contengono i suoi primi scritti sulla memoria. Quest’arte classica, considerata per lo piu mnemotecnica, ha avuto una lunga storia nel corso del Medio Evo. Nel rinascimento si rivifica tra neoplatonici ed ermetici come metodo per imprimere nella memoria immagini fondamentali ed archetipe presupponendo lo stesso ordine cosmico e consentendo cosi’ anche una profonda conoscenza dell’universo. Le ‘’ombre delle idee ’’ di Bruno sono immagini magiche, immagini archetipe celesti, che sono più vicine alle idee della mente divina di quanto non siano le cose inferiori; e non e’ da escludere che lo stesso Ficino, nel suo frequente uso della parola ‘’ombre’’, abbia voluto anch’egli intenderla in questa accezione. Chi era in possesso di un tale sistema si innalzava al di sopra del tempo e rifletteva nella propria mente l’intero universo della natura e dell’uomo come riflesso gnostico dell’universo nella mente. Imprimendo nella memoria immagini celesti, immagini archetipe del cielo che sono ombre vicine alla idea della mente divina dalla quale dipendono tutte le cose inferiori e imprimendo nella fantasia figure zodiacali ‘’si può ottenere il possesso di un’arte figurativa che assiste meravigliosamente, non solo la memoria, ma tutti i poteri dell’anima’’. Il sistema bruniano della memoria è perciò rappresentativo della memoria di un mago, che conosce la realtà oltre la molteplicità delle apparenze, avendo conformato la propria immaginazione ad immagini archetipe, e che, grazie alla sua penetrazione nella realtà, ha conseguito anche poteri operativi. L’operazione di Bruno appare assai semplice. Egli ha ricondotto la magia rinascimentale alle sue fonti pagane, abbandonando i tentativi del Ficino di elaborare una magia innocua dissimulandone la fonte principale, l’Asclepius, e schernendo violentemente gli ermetici religiosi che hanno creduto di fondare un ermetismo cristiano facendo a meno dell’Asclepius, e proclamandosi un Egiziano convinto che ha deplorato la distruzione fatta dai cristiani del culto degli dei naturali della Grecia e della religione attraverso cui gli egiziani avevano raggiunto le idee divine, il sole intelligibile, l’Uno del neoplatonismo; ed ha auspicato il ritorno della religione magica egizia e le loro leggi morali che sostituiranno il caos. Al contempo si rese conto che tali operazioni non potevano essere ne' comprese, ne' attuate da tutti, ma che era necessaria una selezione degli animi ed un graduale avvicinamento sia ai temi specifici che all'operatività che ne conseguiva. Lo disse e scrisse chiaramente sia nel preambolo della sua prima opera mnemonica, il “De Umbris Idearum”che inizia con l'incipit:
Ombra profonda siamo, e voi non tormentateci, o inetti : un’opera tanto importante non si rivolge a voi, ma ai dotti.
Sia poi nel discorso introduttivo di Hermes che, come manifesto programmatico dell'Arte della memoria dice:
Quest'arte non serve soltanto ad acquisire una semplice tecnica mnemonica, ma avvia e introduce anche alla scoperta di numerose facoltà. Di conseguenza, coloro ai quali sarà concesso di apprendere i più profondi principi dell’Arte, conformemente alla sua maestà, ricordino: di non divulgarla senza distinzione a chiunque, senza una selezione, ed elargiscano i suoi canoni esplicitamente ai singoli, in modo più intenso o più dilazionato a seconda dei meriti e delle facoltà ricettive di coloro ai quali deve essere comunicata. Inoltre, sappiano coloro cui è giunta questa arte: il nostro ingegno non è tale né da essere legato a una determinata corrente di filosofia altrui né da disprezzare universalmente qualunque altro indirizzo filosofico. Davvero non c'è nessuno che non teniamo in gran conto tra coloro che si sono appoggiati al proprio ingegno per giungere alla contemplazione delle cose e che hanno costruito qualcosa con arte e metodo. Non trascuriamo i misteri dei Pitagorici, né sminuiamo la fede dei Platonici e non disprezziamo neppure i ragionamenti dei Peripatetici, quando si fondano su una premessa reale.

L'operazione iniziatica appare chiara: un percorso non per tutti, ma accessibile a tutti. Una iniziazione progressiva dove conformemente a stati interiori di consapevolezza e di percezione, corrispondono capacità ricettive di insegnamenti arcaici, sempre più vicini alla Sorgente iniziale di gnosi.
“Quando l'orecchio del discepolo è pronto a ricevere la parole, giungono le labbra del Maestro a pronunciarle”
Con la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492 e con la rivoluzione
copernicana del 1530, il mondo occidentale si trovò a fare i conti con una nuova realtà. Erano crollati muri e barriere che si credevano invalicabili e definiti per sempre; tutto tornò in discussione, il predominio del papato subiva la riforma luterana dopo quella anglicana, il mondo diventava più ampio e si preparava una nuova era, quella della modernità. Bruno comprese ed accettò il sistema copernicano, ma alzò la testa verso le stelle, verso l'universo infinito e nella “Cena de le Ceneri” portò la sua critica a Copernico. La Cena de le Ceneri è il primo dei sei dialoghi italiani seguito dal “De la causa, principio et uno” e il “De l’infinito universo et mondi”, come primo trittico sul concetto di infinito universo e lo “Spaccio de la bestia trionfante”, la “Cabala del cavallo pegaseo” e “De gli eroici furori” per indicarne la riforma etico, morale e sociale che tale percezione comporta passando attraverso la tecnica cabalistica come chiave di lettura dell’intellegibile, per la liberazione dell’animo umano nei furori. Bruno li scrisse e pubblicò tutti a Londra, nell’arco di due soli anni dal 1584 al 1585, e in italiano, come il precedente “Il Candelaio”, commedia anch’essa in volgare per rivolgersi ad un pubblico più vasto e lanciando semi da fare attecchire e germogliare negli animi più predisposti, capaci poi di seguirlo nelle opere latine dove affina e da metodologie operative al suo pensiero. Ne ”La cena delle ceneri”, Bruno getta le basi della sua “nova filosofia”e racconta di come si scontrò coi dottori di Oxonia per la sua critica all’eppur nuova e straordinaria teoria copernicana. Ma la sua non era critica, era solo un completarla, intuiva l’Universo infinito senza centro…. o con infiniti centri. Copernico s’era limitato a sostituire il geocentrismo con l’eliocentrismo, aveva intuito, ma non fino in fondo, aveva calcolato, ma nei limiti dei calcoli, non aveva immaginato equazioni più profonde. Bruno intuì l’universo, infinito, senza limiti e con innumerevoli mondi: da questa intuizione inizia il suo percorso, come nuova condizione umana ad una nuova concezione del mondo. Il presupposto fondamentale di tutta la filosofia bruniana è che: una volta ammesso che Dio è infinito, e questo lo ammettevano anche prima di Bruno, e una volta ammesso, soprattutto con Bruno e proprio nella Cena, che anche la natura è infinita, due infiniti non possono concettualmente coesistere rimanendo separati e distinti, ma due infiniti non sono che un medesimo infinito. E il sapiente, il filosofo, il mago, colui che cerca, cerca la natura, ma nel cercare nella natura, cerca anche Dio, Dio che è fatto natura. (Emblema Atalanta Fugiens) Bruno parla di “profonda magia”, cioè di quella magia che è un sapere tanto forte da essere in grado di penetrare nelle segrete singolarità della realtà naturale e nella Cena delle ceneri fa precisazioni importanti, ispirato da un punto di vista speculativo dal pensiero di Plotino, in termini di filosofia religiosa, il problema del rapporto tra Dio e Natura: Dio è trascendente, rispetto alla natura, che agostinianamente ha creato rimanendo al di la di essa, oppure: Dio è immanente nella natura, cioè è l’attività produttrice che è come il motore interno della natura, ma non se ne distacca. E nella Cena delle Ceneri, per trovare una via d’uscita dallo scontro con la filosofia trascendentistica dominante, Bruno adopera l’idea plotiniana del duplice atto. Infatti parla delle due Sofie: una, la sapienza di Dio, trascendente, e la sapienza, viceversa terrena, immanente nella natura; e dice che all’uomo è dato di conseguire soltanto la seconda, la sofia terrena, in cui la verità è immanentizzata nella natura; quell’altra Bruno non la nega ma riconosce che è preclusa alla capacità dell’uomo. Ma in quella che Bruno chiama sofia terrena, cioè la conoscenza della natura, è una conoscenza in cui, che cosa si conosce? Che cos’è che costituisce il vero e proprio contenuto di questo conoscere? La verità è l’idea, ma l’idea noi non la vediamo e tocchiamo; piuttosto noi vediamo e tocchiamo le cose sensibili che sono, platonicamente “ombre delle idee”, come Bruno titola appunto la prima delle sue opere. Ad una nuova visione del cosmo deve necessariamente corrispondere una nuova visione dell’uomo. Con queste parole poste all’inizio della cena delle ceneri, Bruno annuncia la nuova era, che apre lui stesso, lui che
“ha disciolto l'animo umano e la cognizione,
e……. ch'ha varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s'avesser potuto aggiungere, sfere, per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari; cossì al cospetto d'ogni senso e ragione, co' la chiave di solertissima inquisizione aperti que' chiostri de la verità, che da noi aprir si posseano, nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi e ……. Far quel progresso col spirto che non può far l’ignobile e dissolubile composto, “
ignobile e dissolubile composto che è il corpo umano appesantito dalla materia. Bruno s’erge come uomo cerniera fra il vecchio e nuovo mondo che s’apriva col ‘600, ultimo della tradizione rinascimentale che con immagine plotiniana, traboccava, aprendo la via al secolo dei lumi. La sua nuova visione dell’universo dentro il quale l’uomo si inserisce e si ritaglia un proprio spazio, fatto a misura di ciò che realmente è, per quello che vale e per come può incidere nella realtà che lo circonda, che è a sua perfetta somiglianza: ciò che è percepisce, come se si specchiasse in se stesso. Vedeva il rapporto uomo – natura come immagine riflessa da uno specchio: quello che esiste oltre lo specchio non è altro che ciò che gli mostra. La natura si riflette in noi come noi in lei, in una vicissitudine dove l’uomo diviene sempre centro di quell’universo che da lui si propaga. Dal macro al micro cosmo, l’uomo si pone quindi in modo nuovo, come uno degli infiniti punti e quindi sempre centro per suo volere, potere ed azione: “Se l’universo è infinito, ogni punto è centro dell’universo” La dimensione della visione del reale si sposta quindi dall’orizzontale al verticale. Posto che la percezione sensoriale non rappresenta che uno degli infiniti modi con cui si può percepire la realtà e posto che il nostro “punto di osservazione” dipende esclusivamente da come siamo “NOI” e da come osserviamo il mondo e che da questo punto d’osservazione noi agiamo, interveniamo sul divenire, interagiamo con esso, con l’intensità della nostra energia data dal modo e dal mondo in cui viviamo e da cui percepiamo la realtà, quel che di essa assorbiamo e di cui ci alimentiamo, e come con essa interagiamo. Passare dall’orizzontale al verticale, significa quindi “porsi” ad un determinato livello o piano geografico, geometrico o geodetico di vibrazione, assorbendo l’energia che poi il reale ci restituisce.
“La costruzione d’una natura padroneggiabile dalla mente perché la mente possa ricevere
a sua volta ritmo e proporzione dalla natura”
Con la sua sfolgorante visione, Bruno apre le porte al mondo moderno, mondo della ragione, della scienza, della ricerca e della conoscenza che vede nell’uomo non tanto il centro dell’universo come scopo del creato per intervento divino, ma la centralità dell’uomo nell’universo, come una delle tante manifestazioni della natura, capace di percorrere la strada che lo porta sempre più ad una dimensione finanche “divina” del tutto. Proprio come Pico aveva magnificamente espresso sul finire del XV° sec.
" Non ti diedi, Adamo, una stabile dimora, ne un’immagine propria, né alcuna peculiare
prerogativa, perché tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà, quella dimora, quell’immagine, quella prerogativa che avrai scelto sicuramente. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz'essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell'arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perché potessi così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto del tutto né celeste né terreno, né mortale, né immortale perché tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine."
Roberto Momi

6 agosto 2011

- L'ALBERO DELLA VITA

L’Albero della vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabalà. È un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate sefirot, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro. Il pilastro centrale è più lungo degli altri due. Le sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri livelli all’interno della divinità. Inoltre esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana. Sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Esse sono collegate da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e dodici diagonali. Ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell’Alef Bet ebraico. L’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di salita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela. È anche la “scala di Giacobbe” (v. Genesi 28), la cui base è appoggiata sulla terra e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione, salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la consapevolezza degli essere umani. Tramite l’Albero della Vita ci arriva il nutrimento energetico presente nei campi di luce divina che circondano la creazione. Tale nutrimento scorre e discende lungo la serie dei canali delle sefirot, assottigliandosi e suddividendosi, fino a raggiungere le creature, che ne hanno bisogno per sostenersi in vita. Lungo l’Albero della Vita salgono infine le preghiere e i pensieri di coloro che cercano Dio, e che desiderano esplorare reami sempre più vasti e perfetti dell’Essere. I tre pilastri dell’Albero della Vita corrispondono alle tre vie che ogni essere umano ha davanti: l’amore (destra), la forza (sinistra), e la compassione (centro). Solo la via mediana, chiamata anche “via regale”, ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza il pilastro centrale, l’Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male. I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sorgono tutte le altre coppie d’opposti presenti nella creazione. L’insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell’Albero della Vita è quello dell’integrazione delle componenti maschile e femminile, da effettuarsi sia all’interno della consapevolezza umana che nelle relazioni di coppia. L’Albero della Vita è il progetto seguito da Dio per creare il mondo. Le sefirot sono l’origine d’interi settori dell’esistenza, sia nel mondo fisico sia in quello spirituale. Un esempio di ciò, nel mondo fisico, ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c’è il Sole, che rappresenta la sefirà chiamata Keter o “Corona”, la più alta dell’albero, dalla quale proviene la luce che riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianeti che gli girano intorno rappresentano le altre nove sefirot, secondo una semplice corrispondenza lineare, da Mercurio - Chokhma a Plutone - Malkhut. Sul piano psicologico, le dieci sefirot sono dieci stati della psiche umana. Dopo le prime tre sefirot vi sono sei stati emotivi della psiche, tre più intimi e tre più rivelati, più vicini all’esperienza fisica. Tutti e sei sono generati dall’opposizione fondamentale tra Chesed (Amore) e Ghevurà (Forza), comprensibili anche come attrazione e repulsione. Infine l’ultima sefirà Malkhut (Regno), corrisponde ad uno stato psicologico rivolto soprattutto alle contingenze del mondo fisico e alle sue necessità. Sul piano più spirituale le dieci sefirot diventano le “dieci potenze dell’anima”, dieci luci sorgenti d’energia che sanno connettersi con esse, nel loro cammino di ritorno all’Albero della Vita. L’Albero della Vita assume notevole importanza in tutte le tradizioni esoteriche; a noi ora interessa l’Albero della Vita secondo la Cabala che porta il nome Albero sefirotico composto da dieci rami, o emanazioni divine, chiamate sefirot e da ventidue sentieri o canali. Lo Zohar sottolinea che l’En Sof anima tutto il mondo sefirotico, perché, non si può pensare che le singole sefirot siano slegate l’una dall’altra. In quanto organismo di Dio, le sefirot sono tutt’uno indissociabile: Non sono “luoghi” del divino, ma “modi” in cui il divino si manifesta agli uomini. Secondo alcuni cabalisti (quelli della Cabala Luriana) questa visione appare più compiutamente strutturata e si presenta come concezione dell’Adam Qadmon, l’uomo primordiale ben distinto dall’Adam Rishon, il primo uomo. L’Adam Qadmon è la prima manifestazione dell’En Sof, la sua anima vitale (Nefesh) è costituita dalla disposizione concentrica delle sefirot, mentre il suo spirito (Ruah) è costituito dalla loro più comune disposizione verticale. Proiettato sull’Adam Qadmon, l’albero sefirotico si presenta come tripartito: la prima, la seconda e la terza sefirà corrispondono alla funzione cognitiva dell’Uomo; la quarta, la quinta e la sesta corrispondono alla parte emotiva; la settima, l’ottava e la nona corrispondono infine alla parte istintuale.Binah e Hochma sono poste in cima alle due colonne laterali. Quella di sinistra è denominata Binah, ed è chiamata colonna della Severità, e la colonna destra è denominata Hochma ed è chiamata Grazia, la colonna centrale, che parte da Keter, è chiamata Mitezza ed è la colonna dell’Equilibrio. Le due colonne laterali sono anche i pilastri che sorgevano all’entrata del tempio del re Salomone e, che sono rappresentate in tutta la legge dei Misteri, quindi sono le colonne chiamate Jakin e Boaz.Tuttavia Tiferet è la sefirà più elevata su cui può giungere la normale consapevolezza dell’uomo. Filippo disse a nostro Signore, questo è importante ricordarlo: “Mostraci il Padre”, Gesù rispose: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Quello che la mente umana può conoscere della sefirà Keter, che è il Padre, è il riflesso che è Tiferet, il Figlio, il centro, il Cristo. Ed è su di essa che voglio soffermarmi.Tiferet che è posta al centro dell’albero della Vita ed è la sesta sefirà o sesta emanazione ossia il sesto sentiero chiamato anche “Intelligenza Mediatrice”.Molti sono gli appellativi dati a Tiferet, dei quali i più significativi sono: Volto minore, Melech, cioè Re, Adamo, il Figlio, l’Uomo.Tiferet rappresenta nel macrocosmo innanzitutto la “visione dell’armonia delle cose”, espressa dalla sua posizione al centro dell’Albero, punto di equilibrio e di collegamento delle altre sefirot; nel Microcosmo, invece, Tiferet corrisponde al petto.In Tiferet sono insiti una virtù e un vizio. La virtù è quella della devozione alla Grande Opera, alla quale abbiamo giurato di dedicare tutte le nostre forze; essa è un elemento essenziale nella strada iniziatica, poiché porta alla consapevolezza superiore. Il vizio è l’orgoglio, del quale il massone non deve mai essere schiavo.Molteplici sono i simboli dati a questa sefirà, tra i quali ricordiamo: la croce rosata, la croce del Calvario, la piramide tronca e il cubo. Quest’ultimo è la più semplice forma di solido, e come tale è simbolo adatto a Tiferet, perché in esso avviene la prima prefigurazione della forma.Se guardiamo l’Albero dalla sua sefirà più bassa, cioè da Malkhut, che corrisponde alla nostra Terra, Tiferet è considerata Keter, ossia Corona; mentre se l’Albero è osservato dalla sefirà più alta, ossia da Keter, che corrisponde all’universo, Tiferet diventa Yessod, cioè fondamento.Tiferet è il punto di trasmutazione tra i piani superiori cioè quelli della forza spirituale e i piani inferiori, ossia quelli della forma. È il punto di mediazione tra il micro e il macro cosmo. In Tiferet si riflette la scintilla divina di Keter, incarnandosi in una forma accessibile alla consapevolezza umana.Keter è metafisico, incomprensibile ed inafferrabile alla dimensione puramente umana, mentre Yesod è psichico e solitamente l’uomo rimane legato ad esso. Il vero iniziato invece tende nella sua realizzazione a Tiferet, diretta emanazione di Keter. Tiferet è mistica, intendendo il misticismo come tensione ad una realtà superiore, nella quale i simboli sono ormai svelati e di conseguenza interamente vissuti, affinando l’intelligenza del cuore, che si sviluppa attraverso l’intuizione e che ci consente di giungere ad una conoscenza superiore. Tiferet non è perciò un fattore isolato, ma un nesso, un punto di incontro, il centro di energia e trasmutazione.Nella Bibbia, che è anche un libro ricco di tradizioni e di misteri cabalistici, l’equilibrio, l’armonia e l’amore universale vengono sempre raffigurati in Tiferet. La quale è chiamata dai cabalisti anche Shemesh, cioè Sole, ed è interessante notare che tutti gli dei-Sole sono dei guaritori, e tutti gli dei-guaritori sono dei-Sole. L’Arcangelo di Tiferet è Raffaele, “lo spirito che sta nel Sole”, che è anche l’Angelo della guarigione.Tiferet è detta anche la sfera dei Sommi Maestri, essa non rappresenta più un Tempio fatto di uomini, bensì la Grande Loggia, quella ideale, la dimora degli Eletti, che secondo la tradizione è composta dai Maestri Invisibili, dagli Illuminati che hanno sulla Terra i loro esecutori. L’Iniziato che agisce secondo il piano divino diventa consapevole dei misteri superiori e viene quindi guidato dai Maestri Illuminati.A questo punto Fratelli miei, il mio augurio è che la nostra Rispettabile Loggia possa lavorare, tenendo sempre presenti quei simboli che più caratterizzano Tiferet, primo di tutti lo splendore e la bellezza, cioè la “visione dell’armonia delle cose” che è un fattore indispensabile al nostro lavoro come costruttori. Ci guiderà la virtù insita in Tiferet, cioè la devozione alla Grande Opera, però cercando al tempo stesso di non essere sopraffatti dal suo vizio, l’orgoglio, camuffato sotto le sembianze di una falsa dignità, di un malinteso amor proprio. Cerchiamo dunque di combattere il vizio e il personalismo, potenziando invece le virtù della bellezza, dello splendore e dell’armonia.
RITO SIMBOLICO ITALIANO S. C.